Il testo comunemente noto con il titolo di Giuseppe e Aseneth è un racconto antico, privo di un autore identificato, che rielabora in forma narrativa la scarna menzione biblica di Aseneth figlia di Potiphera, sacerdote egiziano di On, data in sposa a Giuseppe, figlio di Giacobbe (Gen 41,45; 41,50; 46,20). Nella Genesi, Aseneth viene semplicemente presentata come figlia, moglie e madre, senza ulteriori dettagli. Giuseppe e Aseneth, invece, elabora in modo fantasioso e avventuroso la vicenda di questa figura femminile, ponendola al centro di un processo di trasformazione interiore e di conversione. Il testo, scritto originariamente in greco e tramandato in diverse forme, si colloca con ogni probabilità in un ambiente ebraico di lingua greca, forse in Egitto durante l’epoca greco-romana, anche se non mancano proposte alternative che ne ipotizzano una provenienza cristiana tardoantica, magari nell’area siro-palestinese. Tra le sue tematiche principali spiccano la conversione, l’abbandono degli idoli, il matrimonio misto fra un membro del popolo di Israele e una donna egiziana, l’idea di rinascita spirituale, l’angelologia e la riflessione su valori come il perdono e la misericordia verso i nemici.
Come si è appena accennato, Giuseppe e Aseneth è stato composto in greco, come si ricava da numerose analisi di stile, vocabolario e dipendenza dalla Settanta. Le versioni sopravvissute sono molteplici (sono noti oltre 90 manoscritti), con varianti anche considerevoli che rendono arduo il compito di ricostruire un unico archetipo. Per gran parte del XX secolo, gli studiosi si sono orientati su due ricostruzioni eclettiche principali, la cosiddetta «versione breve» e la «versione lunga», ma ricerche più recenti hanno suggerito di considerare le molteplici forme del testo come espressione di una vivace tradizione narrativa. La narrazione è stata trasmessa sostanzialmente in ambito cristiano, dove ha suscitato interesse anche per possibili letture allegoriche – Giuseppe come figura di Cristo e Aseneth come immagine della Chiesa – o in contesti in cui si promuovevano idee di conversione.
Nei contenuti, il testo si apre con la presentazione di Aseneth, bellissima figlia del ricchissimo sacerdote egiziano Pentephres (1,1-4). Giuseppe, governatore dell’Egitto, arriva nella regione di Eliopoli e Pentephres decide di ospitarlo. Sapendo del suo arrivo e dell’intenzione di suo padre di darla a lui in sposa, Aseneth esprime il suo disprezzo per le origini straniere di Giuseppe e lo definisce figlio di un pastore di Canaan (4,9-10). Tuttavia, quando lo vede, ne è profondamente scossa, perché si accorge della sua straordinaria bellezza e intuisce che egli è un uomo che appartiene a Dio (6,1-2). Giuseppe, per parte sua, non permette che lei lo baci e le dice: «Non è opportuno per un uomo timorato di Dio, che glorifica con la sua bocca il Dio vivente, e gusta il pane santificato della vita, e beve la bevanda santificata dell’immortalità, baciare una donna straniera» (8,5). Tale rifiuto, motivato dalle norme di purezza religiosa, umilia Aseneth, che intraprende un sincero percorso di conversione, rinnega gli dèi egizi, distrugge i suoi idoli e trascorre sette giorni in digiuno e penitenza, pregando il Dio di Giuseppe (10,8-15; 11,5-7).
Nel corso del suo pianto e del suo digiuno, Aseneth riceve la visita di un personaggio angelico descritto come un «uomo del cielo», di aspetto talmente radioso da ricordare un lampo e da farle provare un terrore reverenziale (14,1-9). È significativo che questo visitatore, talvolta identificato con l’arcangelo Michele, le annunci che la sua preghiera è stata ascoltata e che la sua anima è stata accolta dal Dio altissimo (15,13-17). Aseneth viene così rassicurata: da quel momento il suo nome sarà iscritto nel libro della vita e lei sarà trasformata, pronta a diventare la sposa di Giuseppe. Ciò sottolinea la linea teologica del racconto, che insiste sulla misericordia divina verso i penitenti e sulla forza del perdono. L’angelo le offre un «favo di miele», definito «lo spirito della vita» (16,14-15). È un immaginario profondamente simbolico, in cui il cibo celeste conferma la rinascita interiore della donna. Da quel momento, Aseneth è rigenerata e può finalmente unirsi a Giuseppe con legittimità spirituale (18,1-11).
