1. Introduzione: la sfida della modernità e la visione integrata di Leone XIII
Il tramonto del XIX secolo si presentava come un’epoca di profonde e spesso traumatiche trasformazioni. La cosiddetta “crisi della modernità” non era un’astrazione intellettuale, ma una realtà tangibile che scuoteva le fondamenta stesse della civiltà europea e, per riflesso, del mondo intero. L’eco potente della Rivoluzione Francese continuava a riverberare, avendo sdoganato ideali di libertà, uguaglianza e fraternità che, pur nobili nelle loro aspirazioni originarie, erano stati interpretati e applicati in modi spesso radicalmente anticlericali e antireligiosi. Parallelamente, la Rivoluzione Industriale ridisegnava i paesaggi, svuotava le campagne e creava nuove, immense concentrazioni urbane, dando origine a una “questione sociale” di proporzioni inedite, caratterizzata da sfruttamento, povertà e tensioni crescenti tra capitale e lavoro. Su questo sfondo, si affermavano con forza correnti di pensiero come il liberalismo, con la sua enfasi sull’autonomia individuale e sulla neutralità dello Stato in materia religiosa; il socialismo, che proponeva soluzioni radicali alla questione operaia, spesso implicando la lotta di classe e l’abolizione della proprietà privata; il positivismo, che esaltava la scienza come unica forma di conoscenza valida, relegando la fede e la metafisica a stadi superati dell’evoluzione umana; il razionalismo, che assolutizzava le capacità della ragione umana a scapito della rivelazione; e un crescente secolarismo, che mirava a espellere la dimensione religiosa dalla sfera pubblica. Questi fenomeni, nel loro complesso, non solo mettevano in discussione l’assetto tradizionale della società cristiana, ma minavano l’autorità stessa della Chiesa Cattolica, percepita da molti come un ostacolo al progresso e alla modernizzazione.
In questo scenario complesso e carico di sfide, il pontificato di Leone XIII (1878-1903) emerge con una lucidità e una lungimiranza straordinarie. Lungi dal rifugiarsi in una sterile condanna della modernità o in un nostalgico anelito al passato, Papa Pecci elaborò una risposta organica e strategica, un vero e proprio progetto pontificio coerente volto a restaurare i principi cristiani nella vita intellettuale, politica e sociale. Tre documenti magisteriali spiccano come pilastri di questa imponente architettura dottrinale: l’enciclica Aeterni Patris (4 agosto 1879), dedicata alla restaurazione della filosofia cristiana secondo il pensiero di San Tommaso d’Aquino; l’enciclica Libertas Praestantissimum (20 giugno 1888), che affronta la natura della libertà umana nel suo rapporto con la verità e la legge divina; e l’enciclica Rerum Novarum (15 maggio 1891), che per prima affrontò con autorevolezza e sistematicità la questione operaia, ponendo le basi della moderna Dottrina Sociale della Chiesa. Queste encicliche non devono essere lette come interventi isolati e occasionali, ma come tappe interconnesse di un disegno unitario.
Il presente articolo si propone di mostrare come la Rerum Novarum, pur essendo universalmente riconosciuta per il suo impatto rivoluzionario in ambito sociale, risulti incomprensibile nella sua profondità teoretica e nelle sue soluzioni pratiche se slegata dal fondamento filosofico stabilito dalla Aeterni Patris e dalla cornice politico-morale delineata dalla Libertas Praestantissimum. Si sosterrà, inoltre, che l’approccio caratteristico di Leone XIII, consistente nell’affrontare i problemi risalendo alle loro cause radicali piuttosto che limitarsi a interventi palliativi sugli effetti, offre un paradigma fondamelate per interpretare e rendere pienamente efficace la suggestiva metafora dell'”ospedale da campo” utilizzata da Papa Francesco per descrivere la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.
La sequenza con cui Leone XIII pubblicò queste encicliche capitali non fu affatto casuale, ma rivela una profonda comprensione strategica delle sfide del suo tempo. Il Pontefice aveva colto con acume che la crisi della modernità, prima ancora di manifestarsi nelle sue drammatiche conseguenze sociali ed economiche, era una crisi di natura intellettuale e morale. Come egli stesso lamentava nella Aeterni Patris, la società era permeata dai “veleni di prave dottrine”. Era convinzione del Papa che, senza un solido ancoraggio alla verità – una verità oggettiva e universalmente riconoscibile sull’uomo, su Dio, sulla creazione e sul fine ultimo dell’esistenza – qualsiasi discorso sulla libertà o sulla giustizia sociale sarebbe stato inevitabilmente fragile, simile a una casa costruita sulla sabbia. Da qui la priorità assegnata alla restaurazione di una “sana filosofia”, identificata nel tomismo, capace di fornire un linguaggio comune e un metodo rigoroso per affrontare le questioni fondamentali. Una volta stabilito, o almeno riproposto con forza, un quadro di riferimento per la verità, diventava possibile affrontare la complessa questione della libertà. Il liberalismo moderno, agli occhi di Leone XIII, aveva snaturato il concetto di libertà, separandolo dalla verità oggettiva e dalla legge morale, riducendolo spesso a mero arbitrio individuale o a indifferenza etica. Solo dopo aver gettato queste solide premesse filosofiche (Aeterni Patris) e aver chiarito la natura autentica della libertà e del giusto ordine politico (Libertas Praestantissimum), il Papa si sentì pronto ad affrontare con cognizione di causa la “questione operaia”. Quest’ultima non era vista come un problema meramente economico o tecnico, bensì come una questione eminentemente morale e di giustizia, radicata nella dignità inviolabile della persona umana, creata a immagine di Dio, e nel disegno divino per un giusto ordine sociale. Questo approccio “dal generale al particolare”, “dai principi alle applicazioni”, costituisce la cifra distintiva del magistero leonino e il suo contributo più duraturo e fecondo per la Chiesa e per la società.
