Il testo qumaranico noto comunemente come Rotolo della guerra o Regola della Guerra offre una testimonianza unica delle aspettative militari ed escatologiche di un gruppo di giudei vissuti durante il periodo del Secondo Tempio. L’opera, spesso designata con la sigla 1QM o semplicemente M, fu scoperta tra i primi sette manoscritti emersi nell’area di Qumran a metà del Novecento e risale paleograficamente alla metà del I secolo a.C. La designazione di 1QM gli è stata assegnata in quanto la lettera M, iniziale di milḥamah (“guerra” in ebraico), indica con immediatezza il contenuto essenziale del testo. Il rotolo, lungo circa 2,90 metri e largo in media 16 centimetri, conserva diciannove colonne di testo, sebbene tracce materiali facciano supporre che in origine fossero presenti altre sezioni.
Non è facile stabilire con certezza la datazione compositiva del testo. Si ipotizza che il testo possa essere stato scritto nella seconda metà del II secolo a.C. o subito prima della datazione paleografica della metà del I secolo a.C. In ogni caso, l’uso del termine kittîm come designazione dei nemici più significativi solleva questioni cronologiche: alcune opere del corpus qumranico lo associano ai Seleucidi, altre lo riferiscono ai romani. L’analisi della terminologia militare e del contesto storico non ha fornito soluzioni definitive, poiché elementi bellici di epoca ellenistica e influssi di epoca romana sembrano intrecciarsi. In ogni caso, è un testo di natura chiaramente «settaria», destinato a un gruppo specifico – verosimilmente la comunità qumranica – che lo considerava un «regolamento» per la guerra finale, così come la Regola della Comunità e il Documento di Damasco fungevano da regolamenti per la vita interna del gruppo.
La narrazione del Rotolo della Guerra, così come risulta dalla porzione oggi disponibile, illustra un conflitto escatologico diviso in due fasi, con uno sguardo che integra l’orizzonte terreno e l’intervento diretto delle potenze celesti. La prima fase prevede uno scontro con i «figli delle tenebre», cui si oppongono i «figli della luce», designati anche come il fedele «resto» di Israele. Il testo utilizza espressioni mutuate dal libro di Daniele (soprattutto dal capitolo 11) e definisce i traditori giudei come i «violatori del patto», mentre i nemici più lontani sono per l’appunto i kittîm e i loro alleati. Le colonne iniziali presentano il contesto militare e l’idea di un primo scontro breve ma sanguinoso, la cui vittoria dipenderebbe soprattutto dall’intervento divino. Subito dopo, si prevede un ritorno massiccio degli esiliati di Israele e di Giuda nel territorio di Giudea, evento che consentirebbe la riunificazione delle dodici tribù e aprirebbe la strada alla seconda fase, «la guerra delle divisioni», di quaranta anni contro tutti i nemici sparsi nel mondo allora conosciuto.
In questa seconda parte, l’opera indugia su aspetti sia tattici sia liturgici, delineando un manuale di guerra in cui i sacerdoti e i leviti assumono un ruolo centrale, con preghiere da recitare in vari momenti del combattimento, regole di purezza per i militi e istruzioni minuziose sull’equipaggiamento. Il testo non si limita a una semplice elencazione di strategie: «Quando starà in piedi… saranno disposte sette linee» (IV,16-17) si legge in un passaggio che illustra lo schieramento degli uomini, i loro scudi e le loro lance. Nonostante la ricchezza di dettagli formali, la descrizione non si esaurisce nella esposizione di tattiche belliche, ma lascia trasparire la convinzione che, senza la presenza e l’aiuto divino, nessuna vittoria sia possibile.
La mescolanza di dimensione militare e dimensione rituale appare evidente nelle preghiere che il Rotolo della Guerra pone in bocca ai sacerdoti in vari snodi della battaglia. Per esempio, una delle formule di benedizione e incoraggiamento risuona così: «Non abbiate paura, non si rammollisca il vostro cuore, non spaventatevi e non allarmatevi innanzi a loro, poiché il vostro Dio cammina con voi per combattere per voi i vostri nemici e per salvarvi» (10,3-4). Queste parole, ispirate alla tradizione biblica e inserite in un contesto di guerra imminente, ribadiscono che «tua, infatti, è la guerra!» (XI,2), espressione che sottolinea la convinzione della comunità: la vittoria appartiene a Dio e a lui solo.
Questo carattere liturgico si fonde con una struttura di «manuale», dato che si trovano istruzioni sulle trombe da utilizzare, i loro possibili suoni e le iscrizioni che vi si devono apporre; all’interno del testo si legge: «Sulle trombe della convocazione dell’assemblea, scriveranno: “Chiamati di Dio”» (III,2). Allo stesso modo, anche le insegne di guerra e i vessilli di ogni linea militare devono contenere frasi evocative, scritte in oro e argento o talvolta impreziosite da pietre dure. Questo accentua la dimensione simbolico-rituale: la battaglia non è semplicemente vista come uno scontro terreno, ma come uno scontro cosmico fra il partito di Dio e il partito di Belial. A questo proposito, il testo ribadisce che «il loro sostegno consiste in ciò che non è, non sanno che dal Dio di Israele deriva tutto ciò che è, ciò che fu e ciò che sarà» (XVII,4-5).
