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Letteratura e quaresima

La confessione di Oreste

Il bisogno di purificazione interiore non è inventato, fantasioso o culturalmente determinato. È nella costituzione intima dell’uomo al pari di quello di mangiare e di bere. Per quanto tentiamo di nasconderlo, di di giustificarci, di non vederlo, di fingere che non esista, la voce interiore ce lo ricorda sempre. E non solo la voce interiore. Da quando l’uomo si ricorda di esistere, infatti, ossia da quando ha iniziato a registrare in un modo qualsiasi i propri sentimenti e le proprie riflessioni, questo desiderio è al centro di molte opere. E anche oggi, yoga, mindfulness e simili, a che altro tendono? Ora, sia detto in modo provocatorio -ma neanche troppo- se la creatività di Cristo non avesse inventato la confessione, probabilmente non avremmo alcuni tra i testi letterari più celebri. L’Orestea, per esempio, è l’unica trilogia che ci sia giunta intera dal teatro greco, dunque l’unico esempio di dramma antico sul quale possiamo dire effettivamente qualcosa. Oreste ha commesso il crimine dei crimini: ha ucciso la madre Clitemnestra. Certo, l’ha fatto per vendicare a sua volta l’assassinio e il disonore del padre, operati da Clitemnestra stessa, cosa che per le categorie mentali dell’epoca l’avrebbe quasi giustificato. Ma l’orrore rimane. Si reca a Delfi per i rituali di purificazione, si mette sotto la protezione di Apollo, ma non funziona. E come potrebbe? Manca l’effetto interiore, manca la pace: manca la grazia. Complessi rituali come quelli delfici, digiuni estenuanti, esercizi fisici più o meno elaborati possono darci l’illusione della calma, ma non ci daranno mai la pace, come quella che cercava Oreste.
In Atene, il tribunale dell’Areopago, fondato apposta per giudicarlo (e chiamato in causa da Eschilo per qualche applauso in più, ndr), è spaccato a metà. La dea Atena lo assolve, ma senza assolverlo. Vota a suo favore, ma solo per mettere fine a una serie di bagni di sangue che altrimenti si sarebbe trascinata in eterno. Così, Oreste se ne va assolto, ma senza assoluzione. E anche Tess dei d’Urberville, il cui romanzo omonimo proprio non riesco a farmi piacere, è tormentata da un peccato che tra l’altro, a ben guardare, tale forse non è, perché non è colpa sua. L’uno, Oreste, ha commesso un crimine anche terreno, l’altra qualcosa che forse non lo è neanche per Dio. Entrambi, oggi, ritroverebbero la quiete interiore in modo molto semplice: “E io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Perché un dio che prova a purificarci possiamo anche immaginarlo, un dio che dice qualche parola su di noi in fin dei conti è comprensibile, ma un dio che sia più intimo a noi di quanto non lo siamo noi stessi, più dentro al nostro cuore del nostro cuore stesso, che scavi e lavi a fondo la nostra anima, questo proprio no. Per immaginarlo ci voleva Dio, Dio che intende i nostri desideri prima e meglio di noi. Un Dio che dice: “Io ti assolvo per tutta l’eternità”. A noi è dato ciò che Oreste avrebbe desiderato e che Tess non poteva avere, a noi è dato di sentire le parole: “Il Signore ha perdonato i tuoi peccati, va’ in pace”. Sfruttiamo dunque il tempo della quaresima per riscoprire, non solo attraverso qualche mortificazione esteriore, il sacramento della pace e della purificazione, quello che già dal nome annuncia il compimento di quella eterna speranza dell’uomo: la riconciliazione. Con Dio, e quindi con sé stessi e con gli uomini. E così potremmo dire, a noi stessi e agli altri: “Il Signore ha perdonato i tuoi peccati, va’ in pace”.


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