Nota preliminare
Giovanni Duns Scoto, conosciuto anche con il titolo di Doctor Subtilis (il Dottore sottile), è nato a Duns, cittadina sulla costa orientale della Scozia, nell’anno 1265 circa ed è morto a Colonia l’8 novembre del 1308.
È stato un filosofo e teologo scozzese francescano, autore di numerosi trattati di logica, metafisica, teologia. Tra questi, sono da segnalare i commentaria (logica, psicologia e metafisica) e il Tractatus de primo principio (dove espone le prove filosofiche dell’esistenza di Dio). A queste opere si aggiungono altre importanti dispute e scritti vari oltre che l’importante Ordinatio che rappresenta una sintesi della sua dottrina. Il suo nome è legato soprattutto alla teologia, al suo essere – come ha ricordato Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione (20 marzo 1993) – «cantore del Verbo Incarnato e difensore dell’Immacolato Concepimento di Maria».
Dedicò tutta la sua vita all’insegnamento, prima ad Oxford (1300-1302), poi a Parigi (1305-1307) ed infine a Colonia (nell’ultimo anno di vita). Fu maestro di argomentazioni assai raffinate e di sottili distinzioni, tanto da meritare il titolo di cui sopra, Doctor subtilis.
Duns Scoto è il protagonista di questo breve racconto e quanto leggerete è frutto di fantasia, fatta eccezione per i riferimenti diretti alla presente nota e a quanto segnalerò al termine dei cinque capitoli. Buona lettura!
Giovanni Covino, l’autore
I.
Domenica, 8 dicembre 1275
Il cielo della piccola città di Duns era popolato da nubi grigio scuro e i tuoni, in lontananza, annunciavano l’arrivo della pioggia. La temperatura era molto rigida e le poche persone che camminavano tra i vicoli cercavano di coprirsi e proteggersi dall’aria pungente dell’inverno che stringeva come sempre quelle terre nella sua fredda morsa. Nonostante fosse domenica, qualche artigiano impiegava le prime ore della mattina a sistemare la propria bottega in vista del lavoro della settimana, mentre le loro mogli preparavano, con l’aiuto dei figli, il pranzo un po’ più ricco del giorno di festa.

Intorno alla piccola bottega di Guglielmo un gatto gironzolava, curioso o forse affamato. Il miagolio non era fastidioso, ma una piacevole compagnia che portava una nota diversa ed allegra in quell’atmosfera così cupa e monotona tipica della piccola città scozzese. Quasi a voler premiare quella compagnia, Guglielmo aveva l’abitudine di dare un pezzettino (ma, visti i tempi non proprio rosei, davvero piccolo) di salame al gatto e anche quella volta lo fece: non appena atterrò, il felino si fiondò con una rapidità impressionante sul quel pezzettino di carne, scatenando il riso del piccolo Giovanni che osservava gli scatti lesti e intrepidi del gatto.
Intanto che il padre lavorava, Giovanni dedicava il suo tempo alla costruzione di un edificio in pietra: con i piccoli sassi che aveva faticosamente racimolato, cercava di replicare, raccogliendo dalla sua memoria quante più informazioni possibili, la forma di un castello che il papà gli aveva minuziosamente descritto dopo un viaggio a Edimburgo. Il piccolo Giovanni era innamorato di questi grandi edifici e del modo – o almeno così immaginava dopo il racconto del padre – del modo in cui si volgevano verso l’alto: era – pensava – una via che l’uomo aveva per avvicinarsi al cielo. Con quelle torri alte e sottili puntava direttamente l’azzurro sopra di lui, quell’azzurro, che dalla sua bassa statura, sembrava irraggiungibile.
Mentre pensava a queste cose e continuava la sua difficile costruzione, lontani si sentirono degli schiamazzi: un gruppetto di bambini, poco più grandi di Giovanni, correvano, si spintonavano e si offendevano l’un l’altro come solo i ragazzi di quell’età sanno fare, senza eccessive preoccupazioni. Così muovendosi, arrivarono dinanzi alla bottega di Guglielmo. Si fermarono e guardarono Giovanni sempre impegnato nella sua costruzione.
«Ehi tonto – disse il più alto e robusto del gruppetto – che stai combinando?».
Giovanni non rispondeva, concentrato su quello che stava facendo e con un sorriso che mostrava indifferenza nei confronti di quella domanda. I ragazzi della zona lo chiamavano tutti così: tonto. E questo solo perché Giovanni parlava poco e, spesso, sembrava vivere in un mondo a parte. Quando qualcuno gli chiedeva qualcosa sembrava quasi non capire. E molti, per questo, lo deridevano, considerandolo appunto un tonto.
«Parlo con te» – continuò il ragazzo, avvicinandosi in modo minaccioso. «Ho detto: che combini?».
Giovanni alzò gli occhi e lo guardò. A quel punto, il ragazzo con un calcio buttò giù la costruzione che il piccolo aveva così minuziosamente tirato su e non ebbe il tempo di alzarsi che venne colpito, con un pugno, da un altro ragazzo. Giovanni cadde a terra. Gli occhi si riempirono di lacrime che, poco dopo, iniziarono a solcare il suo viso. Guglielmo sentì le risate dei ragazzi che erano tutti intorno a suo figlio e si affrettò ad uscire dalla bottega. Appena lo videro, il gruppetto fuggì con quel classico ghigno sul viso di chi credeva di averla fatta franca. Il papà si avvicinò al piccolo e lo risollevò da terra con delicatezza.
«Giovanni, come va?» – chiese il padre.
«Bene, papà. Ho solo male qui» – disse, indicando lo zigomo destro.
«Non preoccuparti, passerà…».
Nel mentre, il rintocco delle campane interruppe Guglielmo. Il suono richiamava i fedeli della piccola cittadina: era l’ora della Messa domenicale.
«…passerà. Tutto passa. Ora però andiamo, Giovanni. È ora. Hai sentito le campane» – disse Guglielmo che nel frattempo si era diretto verso la bottega e aveva serrato la porta. Poi prese Giovanni per mano.

I due, con passo cadenzato, si avviarono seguendo il suono delle campane.
In chiesa, la liturgia traduceva in gesti i misteri più profondi della vita di Cristo. Giovanni era come assorto e guardava ogni movimento, poi fermò il suo sguardo sul crocefisso che si trovava sull’altare, pensando a quanto gli era appena accaduto e ai ragazzi che lo avevano preso di mira. Poi guardò la statua di Maria con il Bambino in braccio ed elevò una preghiera nel silenzio del suo cuore.
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