Meditazione orientale: mito e realtà. #oriente #meditazione #lanternadelcercatore

La “secolarizzazione” moderna e contemporanea nasconde, quasi paradossalmente, una grande sete di trascendente e di spiritualità da parte dei singoli. Un esempio è la diffusione delle pratiche meditative orientali (solitamente di stampo buddhista) in Occidente.
Negli anni ’70 e ‘80 dello scorso secolo, a seguito dell’affermazione del Giappone come potenza economica mondiale e ai conseguenti scambi commerciali e culturali, ci fu una diffusione della meditazione Zen in occidente, ristretta più che altro al ceto medio-alto (manager, professionisti, imprenditori, ecc.).
Diverso è il discorso della meditazione di stampo Indiano, a partire da quella legata all’induismo, molto popolare negli anni ’60 e ’70 alla più recente Vipassana di stampo buddhista che si è diffusa in occidente anche grazie alla Mindfulness di Jon Kabat Zinn che ha sintetizzato principi psicologici e biologici con pratiche yoga e di meditazione Vipassana al fine di ridurre il dolore cronico fisico.
Ma quali sono “promesse” della cultura meditativa di queste tradizioni? E come si traducono nella quotidianità?


L’Ente Nazionale del Turismo Giapponese definisce il buddismo Zen come: una “pratica di meditazione il cui obiettivo è raggiungere l’autorealizzazione e la consapevolezza di sé. Chi pratica lo zen non si affida a potenti divinità, ma piuttosto si lascia guidare dal proprio maestro lungo un cammino spirituale”.
I pilastri dello Zen sono: gli insegnamenti, la pratica e l’illuminazione,
Già da queste definizioni si può intuire il “prezzo” che questa autorealizzazione e consapevolezza comportano.
Innanzitutto, il rapporto con il maestro solitamente molto direttivo, che impone una disciplina di vita molto dura e severa sia nella meditazione individuale che collettiva.
Nelle sessioni collettive, ad esempio, la pratica meditativa può durare a lungo durante la giornata, e se ci si addormenta, il maestro, con un bastone apposito, dà una sferzata sulla spalla al praticante, che ringrazia di questa attenzione che lo riporta a focalizzarsi sulla meditazione.
Durante i pasti (molto essenziali) non bisogna far rumore neanche con le stoviglie (una ciotola) e se lo si fa si deve chiedere scusa agli altri praticanti.
Certo è che la pratica meditativa nello Zen non è volta solo alla consapevolezza ed alla autorealizzazione, bensì all’illuminazione.
L’illuminazione, a sua volta è intesa come “intuizione totale del vuoto di tutte le cose” che supera l’essere stesso dell’uomo e trascende l’ego, dove l’ego è insieme di credenze e concezioni, che si hanno del sé e che sono di natura “illusoria”. In altre parole, l’ego può essere determinato dalla nostra nazionalità, dall’ambiente familiare in cui siamo cresciuti dalle nostre abitudini ecc.
Per raggiungere questo vuoto o “nulla” ci sono varie pratiche, ad esempio lo za-zen, che si basa sulla meditazione sul respiro, , il koan zen che è una pratica basata sulla risoluzione di un indovinello o problema enigmatico in modo intuitivo o tramite il ragionamento discorsivo. Oppure la pratica del “mu” dove ad ogni respiro viene ripetuta la parola . “mu”.
Il mu è definito poi, come “barriera senza porte” una specie di resistenza da parte dell’essere alla trascendenza, che deve essere superata e che si penetra sempre più a fondo ad ogni respiro.
È evidente che una cosa sono la consapevolezza di sé, il rilassamento e la concentrazione, ed un’altra cosa è l’illuminazione.
Quindi, in principio la meditazione Zen attrae i praticanti con il fascino della consapevolezza e dell’autorealizzazione, e si dichiara compatibile con altre religioni e con la vita quotidiana di ciascuno, specialmente se presentata così da maestri carismatici e/o tranquillizzanti
Non è né banale né facile coltivare questa pratica da soli, per cui prima o poi si finisce a frequentare, se si è fortunati dei monasteri Zen, oppure dei centri legati alla tradizione Zen dove la pratica collettiva e/o individuale con il maestro finiscono per influenzare significativamente il pensiero ed il modo di sentire se non le abitudini di vita del praticante, con conseguenze più o meno fortunate.
Lo stesso vale per la meditazione Vipassana. Anche essa è finalizzata all’illuminazione, intesa però come “cessazione della sofferenza”, ed anche essa si basa su una disciplina di vita molto rigida ed essenziale.
Vipassana significa “vedere le cose come realmente sono” o “chiara visione” ed ha un’articolazione filosofica abbastanza complessa, a mio avviso interessante, che descrivo per sommi capi:
L’accettazione non giudicante e l’equanimità prevedono la sospensione del giudizio e il superamento concettuale della dualità buono-cattivo.
In altri termini, sospendendo una valutazione, prima di noi stessi e poi degli altri e delle cose che ci accadono, riusciamo a “trascendere” l’attaccamento a caratteristiche desiderabili o ad avvenimenti piacevoli e la repulsione verso peculiarità nostre o del prossimo che non ci piacciono assolutamente, oppure la rimozione dei nostri pensieri e sentimenti spiacevoli di fronte ad eventi avversi di qualsiasi tipo.
In questo modo si dovrebbe raggiungere una visione equilibrata ed oggettivante di noi stessi, degli altri e degli eventi della nostra vita.