2. La Aeterni Patris (1879): il fondamento filosofico per la verità riscoperta
L’enciclica Aeterni Patris rappresenta il punto di partenza programmatico del grande disegno restauratore di Leone XIII. La diagnosi del Papa era netta: la radice profonda dei mali che affliggevano la società moderna andava ricercata nella crisi intellettuale, nel dilagare di “veleni di false dottrine” filosofiche che avevano progressivamente eroso le certezze tradizionali e minato le fondamenta stesse della fede cristiana. Il Pontefice identificava con preoccupazione l’influenza perniciosa del razionalismo, che pretendeva di esaurire tutta la realtà nell’ambito della ragione umana escludendo la Rivelazione; dell’empirismo, che riduceva la conoscenza alla sola esperienza sensibile negando la possibilità di una metafisica; del soggettivismo, che faceva dell’individuo la misura di tutte le cose, relativizzando la verità; e persino del fideismo, che, per reazione, svalutava la ragione in campo religioso. L’enciclica lamenta la “guerra aspra e multiforme mossa alla fede cattolica” non solo attraverso persecuzioni dirette, ma anche e soprattutto mediante sistemi filosofici fallaci che, insinuandosi nelle menti, corrompevano la capacità di accedere alla verità. Secondo Leone XIII, una filosofia errata conduceva inevitabilmente a una teologia errata, poiché la teologia stessa si avvale di concetti e strumenti filosofici per articolare il dato rivelato. Da una teologia deviata, poi, non poteva che scaturire una morale distorta e, di conseguenza, una politica e un assetto sociale disordinati e ingiusti. La crisi, dunque, era primariamente una crisi di pensiero.
Di fronte a questo scenario, la proposta di Leone XIII fu audace e controcorrente: il ritorno alla “solida dottrina” di San Tommaso d’Aquino. Questa scelta non era dettata da una sterile nostalgia per il Medioevo, né intendeva imporre un sistema filosofico chiuso e immodificabile. Al contrario, il Papa vedeva nel tomismo la riscoperta di una “philosophia perennis”, una filosofia perenne capace, per il suo rigore metodologico, la sua profondità metafisica e la sua apertura alla totalità del reale, di fornire un solido ancoraggio alla verità e di dialogare fruttuosamente con le istanze della ragione moderna. Leone XIII sottolineò con forza l’intrinseca armonia tra fede e ragione, che (come scriverà Giovanni Paolo II oltre un secolo dopo nella Fides et Ratio) sono le due ali con cui lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. Il tomismo, con la sua chiara distinzione ma al contempo intima collaborazione tra l’ordine naturale della ragione e quello soprannaturale della fede, offriva un sistema metafisico, epistemologico ed etico coerente e robusto, in grado di confutare gli errori moderni e di ricostruire un sapere autenticamente umano e cristiano. L’Aquinate, secondo il Papa, aveva saputo “raccogliere quasi membra sparse la sapienza dei filosofi antichi e connetterla mirabilmente in un solo corpo”.
L’importanza della Aeterni Patris risiede nel fatto che essa pone le basi indispensabili per tutte le successive riflessioni leonine sulla libertà e sulla società. Senza la stabilità della verità, senza una comune comprensione della natura umana – intesa come quella di un essere razionale, creato da Dio, dotato di un’anima immortale e ordinato a un fine ultimo soprannaturale – i concetti stessi di “libertà”, “diritti”, “doveri” e “giustizia sociale” diventano fluidi, ambigui e facilmente manipolabili dalle ideologie di turno. Se non esiste una verità oggettiva sull’uomo e sul suo bene, ogni affermazione sulla libertà si riduce a preferenza soggettiva e ogni appello alla giustizia rischia di diventare un mero strumento di potere. L’Aeterni Patris, dunque, fornisce il “vocabolario” concettuale e la “grammatica” intellettuale che permetteranno a Leone XIII di articolare con coerenza e profondità il suo insegnamento nelle encicliche successive, in particolare nella Libertas Praestantissimum e nella Rerum Novarum.
La promulgazione della Aeterni Patris non fu un mero esercizio accademico fine a se stesso, ma un atto di governo pastorale con profonde e concrete implicazioni pratiche. Riaffermare con forza la capacità della ragione umana, illuminata e perfezionata dalla fede, di conoscere la verità sull’essere, sull’uomo e su Dio, era per Leone XIII il primo e indispensabile passo per avviare un processo di ricostruzione dell’ordine sociale. Se, infatti, la verità fosse considerata inaccessibile o puramente soggettiva, come propugnavano diverse correnti filosofiche moderne, verrebbe a mancare qualsiasi fondamento oggettivo per la legge morale. E senza una legge morale oggettiva, radicata nella natura stessa delle cose e ultimamente in Dio, la libertà individuale degenererebbe inevitabilmente in licenza, mentre il potere politico oscillerebbe pericolosamente tra la tirannia (imposizione arbitraria di una volontà particolare) e l’anarchia (dissoluzione di ogni ordine). Le complesse questioni sociali, come quella della giustizia nei rapporti di lavoro che sarà al centro della Rerum Novarum, richiedono imperativamente un concetto condiviso di “giusto” e “ingiusto”, che a sua volta poggia su una determinata antropologia, ossia su una comprensione della natura umana, della sua dignità e dei suoi diritti e doveri fondamentali. Pertanto, la restaurazione di una “sana filosofia”, come quella tomista, era vista da Leone XIII non come una fuga dalla realtà, ma come il presupposto necessario per qualsiasi riforma sociale ed etica che volesse essere solida, duratura e veramente benefica per l’umanità.
Inoltre, promuovendo il tomismo, Leone XIII non mirava soltanto a consolidare la formazione intellettuale del clero e a fornire un baluardo contro gli errori dottrinali. Il suo sguardo era più ampio: intendeva fornire alla Chiesa gli strumenti concettuali per un dialogo critico ma al contempo costruttivo con la cultura moderna, un dialogo basato sulla ragione e sulla ricerca della verità. Il sistema tomista, con la sua profonda valorizzazione della ragione naturale e la sua capacità di integrare le verità parziali presenti anche nelle filosofie non cristiane, permetteva di trovare un terreno comune di discussione persino con i non credenti o con gli esponenti di altre tradizioni di pensiero. Invece di un mero e sterile rifiuto della modernità, l’approccio inaugurato con l’Aeterni Patris proponeva un discernimento attento, cercando di “battezzare” – per usare un’espressione cara a certa teologia – ciò che di buono e di vero poteva trovarsi nella ragione moderna, purificandola al contempo dagli errori e dalle unilateralità. Questo atteggiamento gettò le basi per un rinnovato impegno intellettuale della Chiesa cattolica che avrebbe dato frutti abbondanti nel corso del XX secolo, influenzando profondamente il pensiero cattolico su temi fondamentali come l’etica, la politica, i diritti umani e il rapporto tra scienza e fede.
