Introduzione
Lungi dal voler incasellare ciò che per sua natura sfugge alla logica «dell’aut aut», possiamo però affermare con una certa sicurezza che, in estrema sintesi, il retroterra filosofico-religioso del Karate è composto di taoismo, per le leggi dello yin e dello yang, neoconfucianesimo, per i valori, e buddhismo Zen (Chan in cinese; nato dall’incontro del buddhismo col taoismo) per il legame con il Tempio di Shaolin e la figura di Bodhidharma. Ciò in virtù di quella tipicamente orientale «permeabilità delle tradizioni»[1].
Fu il neoconfucianesimo, in particolare, a contribuire in maggiore misura alla formazione della “cultura samurai”; cultura che anch’essa, per l’appunto, darà un’impronta significativa allo sviluppo del Karate.
L’uomo esemplare (in senso confuciano) «coltiva la compassione ed è esente da passioni egoistiche»[2]. Nell’Hagakure leggiamo: «Molti credono che basti riflettere bene su di un problema per trovare subito la soluzione, ma ogni soluzione che proviene dall’egoismo è cattiva»[3]. Certo, non bastano qualche citazione qua e là a dipanare un argomento intricato quale che è quello del contatto culturale tra Cina e Giappone, ma almeno ci aiutano a osservarlo da una prospettiva.
La cultura stessa dell’isola di Okinawa (patria del Karate), di fatto, fu plasmata più dai rapporti indipendenti con la Cina – e, quindi, anche dal punto di vista religioso – che non col Giappone continentale, esso stesso in contatto con la Cina, passando per la Corea.
Gichin Funakoshi (1868-1957), okinawense, considerato come il padre del Karate moderno, elaborò “venti princìpi” (Niju Kun), frutto degli insegnamenti dei suoi maestri Azato e Itosu, e che lui stesso discuteva con i suoi allievi, nel dojo che essi chiamarono con il suo nome: Shotokan; letteralmente “casa [kan] di Shoto”, pseudonimo che il Maestro usava, da uomo di profondità d’animo qual era, per i suoi versi poetici in cinese.
L’apporto personale di Sensei Funakoshi lo si può constatare dai richiami impliciti al Bushido, la “Via [do; 道] del bushi”: del guerriero (il samurai). Egli, infatti, apparteneva alla classe shizoku; era, quindi, un bushi, e come tale ricevette una solida formazione sul canone confuciano, in base a quanto già detto sopra.
Grazie all’operato di questo grande Maestro, ancora oggi, nel mondo, valori quali cortesia e rispetto di impronta confuciana e samuraica plasmano i dojo, i luoghi in cui si studia (seriamente) il Karate tradizionale. Un esempio ne è il Keishin Dojo, a Roma.
Il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) ben intese quanto cristianesimo e confucianesimo potessero dialogare. Infine, è da sottolineare che obiettivo generale delle arti marziali è migliorare l’uomo.
Tuttavia, alla luce del legame tra arti marziali e religioni orientali sorgono degli interrogativi, quando non direttamente dei dubbi: può un cristiano abbracciare il Budo, la Via delle Arti Marziali? Vi sono punti di contatto tra spiritualità marziale e cristianesimo?
Con il Niju Kun come punto di confronto, è a tali domande che tenteremo di rispondere, in maniera probabilmente non esaustiva: il tema è complesso e lo spazio a disposizione limitato; ulteriori futuri contributi saranno, pertanto, i benvenuti.
Il contesto vitale del Karate-do
Il Karate ha origine a Okinawa, dalla commistione delle arti marziali cinesi che si rifanno al Tempio di Shaolin (chiamate dagli okinawensi col nome generico di Kempo), con lo stile di auto-difesa autoctono (Okinawa-Te); anche in questo caso si può notare come, agli scambi commerciali, spesso si uniscano scambi “culturali”.