Il testo definisce Giuseppe ripetutamente con espressioni che rimandano a una dimensione divina. Si parla di lui come «figlio di Dio», un sintagma che nell’ambiente ebraico di lingua greca non necessariamente indica una vera e propria figliolanza divina in senso cristiano, ma esprime piuttosto l’idea che Giuseppe sia un uomo particolarmente gradito a Dio, colmo del suo spirito. In più punti, Giuseppe è descritto come dotato di uno splendore simile alla luce solare, tanto da rendere evidente il suo status elevato, quasi angelico. Aseneth stessa, dopo aver parlato ingiustamente di lui, lo riconosce come un uomo non comune, dicendo: «Quale uomo sulla terra potrebbe mai generare tanta bellezza?» (6,5).
L’appellativo «figlio di Dio» in Giuseppe e Aseneth, pertanto, riveste una funzione teologica e letteraria di grande rilievo: sottolinea la straordinarietà del protagonista e, al contempo, la sua capacità di portare salvezza e protezione. Non stupisce che, in contesti cristiani posteriori, quest’opera sia stata letta come una prefigurazione delle nozze mistiche di Cristo con la Chiesa o come un messaggio di conversione rivolto a chi si allontana dall’idolatria per abbracciare il vero Dio. Aseneth, del resto, è ritratta come modello del prosèlito: abbandona i propri dèi, distrugge tutto ciò che la legava al culto pagano e si avvicina al Dio d’Israele. In tal senso, il suo percorso di penitenza e rigenerazione è paradigmatico per chiunque desideri aderire a una fede monoteistica.
Il matrimonio fra Giuseppe e Aseneth è dunque non solo l’unione tra due individui, ma anche un simbolo dell’ingresso di una straniera nel popolo di Dio. Dopo la celebrazione, i due si stabiliscono in Egitto. La storia, però, non procede in modo idilliaco, ma si concentra su un complotto ordito dal figlio del faraone, geloso di Giuseppe e innamorato di Aseneth (23,1-2). Invidioso del prestigio di Giuseppe e della sua ascesa al potere, egli decide di ucciderlo e di rapire Aseneth per costringerla a sposarlo. Per raggiungere questo scopo, arruola alcuni fratelli di Giuseppe, in particolare i figli di Bila e di Zilpa, servitrici di Lia e Rachele, scontenti del predominio di Giuseppe. Tuttavia, il tentativo fallisce miseramente. La congiura si consuma presso un torrente, dove i congiurati si nascondono (24,19). Aseneth fugge in preda allo spavento, ma viene prontamente difesa da Beniamino, il più giovane dei fratelli, che con una pietra colpisce mortalmente il figlio del faraone (27,2-3). L’aspetto sorprendente di questa vicenda è la dimensione della benevolenza da parte di Aseneth: lei implora di non vendicarsi sui congiurati e mostra misericordia proprio verso costoro, dicendo ai fratelli: «Non dovete assolutamente ripagare il male con il male» (28,14). Questo passaggio anticipa, in forma narrativa, il tema dell’amore per i nemici, che sarà al centro dell’insegnamento evangelico. Nel testo, la donna, ormai trasfigurata dal suo rapporto con il Dio altissimo, preferisce la compassione: «Sono pur sempre i vostri fratelli, sangue di vostro padre Israele; fuggono davanti a voi, perdonateli» (28,14). L’angelo aveva già raccomandato di agire con pietà e di non rendere male per male. I fratelli, in particolare Simeone e Levi, vengono così convinti dalle suppliche di Aseneth e mettono da parte la loro sete di vendetta. Il messaggio implicito, per un lettore dell’antichità e di epoca successiva, è l’elogio della mitezza di fronte a un’ingiustizia subita, in nome di una fiducia più grande nella provvidenza divina. Di conseguenza, Giuseppe e Aseneth non è solo un racconto di vicende familiari ampliate rispetto a Genesi, ma anche un’opera di profonda riflessione etica sulla conversione e sulle virtù legate al monoteismo.