3. La Libertas Praestantissimum (1888): la libertà autentica nel quadro della legge eterna
Nove anni dopo aver posto le fondamenta filosofiche con l’Aeterni Patris, Leone XIII affrontò un altro nodo cruciale del dibattito moderno: la questione della libertà, con l’enciclica Libertas Praestantissimum. In un’epoca segnata dall’affermazione del liberalismo, che in molte sue espressioni tendeva a concepire la libertà come assoluta autonomia dell’individuo da ogni vincolo esterno, specialmente di natura morale o religiosa, il Papa sentì la necessità di chiarire la dottrina cattolica sulla “vera libertà”. Egli operò una distinzione fondamentale tra la “libertas honesta”, la libertà autentica, che consiste nella facoltà di scegliere il bene in conformità con la retta ragione e la legge eterna di Dio, e le “false libertà” promosse dal liberalismo più radicale. Quest’ultimo, secondo Leone XIII, propugnava una libertà come assenza di ogni vincolo (libertas indifferentiae), l’indifferenza religiosa dello Stato (che equivaleva per il Papa a un ateismo pratico), e una libertà di coscienza intesa non come diritto a seguire il dettame della propria coscienza rettamente formata, ma come relativismo morale, ossia il diritto di pensare e agire come si vuole indipendentemente da qualsiasi norma oggettiva. Citando Agostino, il Papa ribadisce che la libertà non è fine a se stessa, ma è ordinata alla verità e al bene: “La libertà è il più eccellente dei beni naturali, proprio dell’essere intelligente, che dà all’uomo la dignità di essere nelle sue mani e padrone delle sue azioni”. Tuttavia, questa dignità si realizza pienamente quando la volontà si conforma al bene indicato dalla ragione. La libertà, dunque, “consiste nel poter fare tutto ciò che non lede il diritto altrui e tutto ciò che è conforme alla legge eterna”.
Al cuore dell’insegnamento leonino sulla libertà vi è il legame inscindibile tra libertà, verità e legge morale/divina. Per Leone XIII, la libertà umana non è negata o diminuita, ma al contrario trova la sua perfezione e la sua piena realizzazione nell’obbedienza alla legge divina e alla legge naturale. Queste leggi non sono concepite come costrizioni estrinseche e arbitrarie imposte alla volontà umana, ma come guide intrinseche alla natura stessa dell’uomo, che lo orientano verso il suo pieno sviluppo e il raggiungimento del suo fine ultimo, la beatitudine. La verità, conosciuta attraverso la ragione (la cui capacità di cogliere l’essenza delle cose era stata riaffermata con forza nell’Aeterni Patris) e la Rivelazione divina, illumina l’intelletto e, di conseguenza, guida la volontà a compiere scelte che siano contemporaneamente libere e buone. Una libertà che si sgancia dalla verità e dalla legge morale, ammonisce il Papa, non è vera libertà, ma licenza, una schiavitù mascherata che conduce l’uomo lontano dal suo vero bene e la società verso il disordine.
Riguardo al ruolo dello Stato, Leone XIII, in coerenza con la tradizione classica e cristiana, rifiutava l’idea di uno Stato agnostico o neutrale rispetto alla verità e alla morale. Lo Stato, essendo una società naturale il cui fine è il bene comune temporale dei cittadini, ha il dovere di riconoscere Dio come suo fondatore e legislatore supremo, e di favorire le condizioni per cui i cittadini possano vivere virtuosamente e tendere al loro fine ultimo, che trascende l’ordine meramente temporale. Ciò non significa imporre una specifica confessione religiosa con la forza, ma implica il dovere per la potestà civile di proteggere e promuovere la vita religiosa dei cittadini, in quanto essa è un elemento essenziale del bene comune integrale. Lo Stato, pertanto, deve tutelare la vera libertà, anche proteggendo i cittadini, specialmente i più deboli e sprovveduti, dagli errori e dalle dottrine palesemente immorali o sovversive dell’ordine sociale giusto, che potrebbero corrompere le menti e i costumi. Questa funzione di tutela non è una negazione della libertà, ma una sua condizione di possibilità, così come le leggi che vietano l’omicidio o il furto non negano la libertà, ma la proteggono.
La connessione tra Libertas Praestantissimum e Aeterni Patris è profonda e organica. La definizione della libertà come facoltà ordinata al bene e guidata dalla verità dipende direttamente dalla metafisica e dall’antropologia tomista, che Leone XIII aveva voluto restaurare. È perché l’uomo è un essere razionale, dotato di un intelletto capace di conoscere il vero e di una volontà capace di scegliere il bene, che la sua libertà ha una direzione intrinseca e una misura oggettiva. Se, come pretendevano alcune filosofie moderne criticate implicitamente nell’Aeterni Patris, la verità fosse inattingibile o puramente soggettiva, allora la libertà non avrebbe alcun criterio oggettivo per orientarsi e si ridurrebbe a mero arbitrio individuale, a una scelta indifferente tra opzioni equivalenti, o peggio, a una sottomissione alle passioni o alle pressioni esterne. La “sana filosofia” è dunque il presupposto indispensabile per una corretta concezione della libertà e, di conseguenza, per la costruzione di un ordine politico e sociale giusto.
Leone XIII propone una visione teleologica della libertà, ossia una libertà finalizzata. Essa non è semplicemente un diritto all’autodeterminazione sganciato da qualsiasi fine o valore, come tendeva a concepirla l’individualismo liberale. Al contrario, la libertà è un mezzo prezioso, un “praestantissimum donum”, concesso all’uomo affinché egli possa raggiungere la sua perfezione umana e spirituale e, in ultima istanza, la beatitudine eterna. Questa concezione si scontra frontalmente con la prospettiva liberale che enfatizzava prevalentemente la libertà “da” – libertà da vincoli esterni, da interferenze dello Stato o della Chiesa. Leone XIII, pur riconoscendo l’importanza di questa dimensione “negativa” della libertà, pone l’accento sulla libertà “per” – libertà per il bene, per la verità, per la virtù, per il compimento del proprio essere. In questa prospettiva, la legge (divina, naturale, e anche la legge umana giusta che da esse deriva) non è primariamente una limitazione della libertà, ma una sua guida e una sua protezione, simile alle sponde di un fiume che ne incanalano la forza impetuosa verso il mare, impedendole di disperdersi e di provocare danni. Una libertà senza verità e senza legge, ammoniva il Pontefice, è come una nave senza timone né bussola, in balia delle onde e destinata inevitabilmente al naufragio. Questo era il grande pericolo che Leone XIII intravedeva nelle ideologie moderne che esaltavano una libertà sradicata dalla sua fonte e dal suo fine.