Quando nell’arcipelago delle Ryukyu fu vietato il possesso di armi (nel 1422 ca.), gli abitanti si arrangiarono con ciò che avevano a disposizione per fabbricarsi dei rudimentali strumenti di difesa. Nacque così il “Kobudo di Okinawa”. Parallelamente, svilupparono un sistema di combattimento/difesa personale alla base del quale vi era il concetto di trasformare i propri stessi arti in vere e proprie armi. È questo quello che possiamo definire come stile autoctono, che gli okinawensi chiamavano appunto “[Okinawa] te” (手), “mano”, o “bushi no te” (“mano di guerriero”)[4] e che ebbe il suo apogeo nel periodo che va dall’invasione del Regno di Ryukyu da parte dei Satsuma (1609), ai primi anni della restaurazione Meiji.
Un ruolo centrale per la forgiatura delle “armi” (cioè delle mani e degli arti) l’avrà – a tutt’oggi – il makiwara, un colpitore di paglia di riso fissato con delle corde a un palo di legno piantato a terra.
Dall’influsso cinese si passò presto da “te” a “tode” e poi a “karate”, ove “kara” (空) «è il carattere cinese attribuito alla dinastia Tang e può essere tradotto in “cinese”»[5]. Dunque, “mano cinese” (anche il “to” di tode richiamava la Cina, e “de” la mano). Tuttavia, il significato di quel “kara” più appropriato a indicare l’arte era, invece, il “vuoto”; così sosteneva il Maestro Funakoshi[6]. Ciò perché, in primo luogo, seppur intrinsecamente connesso al Kobudo, si tratta di uno stile di auto-difesa in cui le mani non impugnano armi, in quanto sono esse stesse ad aver preso il posto delle armi. Da qui il quindicesimo dei venti princìpi elaborati dal Maestro: Hito no te ashi wo ken to omoe, «Considera mani e piedi dell’avversario come spade»[7].
È bene ora, ai fini del nostro studio, approfondire il concetto di “vuoto”; concetto di ampio respiro, non riducibile cioè alla sola assenza di armi da brandire.

Il vuoto come tecnica
Nella cultura giudaico-cristiana, il vuoto ha pressoché un’accezione negativa, rimandando a un concetto di “desolazione” di primordiale memoria: “La terra era informe e vuota…” (Genesi 1,2). Stesso discorso per la cultura greca, in cui il Kaos primordiale è descritto da Esiodo col nome di “Voragine”. Anche qui, dunque, il vuoto rimanda a un disordine (kaos) da ordinare (kosmos); la medesima idea sarà ripresa da Platone, col Demiurgo. Arriviamo, infine, all’illuminismo e al positivismo, in conseguenza dei quali l’idea di vuoto perderà progressivamente qualsiasi consistenza, anche negativa. Ed ecco che a oggi, per noi occidentali, il vuoto è sic et simpliciter sinonimo di “non esistente”.
Per gli orientali, invece, non è così. Il vuoto, seppur invisibile, ha una sua consistenza, e non negativa. Secondo Wang Fuzhi, ad esempio, pensatore neoconfuciano del 1600, «“lo spazio vuoto non è altro che energia”»[8].
Più in generale, possiamo dire che nel pensiero orientale il vuoto è la forma dell’universo (o del Dao), e nelle arti marziali «assume rango di tecnica»[9].
Si tratta, cioè, del principio della “cedevolezza” che sta alla base del Ju Jitsu (e del Judo e dell’Aikido che da esso derivano): Ju yoku go o seisu, «La cedevolezza controlla la forza»[10].
Il vuoto diviene, dunque, essenza concreta nell’affinamento delle forme e delle loro applicazioni poiché elemento tramite il quale tori conduce uke alla neutralizzazione del suo attacco. L’azione di uke cade nel vuoto giacché l’attacco che egli rivolge a tori viene assecondato e diretto verso un punto immateriale, ove quest’ultimo ormai non c’è più. In quel momento di sospensione l’organo con cui l’attacco è inferto perde peso e forza e con esso lo stesso aggressore cade nella sfera dispositiva di colui che avrebbe voluto colpire[11].
Tutto ciò proviene, a guisa di reminiscenza, dal taoismo e dalle arti marziali cinesi, ove abbiamo il concetto che “il morbido vince il duro” e, pertanto, la predilezione degli stili interni (ossia morbidi) rispetto a quelli esterni (duri).
Nel taoismo il morbido rappresenta l’elemento femminile (yin), il duro quello maschile (yang); quando nelle arti marziali si sottolinea la necessità di diventare fluidi come l’acqua – pensiamo a Bruce Lee – il riferimento è appunto l’elemento femminile.
