In grazia di D…ante #Dante #spiritualitàdellacultura #spiritualitàdellaletteratura

Come su tutti i grandissimi, di Dante si è detto di tutto e il suo contrario. Ammirato, odiato, incompreso per secoli ma da secoli considerato il padre della nostra lingua: non stupisce, dunque, che il dibattito su di lui sia infinito e caleidoscopio, come potenzialmente infinita e caleidoscopica è la Commedia. Tutti sappiamo a memoria la prima terzina, da nel mezzo del cammin di nostra vita fino a che la diritta via era smarrita; molti ricordano i personaggi più celebri: Paolo e Francesca, Virgilio, il conte Ugolino, su su fino a Pia de’ Tolomei, Beatrice e magari anche San Bernardo. Molti di questi, non a caso, sono all’Inferno, ma ne riparleremo. Come che sia, da pochi versi a interi canti, Dante è una tappa la cui opera, ovviamente, è indispensabile (e a buon diritto) nella formazione scolastica di ogni italiano. Ma Dante, chi era costui? Intendo: chi c’è dietro il proverbiale naso aquilino? Per dovere di cronaca, il nasone è probabilmente un falso: dopo la cecità di Omero, farsi rappresentare con qualche difetto fa molto poeta, anche se forse era un po’ gobbo. Ovviamente, non sarò certo io a proporre la chiave di lettura giusta per la Commedia, e forse non è neanche questa la sede, anche perché è un’impresa nella quale si sono cimentati senza troppo successo i più grandi. Ma proprio questo rende la sfida ancor più interessante: cosa tiene legate le tre cantiche? Se probabilmente una chiave di lettura unitaria o non c’è o non è ancora nato chi abbia il dono di trovarla, c’è però un grande elemento di unità: la fede. La Chiesa lo sa benissimo, tant’è che diversi Papi hanno scritto su di lui, non ultimi per importanza Benedetto XV e Francesco, e anche un grande santo, don Orione. Il Pontefice della Grande Guerra lo dichiarava “tutto nostro”, cioè della Chiesa, mentre don Orione desiderava che in ogni casa vi fossero due copie latine della Bibbia, la Somma tomistica e la Commedia Dantesca. Ma perché? In altri termini, perché Dante è “tutto nostro”, cioè cattolico? Come spesso succede, non è agli addetti ai lavori, ai critici letterari, che va posta la domanda, perché a volte sono troppo presi dalle accademiche dispute per ricordarsi che la letteratura, anzitutto, nasce dalla vita. E Dante viveva, eccome se viveva. E doveva avere anche una notevole vis polemica, che il carattere di toscanaccio non contribuiva certo a mitigare. Gli studiosi, dunque, la cui opera, fuor di ironia, è indispensabile, si sono in genere concentrati su altri aspetti, a seconda dei secoli, delle correnti letterarie, delle correnti filosofiche. Pietro Bembo, Cardinale di Santa Romana Chiesa, non lo include nel suo celebre canone (addita invece Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa), e fino a Gentile, pur se continuamente lodato, incensato, celebrato e imitato, non è stato davvero analizzato e riscoperto a fondo. Eppure, anche Gentile guardava più all’Inferno che non alle altre due cantiche. Insomma, ognuno ha voluto Dante “tutto suo”. E invece no: Dante è “tutto nostro”, tutto della Chiesa. A ben leggere, infatti, Dante corre attraverso l’Inferno e attraverso il Purgatorio, con Virgilio che lo tira per la giacchetta ogni qual volta lo vede fermarsi a parlare con questo o con quello, ma il suo obiettivo è il Paradiso. Commedia e Vita Nova sono una cosa sola: la prima non si può leggere senza la seconda. Dopo la vicenda terrena di Beatrice e dopo la sua morte, narrate appunto in VN, Dante non ha più la sua donna-angelo, non riesce più a pensare a Dio. E pecca, nello spirito e nel corpo: perde dunque la grazia. Ecco la selva oscura, la selva del peccato, ed ecco la necessità del viaggio catartico per ritrovare lo stato di grazia. Nell’Inferno e nel Purgatorio Virgilio può accompagnarlo, ma in Paradiso, proprio no, perché in Paradiso, almeno per le vie ordinarie, non si entra se non si è in grazia di Dio, né da morti né da vivi. Ecco perché l’angelo, a ogni cornice del Purgatorio, traccia sulla fronte del Poeta una P, la P di peccatum, ed egli si sente sollevato da un peso di cui ignorava anche l’esistenza. Poi il Letè, il fiume dell’oblio, una specie di secondo battesimo, un lavaggio lustrale che pone una barriera definitiva tra il peccato e il ritrovato stato di grazia, infine il Paradiso. Ed è qui che Dante vuole arrivare, qui che finalmente può indugiare a parlare con le anime che incontra, fino al magnifico, glorioso XXXIII, con la Vergine e la visione beatifica di Dio. Qui Dante supera sé stesso, la poesia oltrepassa la poesia: a l’alta fantasia qui mancò possa, cioè la visione di Dio non si può ridire. Dante ha ritrovato lo stato di grazia, il tesoro spirituale perduto, tutta la Commedia tendeva a questo e ora Dante è arrivato: ma nemmeno il Sommo Poeta, il padre della lingua italiana, ha le parole per descrivere il Padre. Ecco, la Commedia è questo: un viaggio verso la grazia, un viaggio verso l’amore. L’amor che move il sole e l’altre stelle.

Matteo Zaccaro

Fonte immagine: Flickr (resized)


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