Questa concezione leonina della libertà, intrinsecamente legata alla verità e alla legge morale, implica un necessario equilibrio tra diritti e doveri. Se la libertà è orientata al bene e alla verità, allora i “diritti” non possono essere invocati per compiere il male, per diffondere l’errore o per ledere i diritti altrui e il bene comune. Ogni diritto, come ad esempio la libertà di parola, di stampa, di insegnamento o di associazione, è accompagnato da doveri e limiti intrinseci, che derivano dalla necessità di tutelare la verità, la moralità pubblica e i diritti degli altri membri della società. Questo quadro concettuale, che lega indissolubilmente la libertà alla responsabilità e all’ordine morale, sarà fondamentale quando, con la Rerum Novarum, Leone XIII affronterà le complesse questioni dei diritti e dei doveri dei lavoratori e dei datori di lavoro, o del diritto di proprietà e dei suoi limiti sociali. La giustizia sociale, infatti, non può fiorire in un contesto di libertà intesa come licenza, ma richiede un ordine fondato sulla verità e sulla carità.
4. La Rerum Novarum (1891): la risposta cristiana alla questione sociale
L’enciclica Rerum Novarum, pubblicata il 15 maggio 1891, rappresenta il culmine del trittico leonino e l’atto di nascita ufficiale della moderna Dottrina Sociale della Chiesa. Essa affronta direttamente i “mali nuovi” generati dalla Rivoluzione Industriale e dall’affermarsi del sistema capitalistico liberale: la cosiddetta “questione operaia”. Leone XIII descrive con realismo e partecipazione la drammatica condizione in cui versava la stragrande maggioranza della classe lavoratrice: la nascita del proletariato urbano, ammassato in quartieri malsani e privo di radici; lo sfruttamento disumano del lavoro, specialmente di donne e bambini, con orari estenuanti e salari da fame; la povertà diffusa e spesso endemica; l’assenza quasi totale di tutele sociali (malattia, vecchiaia, infortuni); e il divario scandaloso e crescente tra la ricchezza concentrata nelle mani di pochi e la miseria di molti. Il Papa non esita a denunciare “l’ingiusta oppressione” dei lavoratori e la “condizione di immeritata miseria” in cui un “piccolissimo numero di straricchi avevano imposto all’infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile”.
In questo contesto drammatico, la Rerum Novarum dimostra come i principi di giustizia, dignità umana e bene comune, saldamente radicati nella visione filosofica propugnata dalla Aeterni Patris e nella concezione politica e morale delineata dalla Libertas Praestantissimum, trovino un’applicazione concreta e feconda. La dignità umana del lavoratore è il cardine di tutto l’insegnamento sociale leonino. Questa dignità non deriva dal suo ruolo economico o dalla sua utilità produttiva, ma dal fatto che ogni uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio (una verità filosofico-teologica il cui fondamento razionale era stato ribadito dalla Aeterni Patris) e redento da Cristo. Pertanto, il lavoro umano non può essere considerato una merce qualsiasi, soggetta unicamente alle leggi del mercato, né il lavoratore può essere trattato come un mero strumento di produzione. Da questa dignità discende il diritto a un giusto salario, che per Leone XIII non è semplicemente il salario minimo contrattato sul mercato, ma deve essere sufficiente a mantenere dignitosamente il lavoratore e la sua famiglia, permettendogli anche un piccolo risparmio. Questo concetto di giustizia salariale va ben oltre la logica del mero contratto liberale, basato sulla presunta parità delle parti, e introduce un criterio etico fondamentale.
L’enciclica difende strenuamente il diritto di proprietà privata come un diritto naturale, anteriore allo Stato, fondato sulla capacità dell’uomo, essere razionale (come sottolineato dall’antropologia tomista richiamata in Aeterni Patris), di provvedere a sé stesso, alla propria famiglia e al futuro attraverso il lavoro e il frutto del proprio ingegno. Tuttavia, Leone XIII afferma con altrettanta chiarezza che la proprietà privata ha anche una funzione sociale: essa non è un diritto assoluto e illimitato, ma deve essere esercitata tenendo conto del bene comune e del principio della destinazione universale dei beni. Riguardo al ruolo dello Stato, il Papa, riprendendo e applicando la concezione già esposta nella Libertas Praestantissimum, afferma che esso ha il dovere di intervenire per tutelare i diritti dei più deboli, in particolare dei lavoratori, per garantire la giustizia nei rapporti sociali, per promuovere il bene comune e per creare condizioni di equità. Questo intervento, tuttavia, deve rispettare il principio di sussidiarietà (anche se l’espressione sarà usata esplicitamente solo più tardi da Pio XI), ossia lo Stato non deve assorbire o sostituire le funzioni che possono essere svolte validamente dai corpi intermedi o dai singoli cittadini. Infine, Leone XIII incoraggia caldamente il diritto di associazione per i lavoratori, promuovendo la formazione di corporazioni e sindacati operai (su base confessionale o mista) come strumento legittimo di autotutela, di promozione della giustizia e di miglioramento delle condizioni di lavoro. Queste associazioni sono viste come un’espressione di una libertà sociale ordinata al bene comune, in linea con i principi della Libertas Praestantissimum.
La Rerum Novarum non si limita a proporre soluzioni, ma svolge anche una lucida critica delle ideologie dominanti. Il socialismo viene criticato principalmente per la sua negazione della proprietà privata, considerata un rimedio peggiore del male, per la sua visione materialistica e atea dell’uomo e della storia, per la sua tendenza a fomentare l’odio di classe e a sovvertire l’ordine sociale naturale stabilito da Dio. Queste critiche poggiano solidamente sull’antropologia cristiana e sulla filosofia sociale che derivano implicitamente dai fondamenti posti nell’Aeterni Patris e nella Libertas Praestantissimum (ad esempio, la natura spirituale dell’uomo, la sua libertà responsabile, l’importanza della famiglia come cellula fondamentale della società). D’altro canto, anche il liberalismo economico sfrenato (il “laissez-faire”) viene severamente criticato per aver lasciato i lavoratori in balia delle forze impersonali e spesso spietate del mercato, per aver promosso un individualismo esasperato che ignora i doveri di giustizia e di carità, e per aver considerato il lavoro come una semplice merce.