Sempre sul piano marziale, dice Lao Tzu:
L’uomo, quando è vivo, è molle e tenero; quando è morto, è rigido e duro. Gli animali e le piante, quando sono vivi, sono teneri e fragili; quando sono morti, diventano vizzi e secchi. […] Ecco perché i soldati, quando sono troppo duri, non possono vincere la battaglia[12].
Come si è tradotta, nella pratica, tale filosofia nel Karate? Possiamo sviscerare i princìpi del M. Funakoshi.
Nel diciannovesimo principio si parla di “contrazione e rilassamento”. Tali condizioni fisiche vanno accompagnate da espirazione e inspirazione. Il Karate è fatto, pertanto, di un continuo alternarsi di “duro” (espirazione-contrazione) e “morbido” (inspirazione-decontrazione) che genera velocità e forza esplosiva. Non si pensi che sia qualcosa di facile da padroneggiare; tuttavia, con disciplina costante, tale alternanza dovrà diventare armoniosa. “Armonia” (wa; 和), concetto chiave del pensiero orientale e delle arti marziali, al punto che Otsuka ne fece la via del suo Karate (wa-do).
La massima contrazione del corpo è detta kimé, mentre la forza sprigionata si esprime, con l’espirazione, nel kiai: lo scarico addominale di un concentrato d’energia e non un banale – talvolta ridicolo – urlo.
Una prima difficoltà per chi intraprende l’arte sta nel fatto che il kimé si debba realizzare solo nel momento d’impatto, quando cioè il nostro attacco (o parata – che, poi, è essa stessa un attacco) sta andando a segno: non bisogna tirare/parare stando già contratti – cosa che ci rallenterebbe – né rimanere contratti dopo l’esecuzione (è una contrazione, insomma, che dura un istante: l’istante dell’impatto). Il tutto prendendo forza dalla pressione al terreno e dalla corretta respirazione; nell’àmbito dello Shotokan, ciò è particolarmente enfatizzato nel metodo che prende il nome dal Maestro Taiji Kase, allievo diretto di Sensei Funakoshi: Shotokan Ryu Kase Ha.
La respirazione è mutuata non dal buddhismo ma dal taoismo (respirazione addominale inversa). Per i giapponesi il centro dell’energia è il Tanden (l’addome sotto l’ombelico; Dan Tian per i cinesi). Quando si inspira, l’energia compie il movimento dal basso verso l’alto (dall’addome al torace); viceversa, con l’espirazione l’energia torna al Tanden (è qui che entra in gioco il kiai). Ciò favorisce quello che con Jigoro Kano – fondatore del Judo – possiamo definire seiryoku saizen katsuyo, “miglior uso della propria energia fisica e mentale”[13]. In sostanza, se non impariamo a gestire nella pratica il duro e il morbido, la nostra energia l’andremo solo a dissipare.
Nel Karate, duro e morbido sono associati altresì a “pieno e vuoto” quali sinonimi di “forza e debolezza”. Recita il quattordicesimo principio: «Nel combattimento devi saper padroneggiare il Pieno e il Vuoto»[14]. E il tredicesimo: «Cambia in funzione del tuo avversario»[15]. Sono princìpi che riguardano «l’attitudine mentale»: saper cogliere nell’avversario «“il Pieno e il Vuoto”»[16]. In questo caso, appunto, pieno e vuoto indicano rispettivamente i punti di forza e di debolezza.
L’esercito dovrebbe imitare la forma dell’acqua. L’acqua lascia l’alto e scorre verso il basso; così i soldati devono evitare di fronteggiare la forza degli avversari attaccando i punti deboli dell’esercito nemico (Sun Zu, “Il Pieno e il Vuoto”, L’Arte della Guerra)[17].
Padroneggiare il pieno e il vuoto può quindi significare, in ultima istanza, far proprio quel principio teorizzato dal Maestro Kano e che ha posto a fondamenta del Judo, seiryoku saizen katsuyo, “miglior uso della propria energia fisica e mentale” e, di conseguenza, imparare a concepire il vuoto come tecnica da sfruttare nel kumite.