La parte più compatta, compresa tra le colonne III–IX, analizza l’armamento, i requisiti per i soldati, la disposizione delle forze, il suono delle trombe e dei corni e la gestione dei momenti culminanti, come l’inizio dello scontro, l’insegna del contrattacco o il segnale per il ritorno all’accampamento. Si specifica che “quando partono per la guerra sulle loro insegne scriveranno: «Verità di Dio, giustizia di Dio, gloria di Dio, giudizio di Dio» (IV,6), creando un immaginario scenografico in cui l’esercito avanzerebbe non solo con armi e protezioni fisiche, ma anche con dichiarazioni di alleanza divina ben visibili su scudi e bandiere.
Questo aspetto cerimoniale è cruciale, poiché la comunità qumranica interpretava la battaglia ultima come la realizzazione di una profezia ancora non adempita, in cui le forze del bene, capeggiate da Dio stesso, devono sconfiggere ogni male, interno o esterno. Lo si legge chiaramente anche nelle maledizioni contro gli spiriti maligni: «Sia maledetto Belial nel suo disegno ostile, sia esecrato nella sua colpevole dominazione! Siano maledetti tutti gli spiriti del suo partito… essi sono il partito delle tenebre, mentre il partito di Dio è per la luce eterna» (XIII,4-6).
Le ultime colonne del manoscritto conservato presentano un tono più teso, in cui si descrivono momenti di difficoltà sul campo: la fede del gruppo può vacillare, e viene ricordato che le perdite dei «figli della luce» non sono prive di senso, bensì dipendono da «misteri di Dio» (XVI.11) che mettono alla prova la costanza e la dedizione dei combattenti. Il testo introduce anche scene incoraggianti: «Nella terza fase i figli della luce avranno il sopravvento; ma nella quarta fase, i figli delle tenebre si cingeranno di forza…» (XVII,16). Questa alternanza di successo e cedimento continua finché la «mano grande di Dio» (XVIII,1) decide definitivamente di intervenire nella notte, sterminando il nemico con la «spada di Dio» (XIX,11). Da quel momento, la regola tace, e la conclusione appare frammentaria, lasciando intendere che tutto il male risulti infine annientato e che agli eredi del patto rimanga solo l’invito a lodare il Dio di Israele.
Una questione chiave nella ricostruzione storica e letteraria riguarda il ruolo dei kittîm. Sebbene, come si è già accennato, alcuni testi qumranici identifichino i kittîm con i Seleucidi, in altri luoghi (come il Pesher di Abacuc) essi sono identificato con i romani. Esiste la proposta secondo cui l’opera, nella sua fase più antica, fosse ambientata al tempo della dominazione seleucide, venendo poi rimaneggiata in epoca romana. Questa evoluzione potrebbe riflettere la transizione storica dalla realtà ellenistica a quella romana, con il gruppo di Qumran che rielabora il proprio orizzonte di attese apocalittiche per includere i mutamenti geopolitici. Il testo, in effetti, sembra risentire del passaggio dalle ostilità con il dominio seleucide a quelle con la potenza imperiale di Roma, e con il termine kittîm potrebbe indicare i vari nemici stranieri succedutisi nel controllo della Giudea.
Il corpus più ampio dei testi di Qumran conserva, oltre a 1QM, anche altre versioni o frammenti che trattano di guerra, rinvenute principalmente nelle Grotte 4 e 11. Alcuni di questi documenti sono considerati copie dello stesso Rotolo della Guerra, sebbene con notevoli varianti; altre testimonianze, come 4Q285 o 11Q14, paiono comporre un Libro di Guerra distinto. Questi materiali, indicati insieme come War Texts o M Texts, suggeriscono una vivace attività scrittoria e un continuo affinamento della dottrina militare ed escatologica. Ciò dimostra quanto centrale fosse il tema del conflitto finale nella visione escatologica di chi compose o utilizzò tali manoscritti.
L’intensa enfasi sulla purezza sacerdotale, ribadita nel testo, mostra come il clero qumranico non fosse concepito come un semplice elemento cultuale, bensì come il cuore strategico dell’evento bellico. Si legge in un punto: «Quando si formeranno le linee di combattimento di fronte al nemico, linea di fronte a linea… usciranno dall’intervallo centrale sette sacerdoti figli di Aronne, vestiti di abiti di bisso bianco» (VII,9-10), sottolineando la necessità che i sacerdoti si trovino fisicamente in mezzo all’esercito, pronti a suonare le trombe e a dirigere i guerrieri. Il testo ordina anche di mantenere una distanza di circa mille cubiti dall’accampamento quando si tratta di impurità, perché «con le loro truppe ci sono angeli santi” (VII 6), a suggello dell’idea che forze celesti e terrene agiscano insieme.