È fondamentale sottolineare la dipendenza diretta e logica della Rerum Novarum dalle premesse filosofiche e politico-morali poste nelle due encicliche precedenti. Le soluzioni proposte alla questione operaia non sono mere opinioni personali del Papa o espedienti politici dettati dall’urgenza del momento, ma derivazioni coerenti dei principi primi della fede e della retta ragione. Ad esempio, la difesa della proprietà privata non è un’adesione acritica al sistema capitalistico, ma una conseguenza della dignità dell’uomo, essere previdente e responsabile, capace di dominare la terra con il suo lavoro e il suo ingegno (antropologia tomista). La richiesta di un giusto salario non scaturisce da un calcolo utilitaristico o da una concessione paternalistica, ma dalla dignità intrinseca del lavoratore e dal valore del suo lavoro, che è personale e umano. L’intervento dello Stato a tutela dei deboli non è una concessione al socialismo, ma l’applicazione del principio che lo Stato deve promuovere il bene comune e la giustizia, nel rispetto della libertà e dei diritti fondamentali (come insegnato nella Libertas Praestantissimum). Senza la base metafisica e antropologica dell’Aeterni Patris (che afferma la verità sull’uomo, la sua natura spirituale, la sua finalità) e senza la chiarificazione sulla vera libertà e sul giusto ordine politico della Libertas Praestantissimum, le affermazioni della Rerum Novarum perderebbero gran parte della loro forza argomentativa e della loro coerenza interna.
Si può affermare che la Rerum Novarum non è primariamente un documento di analisi economica, sebbene contenga acute osservazioni sulla realtà economica del tempo. Essa è, piuttosto, un’applicazione della filosofia morale e sociale cristiana – radicata nel tomismo, nella legge naturale e nella Rivelazione – ai problemi specifici e inediti del mondo del lavoro industriale. È la concretizzazione etica e pastorale dei principi astratti enunciati precedentemente. Se l‘Aeterni Patris ha fornito la metafisica dell’essere e l’epistemologia della verità, e la Libertas Praestantissimum ha delineato l’etica della libertà e la filosofia politica del giusto ordine, la Rerum Novarum prende questi “strumenti” concettuali e morali e li utilizza per analizzare la “questione sociale” e per proporre vie di soluzione. Tale questione è vista da Leone XIII non solo come un problema di iniqua distribuzione della ricchezza o di conflitto di interessi materiali, ma come una profonda crisi morale e spirituale che tocca la dignità della persona umana, la natura della società, il senso del lavoro e il fine stesso dell’esistenza.
Con la Rerum Novarum, Leone XIII non si limitò a rispondere a una crisi contingente, per quanto grave e urgente. Egli inaugurò un corpus dottrinale organico e in continua evoluzione – la Dottrina Sociale della Chiesa – che si sarebbe sviluppato e arricchito nel corso del XX e XXI secolo, grazie ai contributi dei suoi successori. Tuttavia, i pilastri concettuali fondamentali di questo imponente edificio furono saldamente piantati da Leone XIII: la dignità inviolabile della persona umana, il principio del bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà (seppur non ancora nominata esplicitamente), il valore del lavoro, il diritto di proprietà e la sua funzione sociale, il ruolo dello Stato e dei corpi intermedi. L’approccio metodologico di Leone XIII, consistente nel partire da solidi principi filosofici e teologici per affrontare le questioni sociali concrete, ha creato un “metodo” perenne per il magistero sociale della Chiesa. I concetti chiave introdotti o riaffermati con forza nella Rerum Novarum (e, come si è visto, fondati sulle encicliche precedenti) sono diventati i mattoni con cui i Papi successivi hanno costruito ulteriori encicliche sociali, adattando i principi perenni ai nuovi “rerum novarum” – le “cose nuove”, le sfide emergenti – di ogni epoca storica. Senza la solida base filosofica fornita dall’Aeterni Patris e quella politico-morale offerta dalla Libertas Praestantissimum, la stessa Rerum Novarum e, di conseguenza, tutta la successiva Dottrina Sociale della Chiesa sarebbero state meno coerenti, meno profonde e meno capaci di resistere alle mode ideologiche e alle pressioni del contingente.
5. L’approccio leonino: curare i mali della modernità alla radice
Il metodo seguito da Leone XIII nelle sue grandi encicliche rivela una caratteristica costante e qualificante del suo pontificato: la volontà di non limitarsi a interventi palliativi o a denunce superficiali dei problemi, ma di risalire con acume e perseveranza alle loro cause più profonde, che egli identificava principalmente negli errori filosofici, nelle deviazioni teologiche e nel conseguente smarrimento morale. In tutte e tre le encicliche analizzate – Aeterni Patris, Libertas Praestantissimum e Rerum Novarum – il Papa non si accontenta di descrivere i sintomi della crisi (crisi di fede e scetticismo diffuso, false concezioni della libertà che portano alla licenza, ingiustizia sociale e sfruttamento operaio), ma ne ricerca sistematicamente le origini nelle “prave dottrine”, negli errori di pensiero e nelle deviazioni morali che ne sono il terreno di coltura. Per Leone XIII, la questione operaia, ad esempio, non era semplicemente il frutto dell’avidità di alcuni o di meccanismi economici imperfetti; essa affondava le sue radici più profonde in una visione materialistica dell’uomo, che lo riduceva a fattore produttivo, e in un’economia sganciata da qualsiasi principio etico superiore. Queste distorsioni, a loro volta, erano la conseguenza di filosofie errate che avevano negato la dimensione spirituale dell’uomo, la sua finalità trascendente e l’esistenza di una legge morale oggettiva.