Per esempio, quando si affronta un avversario fisicamente più forte, è sconveniente opporre resistenza ai suoi colpi del tipo “muro contro muro”, occorre piuttosto una forza yin, che può voler dire spostarsi dalla traiettoria per far sì che, quando veniamo a contatto con il suo arto, il colpo abbia già scaricato la maggior parte della potenza nel vuoto anziché su di noi, subendo in tal modo un impatto solo superficiale.
«Cambia in funzione del tuo avversario» – «Nel combattimento devi saper padroneggiare il Pieno e il Vuoto».
È un percorso lungo, una “via” nella quale non si è mai del tutto arrivati. «Non esiste un punto che stabilisca il completamento della pratica: c’è sempre un livello superiore»[18], recita il commento al nono principio: «Il karate si pratica tutta la vita».
Ciò può favorire il contatto col vivere cristiano. Ben si adattano quelle parole dell’Hagakure a colui che ogni giorno è chiamato a conformarsi al Vangelo di Cristo: «“Non ho imparato la Via per vincere gli altri, ma per vincere me stesso”. Questo vuol dire che noi, oggi, dobbiamo cercare di essere migliori di ieri e, domani, migliori di oggi. Giorno per giorno, per tutta la vita, bisogna camminare nella Via, in un mondo senza confini»[19].
Le virtù che accomunano un vero marzialista e un vero cristiano sono, pertanto, l’umiltà, la pazienza (in primis con sé stessi), l’equilibrio, la buona volontà, la fortezza e altro ancora ma, prima fra tutte, l’umiltà.
Anche i valori del Dojo Kun (le “regole del dojo”; ci limitiamo a quelle dello Shotokan) sono ben compatibili col cristianesimo: carattere, verità e sincerità, spirito, rispetto, autocontrollo. Quest’ultimo in particolare trova un contatto col frutto dello Spirito Santo del “dominio di sé”: vincere sé stessi, gestire la propria interiorità, la propria mente.
Vi è poi il terzo principio che non ha bisogno di molti commenti: «Il karate è dalla parte della giustizia».
Se è di attitudine mentale che parlano il tredicesimo e quattordicesimo principio (e, ovviamente, il Dojo Kun), allora non basta l’allenamento del corpo: occorre anche – come già sosteneva il M. Kano per le finalità del Judo – la “coltivazione della mente”.
FINE PRIMA PARTE
Luca Vozza
[1] A. Crisma, Confucianesimo e taoismo, EMI, Bologna 2016, pp. 22-25.
[2] Ivi, 79.
[3] Y. Tsunetomo, 葉隠 Hagakure, I, 4; in Hagakure. Il Codice Segreto dei Samurai, trad. it. di L. Soletta, Einaudi, Torino 2015, p. 12.
[4] Cf. G. Funakoshi, Karate dō. My Way of Life, 1975; trad. it. di C. Marsala, Karate dō. Il mio stile di vita, Mediterranee, Roma 1992, p. 45.
[5] Ibid.
[6] Cf. Ivi, 47.
[7] G. Funakoshi, The Twenty Guiding Principles of Karate, 2003; trad. it. di B. Ballardini, I venti principi del Karate. L’eredità spirituale del Maestro, Mediterranee, Roma 2010.
[8] A. Crisma, op. cit., p. 83.
[9] R. Greco, «Kara no waza. La tecnica del vuoto nel ju jitsu tradizionale»; in Samurai, Nm. 11, Nuova serie – Anno 10°, Novembre 1999, p. 17.
[10] J. Kano, Mind over muscle, 2005; trad. it. di M. Faccia, La mente prima dei muscoli. Scritti del fondatore del Judo, Mediterranee, Roma 2011, p. 38.
[11] R. Greco, op. cit.
[12] Citazione tratta da M. Martino, Bruce Lee. L’avventura del piccolo drago, 66thand2nd, Roma 2023, p. 75.
[13] J. Kano, op. cit.
[14] G. Funakoshi, I venti principi del Karate…, p. 77.
[15] Ibid.
[16] Ivi, 78-79.
[17] Ibid.
[18] Ivi, 59.
[19] Hagakure, I, 45; in op. cit., pp. 26-27.
Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/jamescastro_-2837614/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8488497″>James de Castro James</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8488497″>Pixabay</a>
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