Un altro principio è la distinzione tra “fare” ed “essere”. Nella modalità del “fare” noi ci identifichiamo con le nostre azioni ed i nostri pensieri e sentimenti, nella modalità dell’”essere” si comprende sempre più profondamente che noi siamo “altro” dai nostri eventi mentali, azioni o moti dell’animo.
Infine, il concetto di impermanenza ricorda la transitorietà degli eventi, e con essi di quello che pensiamo, sentiamo o facciamo in un dato momento.
A mio avviso è un approccio molto affascinante che senz’altro aiuta ad entrare in contatto con la verità di sé stessi in modo equilibrato e può essere praticata relativamente in autonomia anche pochi minuti al giorno.
Molti studi hanno dimostrato l’efficacia delle pratiche Zen e Vipassana sul fisico e sulla mente, ma l’ “insidia” spirituale che si nasconde dietro questi approcci è l’ ”autosufficienza spirituale”.
Infatti, dal momento che la meditazione è una pratica auto ipnotica, basata sulla respirazione, c’è il rischio che si confonda il benessere derivante dalla pratica come “auto illuminazione” il che può portare, alle estreme conseguenze, all’alienazione ed all’ossessivizzazione del pensiero sul respiro.
Ce’da dire che un conto, sono il buddhismo Zen o Vipassana, cui si associano delle filosofie codificate e strutturate da millenni un’altra sono gli “approcci” meditativi legati a queste due tradizioni.
Infatti, almeno in Italia, ci sono numerosissimi centri “olistici” più o meno seri che pullulano di sedicenti “maestri” di pratiche meditative di stampo orientale che spesso sono un sincretismo (a volte pericoloso), di varie dottrine e tradizioni orientali tra loro molto diverse che portano, a mio avviso, solo confusione ai discenti.
Tuttavia, la filosofia e pratica buddhista, a prescindere dalle varie correnti e tradizioni, può, secondo me, condurre ad una ricerca autentica, perlomeno della verità di noi stessi purché condotta con rigore, costanza, onestà intellettuale e di animo.
Molte sono state le esperienze di dialogo tra buddhismo e cristianesimo, nel corso dei secoli ed un esempio moderno è la spiritualità di John Main che ha dato vita alla meditazione cristiana, una pratica che non si sostituisce alla preghiera quotidiana, ma che consente di entrare in relazione con la propria interiorità in una integrazione corpo-mente-cuore.
Del resto, le pratiche meditative erano proprie dei Padri del Deserto, ad esempio, John Main si è ispirato agli insegnamenti di Giovanni Cassiano.
A mio parere, se il dialogo con le religioni Orientali si svolge con rispetto ed apertura si possono trarre esperienze positive ed arricchimenti, dato che ogni ricerca autentica ed onesta porta alla stessa fonte.
Infatti, in un mondo che, nonostante il suo incredibile progresso, è conscio della sua povertà spirituale, mancanza di radici e superficialità, incapace di gestire le guerre, eliminare l’ingiustizia sociale, la discriminazione razziale e di genere, il crollo della famiglia e la paura del futuro, le grandi religioni in primis possono dare risposte e valori spirituali duraturi di Pace ed unione ed dialogo interreligioso può portare a sintesi nuove e creative che ampliano ed arricchiscono di valori tradizionali di tutte le grandi Confessioni.

Alberta Miele


BIBLIOGRAFIA:
Johston, W: “L’Occhio interiore- inedita meditazione sul senso della vita mistica” 1987- Città nuova editrice- Roma Con approvazione ecclesiastica
Montano, A.: “Mindfulness- guida alla meditazione di consapevolezza” 2007 Edizioni Ecomind- Salerno.


SITOGRAFIA
https://wccmitalia.org/
https://www.japan.travel/it/guide/meditation/
https://www.dhamma.org/it/about/vipassana


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