Il Pontefice affrontò con decisione le principali “eresie” moderne, cercando di mostrare le loro fallacie fondamentali e le loro conseguenze nefaste. Il razionalismo e il naturalismo, che esaltavano la ragione umana fino a farne l’unica fonte di verità e negavano ogni ordine soprannaturale, furono affrontati principalmente nell’Aeterni Patris. Qui Leone XIII, pur valorizzando la retta ragione, ne mostrò i limiti intrinseci quando essa si chiude alla fede e alla Rivelazione, e riaffermò la necessità di un solido fondamento metafisico per la conoscenza e per la morale. Il liberalismo ateo o indifferente in materia religiosa, e il conseguente relativismo morale, che propugnavano una libertà senza verità e senza Dio, furono oggetto della critica serrata della Libertas Praestantissimum. Il Papa cercò di smascherare la fallacia di una libertà concepita come mera assenza di vincoli, dimostrando come essa, priva di un orientamento al bene e alla verità, conduca inevitabilmente alla licenza, al conflitto e al disordine sociale. Infine, il socialismo materialista, con la sua negazione della proprietà privata, la sua visione conflittuale della società e la sua riduzione dell’uomo a semplice prodotto di forze economiche, fu criticato nella Rerum Novarum. Leone XIII ne denunciò la visione riduttiva e disumanizzante dell’uomo, la negazione di diritti naturali fondamentali come quello alla proprietà privata (intesa come frutto del lavoro e garanzia di libertà), e le conseguenze nefaste che la sua attuazione avrebbe comportato per la famiglia, per la società e per la stessa libertà individuale.
La “terapia” proposta da Leone XIII per i mali della modernità è sempre una “restaurazione”: restaurazione della sana filosofia e della retta ragione (Aeterni Patris), restaurazione della vera libertà ordinata alla verità e al bene (Libertas Praestantissimum), restaurazione della giustizia sociale fondata sulla dignità umana e sulla carità (Rerum Novarum). È importante sottolineare che questa “restaurazione” non era intesa dal Papa come un anacronistico ritorno al passato o una semplice riproposizione di forme storiche tramontate, ma come una riaffermazione vigorosa di principi perenni, capaci di illuminare e guidare l’uomo e la società in ogni tempo, e quindi anche nella modernità. La giustizia sociale, proclamata con forza nella Rerum Novarum, non poteva essere raggiunta, secondo Leone XIII, senza una corretta comprensione della libertà individuale e sociale e dei doveri dello Stato, come esposti nella Libertas Praestantissimum. A loro volta, queste concezioni politiche e morali richiedevano un solido fondamento nella verità sull’uomo, su Dio e sul mondo, una verità che la filosofia tomista, riproposta dall’Aeterni Patris, era in grado di fornire con particolare chiarezza e profondità. Vi è dunque una circolarità virtuosa e una profonda coerenza interna nel magistero leonino: la verità illumina la libertà, e la libertà vissuta nella verità conduce alla giustizia e alla carità.
Per Leone XIII, l’errore intellettuale precede e, in larga misura, causa l’errore morale e il conseguente disordine sociale. Sebbene sia vero, come insegna la tradizione cristiana, che “gli uomini non deviano dalla verità solo per l’intelletto, ma anche e principalmente per la volontà pervertita”, è altrettanto vero che l’intelletto ha il compito di indicare alla volontà il suo oggetto, cioè il bene. Se l’intelletto è oscurato da false filosofie, da pregiudizi o da ideologie fallaci, la volontà sarà inevitabilmente portata a scegliere falsi beni, o a perseguire beni autentici in modo disordinato e controproducente. Di conseguenza, correggere le idee, smascherare gli errori, riaffermare la verità è, per Leone XIII, un compito pastorale primario, una forma eminente di carità intellettuale e spirituale. La “battaglia delle idee” non era per lui un’astrazione accademica, ma un campo pastorale cruciale, dal cui esito dipendeva in gran parte la salute spirituale e morale della società. Prima di poter riformare i costumi e le istituzioni, era necessario riformare il pensiero, riportandolo all’ancoraggio sicuro della verità.
L’approccio di Leone XIII offre così un modello perenne di “diagnosi culturale” per la Chiesa di ogni tempo. Invece di reagire in modo frammentario e spesso tardivo ai singoli problemi o alle emergenze sociali, la Chiesa è chiamata, sull’esempio di Papa Pecci, a identificare con lucidità e coraggio le correnti di pensiero, le mentalità diffuse e le “strutture di peccato” ideologiche che, spesso in modo subdolo e nascosto, generano sofferenza, ingiustizia, alienazione e perdita di senso. Ogni epoca storica ha le sue “filosofie dominanti”, le sue “ideologie seducenti” e i suoi “miti culturali” che possono allontanare dalla verità del Vangelo e dal vero bene dell’uomo. L’esempio di Leone XIII incoraggia a un’analisi critica e approfondita di queste correnti, non per un rifiuto aprioristico e indiscriminato, ma per un discernimento sapiente, compiuto alla luce del Vangelo e della retta ragione, capace di distinguere il grano dalla zizzania, la verità dall’errore. Questo permette di passare da una pastorale di mera “emergenza”, che si affanna a curare i sintomi, a una pastorale di “prevenzione” e di “formazione delle coscienze”, che affronta le cause profonde del malessere spirituale e sociale, contribuendo così a costruire una civiltà più umana e più giusta.
| Male Moderno Identificato | Causa Radicale Secondo Leone XIII | Enciclica Primariamente Rilevante | Rimedio Proposto |
|---|---|---|---|
| Crisi di fede, scetticismo, razionalismo, naturalismo | Filosofie erronee (soggettivismo, empirismo, razionalismo esasperato), oblio della Rivelazione | Aeterni Patris | Restaurazione della filosofia tomista come “sana filosofia”, riaffermazione dell’armonia tra fede e ragione, primato della verità oggettiva. |
| False concezioni della libertà, liberalismo radicale, laicismo | Separazione della libertà dalla verità e dalla legge morale/divina, individualismo, statolatria | Libertas Praestantissimum | Definizione della vera libertà come facoltà di scegliere il bene ordinata alla verità e alla legge eterna, ruolo dello Stato nel promuovere il bene comune e tutelare la vera libertà e la moralità pubblica. |
| Sfruttamento operaio, conflitto sociale, povertà di massa | Individualismo economico sfrenato (laissez-faire), materialismo, oblio della dignità del lavoro | Rerum Novarum | Affermazione della giustizia sociale, dignità del lavoro e del lavoratore, giusto salario, diritto di proprietà con funzione sociale, diritto di associazione, intervento equilibrato dello Stato a tutela dei deboli. |
Questa tabella illustra visivamente come Leone XIII, di fronte ai complessi problemi del suo tempo, non si sia fermato alla superficie, ma abbia cercato di individuarne le radici intellettuali e morali, proponendo rimedi che fossero altrettanto profondi e radicali, basati sulla riaffermazione dei principi fondamentali della visione cristiana dell’uomo e della società.