Una peculiarità dell’opera è la sua natura ibrida: si colgono elementi tipici dell’antico romanzo greco (tema del matrimonio, ostacoli iniziali, tensioni, gelosia, agguati e contrasti con un antagonista, riconoscimenti e finale festoso) e aspetti di interpretazione biblica (la cosiddetta «riscrittura» di un passo delle Scritture in cui un semplice accenno a un personaggio femminile diventa un racconto esteso). Il carattere «multiforme» dell’opera spiega la sua fortuna nella storia degli studi, poiché ha offerto spunti per ricerche su temi come i matrimoni misti, le norme di purezza e di pentimento, la non violenza, la figura di Giuseppe nel giudaismo, l’angelologia e la lettura allegorica in ambito cristiano.
Nell’ampia tradizione dei testi ebraici del periodo del Secondo Tempio, si rintracciano opere che raccontano in maniera innovativa episodi biblici. Giuseppe era un soggetto ampiamente rivisitato anche in altri scritti, ma qui l’attenzione è posta su Aseneth, che da semplice comparsa in Genesi si trasforma in protagonista assoluta di una lunga narrazione. È dunque un perfetto esempio di «riscrittura biblica» o «midrash narrativo» in cui l’autore, o gli autori, prendono spunto da una lacuna della Scrittura (in cui alla donna sono dedicati tre versetti appena) per elaborare una vicenda completa di conversione, amore e conflitto. Inoltre, la presenza di simbolismi come il favo di miele e la comparsa dell’«uomo celeste» testimoniano l’intreccio fra la cultura giudaica, la sua tradizione sapienziale, e l’ellenismo, con la sua tendenza a creare storie di tipo romanzesco che inseriscono elementi di meraviglia e mistero.
La vicenda si conclude con il fallimento del complotto ordito dal figlio del faraone e dal gruppo di fratelli ostili, la morte del principe egizio e l’ascesa definitiva di Giuseppe a sovrano dell’Egitto (29,7-9). Con la sua saggezza, egli amministra le risorse del regno e, fino alla morte, rimane fedele al Dio che lo ha elevato. Aseneth, ormai parte integrante della famiglia d’Israele, è la madre di Manasse ed Efraim (Gen 46,20), e, nella narrazione arricchita, colei che è divenuta «Città di Rifugio» per tutti coloro che si pentono.
Giuseppe e Aseneth è certamente un’opera affascinante per la sua valenza storica, letteraria e teologica. Mostra come, all’interno del giudaismo del periodo ellenistico ci si interrogasse sulla possibilità della conversione, sull’adesione esclusiva al Dio d’Israele e sul perdono dei nemici. L’uso dell’espressione «figlio di Dio» riferita a Giuseppe, insieme alla descrizione della sua straordinaria bellezza, ne fa una figura al confine tra l’umano e il divino. La dimensione mistica e simbolica si intreccia all’avventura romanzesca: Aseneth rinnega i propri dèi e viene ricreata mediante un’esperienza visionaria e sacrale, rappresentata dal favo di miele. La coppia formata da Giuseppe e Aseneth risulta unita non solo da un legame di sangue e legittimità (nel testo biblico), ma da una profonda sintonia spirituale, che la narrazione esalta rendendola esempio di un’unione sancita dall’approvazione divina. All’interno dei racconti antichi, la scelta di affidare a una figura femminile il ruolo primario nella conversione e nella misericordia verso i nemici risulta notevole e innovativa. Così, Aseneth assume un rilievo che la Bibbia ebraica non le aveva concesso, diventando emblema di come la salvezza non sia riservata a un singolo popolo, ma si apra a chiunque riconosca il Dio vivente e ne segua i comandamenti di pietà e giustizia.
Adriano Virgili
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