Molte parti del testo si ricollegano alle tradizioni bibliche e rielaborano figure come Golia, passato di generazione in generazione come emblema dell’avversario sconfitto da un uomo pieno di fede. L’episodio è ricordato quando si afferma: «Tua, infatti, è la guerra! Egli [David] ha pure umiliato mille volte i Filistei in virtù del tuo santo nome» (XI,2-3). Allo stesso modo, ampio spazio si dedica alla memoria dell’Esodo, con citazioni riferite all’annientamento del faraone e delle sue milizie nel Mar delle Canne e con il parallelismo tra questa antica liberazione e la vittoria escatologica che la comunità si attendeva.
Una questione interpretativa di rilievo è la coesistenza di parti che appaiono in lieve contraddizione interna. Per molto tempo si è pensato che il Rotolo della Guerra fosse un testo unitario, ma l’analisi di passaggi come la contrapposizione tra le colonne X–XIV, molto fiduciose nella vittoria certa, e le colonne XV–XIX, in cui si prevedono momenti di scoraggiamento tra le truppe, ha indotto alcuni studiosi a postulare fasi redazionali diverse. Secondo un’altra linea interpretativa, simili differenze rifletterebbero semplicemente le due fasi della guerra escatologica: la prima, breve e decisa da un intervento soprannaturale istantaneo; la seconda, lunga, con passaggi alterni di sconfitta e trionfo, fino a una conclusione radicale nella notte, quando Dio interviene definitivamente. Citando proprio una formula di incoraggiamento: «Non abbiate paura! Non temete… non indietreggiate né fuggite davanti a loro! Sono, infatti, un’assemblea empia» (XV,8-9), si capisce che la retorica in alcuni momenti debba sollevare il morale di un esercito in difficoltà.
Non mancano parallelismi con altri scritti qumranici, come la Regola della Comunità e la Regola dell’Assemblea, che regolano la vita del gruppo in fasi diverse: quando ci si trova ancora in una condizione di minoranza, oppure quando si prospetta un’epoca messianica futura, in cui tutto Israele ritornerà unito. È in questo secondo scenario che il Rotolo della Guerra troverebbe la sua collocazione più prossima: un regolamento per il “dopo” raduno di tutti i figli di Israele, pronti a muovere guerra contro l’empietà del mondo e contro gli elementi corrotti interni. Lo afferma anche la visione di un’alleanza che ricomprenda le dodici tribù, richiamata dal testo quando dice «ai capi tribù e ai capi famiglia dell’assemblea… costoro saranno presenti agli olocausti e ai sacrifici cruenti» (II,3-5). L’idea è che ci sia un futuro tempo in cui la nazione risorta, purificata, combatterà contro la coalizione malvagia, e allora tutte le regole di purità e i riti verranno applicati al campo di battaglia.
La presenza di canti e benedizioni, come quello che recita: «Sorgi, potente! Prendi i tuoi prigionieri, uomo di gloria! Impadronisciti del tuo bottino… Schiaccia i popoli tuoi nemici» (XIX,2-4), rende evidente come l’entusiasmo liturgico, tipico del culto, venisse trasferito nell’ambiente militare. L’assemblea di sacerdoti e combattenti si ritrova a esaltare la gloria divina e a ringraziare per la vittoria, come se la lotta terrena fosse una prosecuzione diretta del servizio sacro. La chiusura del testo, purtroppo incompleta, mostra comunque l’alba dopo la battaglia notturna: «In quella notte si riuniranno nell’accampamento, per il riposo, fino al mattino, e al mattino andranno al luogo della linea di combattimento… Ed eccoli tutti colpiti!» (XIX,9-10). Quando la luce del giorno rivela il campo disseminato di nemici caduti, diventa palese che la potenza del Signore li ha annientati, lasciando i figli della luce a contemplare la disfatta del male.
È interessante che, benché l’opera probabilmente godesse di un’autorità notevole all’interno della comunità qumranica – come testimonia la presenza di più copie e varianti –, non abbia lasciato tracce in altri ambienti giudaici o in fasi successive dell’ebraismo. Questo suggerisce che la setta di Qumran, considerata minoritaria, fosse probabilmente l’unico luogo di fruizione del presente scritto; con la distruzione del loro insediamento sulle sponde nord-occidentali del Mar Morto, avvenuta nel 68 d.C., l’opera andò perduta. Solo in seguito al rinvenimento casuale dei manoscritti nelle grotte di Qumran nel 1947, il mondo moderno ha potuto riscoprire questo affascinante testo.
In senso generale, il Rotolo della Guerra si mostra come una guida dettagliata per affrontare lo scontro finale contro le forze del male, unendo alla perfezione di un trattato di guerra l’anima profetico-liturgica di un testo sacro. «Tua è la guerra, e la potenza viene da te, non da noi» (XI,4-5) riassume lo spirito dell’intera composizione: l’uomo si prepara, compie riti di purificazione, dispone i suoi schieramenti, ma confida soprattutto nell’aiuto divino. Questo connubio tra realtà terrena e dimensione soprannaturale rende la Rotolo della Guerra un documento singolare nel panorama del Secondo Tempio, riflesso delle speranze e delle ansie di un gruppo pronto a intraprendere una guerra decisiva, certo che la giustizia e la verità avrebbero infine trionfato.
Adriano Virgili
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