6. L'”ospedale da campo” di Papa Francesco: efficacia terapeutica sull’esempio di Leone XIII
Papa Francesco ha offerto un’immagine potente e suggestiva per descrivere la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo: quella di un “ospedale da campo dopo una battaglia”. In diverse occasioni, e in particolare nella sua celebre intervista a La Civiltà Cattolica del 2013, il Pontefice ha sottolineato come la Chiesa debba essere pronta a curare le ferite, a riscaldare il cuore dei fedeli, a iniziare dal più urgente. “Io vedo con chiarezza”, affermava Papa Francesco, “che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso”. Questa metafora esprime con immediatezza l’urgenza di una Chiesa missionaria, estroversa, che non teme di “sporcarsi le mani” e di andare incontro alle sofferenze dell’umanità, specialmente nelle periferie esistenziali e geografiche.
Questa visione è indubbiamente evangelica e profetica, richiamando la compassione di Cristo per le folle stanche e sfinite. Tuttavia, una riflessione critica e costruttiva, illuminata proprio dall’approccio di Leone XIII, suggerisce che un “ospedale da campo” che si limiti esclusivamente a curare le ferite superficiali, senza interrogarsi sulle cause profonde della “battaglia” o della “malattia” che le ha prodotte, rischia, a lungo termine, di rivelarsi inefficace o, quantomeno, di compiere un lavoro incessante ma con risultati limitati nel tempo. La carità immediata, la cura delle emergenze, il soccorso ai “feriti” sono essenziali, irrinunciabili e costituiscono la prima e più eloquente testimonianza dell’amore cristiano. Ma se l’azione dell’ospedale da campo non è accompagnata da una diagnosi accurata delle cause delle ferite – ad esempio, interrogandosi sulle armi usate nella “battaglia”, sulle strategie del “nemico”, sulle condizioni igieniche che favoriscono le infezioni, o sulle ingiustizie strutturali che generano povertà e violenza – si rischia di rimanere intrappolati in un ciclo continuo di emergenze, senza mai riuscire a sradicare il male alla radice.
È qui che l’approccio di Leone XIII, con la sua enfasi sulla diagnosi profonda delle cause, sull’applicazione di principi fondamentali e su una visione integrata dell’uomo e della società, può offrire un contributo prezioso per rendere l’azione dell'”ospedale da campo” veramente trasformativa e non solo palliativa. L’eredità leonina invita a integrare la “medicina d’urgenza” con la “medicina preventiva” e con la “ricerca sulle cause delle patologie”. Un “ospedale da campo” pienamente efficace, sull’esempio di Leone XIII, dovrebbe essere equipaggiato non solo con “bende e disinfettanti” (le indispensabili opere di carità e di assistenza), ma anche con sofisticati “strumenti diagnostici” (l’analisi intellettuale rigorosa, il discernimento spirituale e culturale) per capire perché ci sono così tanti feriti e quali sono le dinamiche profonde che generano sofferenza e ingiustizia. Questo significa avere il coraggio di identificare e nominare le “ideologie tossiche”, le “false antropologie” o le “strutture di peccato” che, a livello culturale, politico ed economico, generano esclusione, alienazione, perdita di senso e violazione della dignità umana.
Inoltre, la “terapia” offerta dall’ospedale da campo non può essere solo sintomatica, ma deve mirare a ristabilire la “salute” integrale dell’organismo sociale. Ciò richiede di agire sulla base dei principi perenni della Dottrina Sociale della Chiesa – la dignità della persona umana, il bene comune, la solidarietà, la sussidiarietà, la giustizia – che Leone XIII ha così solidamente fondato e articolato. Infine, l’approccio leonino, che parte dalla filosofia e dalla teologia per arrivare alle questioni sociali, ricorda costantemente che la cura deve essere olistica, integrale. L’uomo non è solo corpo, ma un’unità inscindibile di anima e corpo; la società non è solo un meccanismo economico, ma un complesso organismo di relazioni interpersonali, culturali e spirituali. Pertanto, l’azione dell'”ospedale da campo” non può limitarsi a curare i sintomi visibili (la povertà, l’ingiustizia, la violenza), ma deve sforzarsi di sradicare le loro cause più profonde, che spesso risiedono in errori antropologici, in sistemi economici e politici iniqui, nella perdita del senso di Dio e della verità sull’uomo. L’insegnamento di Leone XIII spinge l'”ospedale da campo” a porsi domande radicali: quali “false filosofie” (come quelle denunciate nell’Aeterni Patris) stanno minando la salute spirituale, intellettuale e morale delle persone oggi? Quali “false concezioni di libertà” (simili a quelle criticate nella Libertas Praestantissimum) stanno portando a comportamenti autodistruttivi, a leggi ingiuste o alla disgregazione del tessuto sociale? Quali “strutture economiche e sociali” (analoghe a quelle analizzate nella Rerum Novarum) stanno generando le ferite, le disuguaglianze e le ingiustizie che vediamo e che cerchiamo di curare?
È importante sottolineare che l’approccio leonino non contraddice né sminuisce la potente metafora dell’ospedale da campo di Papa Francesco; al contrario, la completa, la approfondisce e ne potenzia l’efficacia. Non si tratta di scegliere tra curare le ferite immediate e annunciare la verità che salva, tra l’azione caritativa e l’impegno per la giustizia strutturale, tra la compassione e la ragione. Si tratta, piuttosto, di fare entrambe le cose in modo integrato, organico e sinergico. Papa Francesco insiste giustamente sull’urgenza della misericordia, della vicinanza, del “primo soccorso” ai feriti della storia. Questo è il punto di partenza irrinunciabile. Leone XIII, con la sua monumentale opera dottrinale, ci ricorda che, affinché questo primo soccorso non sia vano e affinché le ferite non continuino a riprodursi all’infinito, è necessario affrontare con coraggio e lucidità le cause profonde del “conflitto” o della “malattia” che le generano. Un medico da campo esperto non si limita a tamponare l’emorragia; egli cerca anche di capire che tipo di arma l’ha provocata, per poter avvisare gli altri, per prevenire ulteriori danni e, se possibile, per contribuire a fermare chi usa quell’arma in modo ingiusto. Allo stesso modo, la Chiesa “ospedale da campo”, mentre si china sulle ferite dell’umanità, è chiamata anche a un’opera di discernimento, di denuncia profetica e di educazione delle coscienze, per contribuire a creare un mondo più sano e più giusto.
In questa prospettiva, anche il lavoro intellettuale di diagnosi delle cause, di confutazione degli errori e di proclamazione della verità integrale sull’uomo e sulla società – un lavoro così centrale nel pontificato di Leone XIII – si rivela come un atto di suprema carità. Fornire a qualcuno una benda per la sua ferita è un atto di carità. Ma aiutarlo a capire perché si è ferito, come può evitare di ferirsi di nuovo e come può contribuire a un ambiente più sicuro per tutti, è una forma di carità ancora più grande e più lungimirante, perché promuove la sua autonomia, la sua responsabilità e il suo benessere duraturo. Denunciare le “false dottrine” o le “strutture ingiuste” non è un atto di accusa fine a se stesso, né un esercizio di intellettualismo astratto; è, piuttosto, un tentativo di proteggere i più vulnerabili dagli inganni e dalle manipolazioni, e di indicare la via verso una “guarigione” più completa e più profonda della persona e della società. L'”ospedale da campo”, quindi, per essere pienamente efficace nella sua missione di salvezza integrale, ha bisogno anche di “laboratori di analisi” (per la diagnosi delle cause), di “scuole di medicina” (per la formazione delle coscienze alla luce della verità) e persino di “ingegneri” capaci di progettare “strutture sanitarie” più giuste e più umane (metaforicamente parlando, per indicare l’impegno per la trasformazione della società).
7. Conclusione: l‘attualità perenne del magistero leonino per la missione della Chiesa oggi
L’analisi delle enciclicheAeterni Patris, Libertas Praestantissimum e Rerum Novarum ha messo in luce la straordinaria coerenza e la profonda interconnessione del pensiero di Leone XIII. Lungi dall’essere documenti isolati, essi costituiscono i pilastri di un’imponente architettura dottrinale, attraverso la quale il Pontefice ha inteso offrire una risposta organica e lungimirante alle sfide della modernità. L’Aeterni Patris ha fornito il solido fondamento epistemologico e metafisico, riaffermando il primato della verità e la capacità della ragione umana, illuminata dalla fede, di accedervi attraverso la “sana filosofia” di San Tommaso d’Aquino. La Libertas Praestantissimum ha costruito su queste fondamenta il quadro antropologico e politico, chiarendo la natura della vera libertà come facoltà ordinata al bene e alla verità, e delineando il ruolo dello Stato nel promuovere il bene comune nel rispetto della legge divina e naturale. Infine, la Rerum Novarum, attingendo a piene mani da queste premesse, ha offerto l’applicazione socio-economica di tali principi, affrontando con coraggio e lucidità la questione operaia e ponendo le basi incrollabili della Dottrina Sociale della Chiesa. Questa sequenza logica e strategica rivela un pensiero organico, profetico e sorprendentemente attuale.
L’eredità di Leone XIII si configura, dunque, come una guida preziosa per l’impegno ecclesiale nel mondo contemporaneo. Egli ci insegna che la Chiesa, per essere fedele alla sua missione salvifica, deve saper unire inscindibilmente la carità immediata e compassionevole (l’immagine dell'”ospedale da campo” di Papa Francesco) alla promozione instancabile di un ordine sociale giusto, fondato sulla verità integrale dell’uomo e del suo destino (la diagnosi accurata delle cause e la terapia radicale dei mali). La Chiesa, sull’esempio del Buon Samaritano, è chiamata a chinarsi sulle ferite dell’umanità sofferente, a fasciare, a consolare, a prendersi cura. Ma, al contempo, essa è anche “Mater et Magistra”, Madre e Maestra, chiamata a insegnare la verità che libera, la verità che illumina le coscienze, la verità che fonda la giustizia e che indica la via verso un’autentica civiltà dell’amore. Non vi è opposizione, ma complementarietà e mutua fecondazione tra queste due dimensioni della missione ecclesiale.
L’appello finale che scaturisce dalla riflessione sul magistero leonino è un invito all’efficacia di un approccio pastorale e sociale che, come quello di Papa Pecci, non tema di andare in profondità, di affrontare le questioni radicali con coraggio intellettuale e parresia evangelica, e di chiamare le cose con il loro nome. Leone XIII ha mostrato che nella restaurazione della verità sull’uomo, su Dio e sulla società risiede il presupposto indispensabile per ogni autentica riforma sociale e per ogni efficace cura pastorale. La sfida per la Chiesa oggi, di fronte a “rerum novarum” sempre nuove e complesse, è quella di mantenere costantemente questo sapiente equilibrio tra l’urgenza della carità e la necessità della verità, tra l’azione pratica e la riflessione profonda sulle cause dei mali del nostro tempo, tra la compassione del cuore e la lucidità della mente.
La vera sfida, ieri come oggi, per la Chiesa e per ogni credente, è quella di custodire e attualizzare la mirabile sintesi leonina: la sintesi tra fede e ragione, tra grazia e natura, tra verità e libertà, tra principi immutabili e applicazioni contingenti, tra la diagnosi delle cause profonde e la cura amorevole dei sintomi dolorosi. La tentazione, sempre in agguato, è quella di cadere in pericolosi unilateralismi: un attivismo frenetico e privo di fondamento, un intellettualismo astratto e disincarnato, una denuncia sterile che non si traduce in proposta costruttiva, una consolazione superficiale che non affronta le radici dell’ingiustizia. Leone XIII ha offerto un modello luminoso di pensiero e azione integrati, un faro che continua a illuminare il cammino. La sua eredità è un richiamo costante a quella visione d’insieme, a quella “sapientia christiana” in cui l’amore appassionato per la verità e l’amore altrettanto appassionato per l’uomo si sostengono, si purificano e si illuminano a vicenda. Solo così l’azione della Chiesa nel mondo – il suo essere “ospedale da campo” – potrà essere non solo compassionevole e misericordiosa, ma anche profondamente e durevolmente trasformatrice, per la gloria di Dio e la salvezza integrale dell’umanità.
Adriano Virgili
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