Canto di Natale di Dickens non è un racconto di Natale: è IL racconto di Natale.
Lo spirito del Natale passato, di quello presente e dei futuri non sono solo l’incarnazione dei ricordi e della psicologia del vecchio Scrooge, che dopo averli sognati si risveglierà cambiato e colmo del più puro sentimento natalizio: sono veri e propri moniti a vivere bene e cristianamente. Anche il vecchio Marley, socio di Scrooge che gli appare nel suo supplizio del purgatorio, ci dice che il Natale non deve durare un giorno ma deve permeare tutta la vita, l’ultima scintilla del ceppo natalizio va raccolta, conservata e alimentata sempre come il fuoco sacro delle Vestali. Film, cartoni animati, riprese a fumetti, recite scolastiche: un secolo e mezzo di meritate, meritatissime repliche e riproduzione ha reso il racconti di Dickens un’opera, come suol dirsi, iconica.
Per questo motivo, non ne parlerò.

Ma tranquilli, rimaniamo in tema spettri – sarebbe più appropriato per Halloween, vero? Invece no. Sentite cosa sto per raccontarmi, poi saprete dirmi.
Tutti gli elementi dei generi letterari, gli eroi dell’epica, draghi e streghe del fantasy, animali parlanti delle fiabe, ninfe e dee varie e tutto l’arsenale di personaggi simbolici che abbiamo conosciuto a scuola erano, prima di divenire simboli, realtà concrete. No, non nel senso che passeggiando sul lungomare avremmo incontrato Polifemo o in un bosco la Baba Java o la strega di Hansel e Gretel (peccato un po’ per Calipso…), ma nel senso che chi ne scrive ci credeva davvero. Dopodiché hanno assunto un significato simbolico e ora chi li adopera sa bene che, agitando una bacchetta e dicendo “Wingardium Leviosa” (non leviosaaaaaaa), la piuma non si alzerà in volo. Dickens credeva allo spirito del Natale passato e agli altri suoi fratelli? No, forse a quelli no, ma agli spettri sì. L’altro volto dell’Inghilterra vittoriana, patria dell’industria moderna e culla della società urbanizzata, è quello dello spiritismo, e Dickens non ne era esente. È dunque lì che, con buona probabilità, trovò l’ispirazione per le sue celebri ghost stories. Quindi, il Natale ce l’abbiamo, i fantasmi pure. Il Canto di Natale è completo? Anche qui, non del tutto. A Christmas Carol non è infatti un racconto isolato: è il più celebre di una serie di cinque storie. In una di queste, The Haunted Man and The Ghost’s Bargain, A Fancy for Christmas-Time (no, non ho copiato tutta la prima pagina, è solo il titolo; in italiano si intitola “Il patto col fantasma”; poi veniteci a dire che l’inglese è più sintetico!), un uomo, un chimico, fa un patto con un fantasma: non ricorderà del suo passato altro che la chimica. Tutto il resto lo dimenticherà. Lo dimenticheranno lui e tutti quelli che lo conoscono. Non solo: può trasmettere il potere anche a chiunque incontri. Lo chiede come dono di Natale, per togliersi il peso delle cicatrici che la vita gli ha lasciato. Le conseguenze, lascio a voi immaginarle: chi non vorrebbe cancellare qualcosa del proprio passato? Chi ogni tanto non si è immerso nel lavoro o nello studio per lasciare fuori i pensieri? Con i ricordi, però, vanno via anche le emozioni.

Nell’Inghilterra delle periferie industriali poverissime e fredde, il chimico trasmette il potere a un suo allievo, forse per non farlo soffrire. Ma se si dimentica anche della ragazza che lo ama? Talmente pura di cuore da non aver nulla da dimenticare, e per questo immune dall’ambivalente e ambiguo dono. Un dono che è, a tutti gli effetti, un phàrmakon alla greca: tanto una medicina quanto un veleno. Una simile purezza, però, scioglie anche il cuore del freddo chimico, che chiede che il potere gli venga tolto: non tanto per sé, quanto per le persone che la perdita delle emozioni e dei ricordi ha inaridito. L’amore, come nella più classica delle fiabe, ha spezzato l’incantesimo. Solo che in questo caso è un amore più grande: l’unico amore in grado di dare un’anima agli elementi chimici.
Questo è il senso profondo del Natale: l’amore di Dio che si è fatto carne, si è fatto elementi, si è fatto chimica per noi, e ha dato una vita nuova alla nostra chimica, una vita destinata a vivere anche quando la morte vincerà (solo momentaneamente) sulla carne. È il Natale che preannuncia la Pasqua, e la Pasqua possibile solo per in Natale. Auguri, dunque, e, come diceva Tim il piccolino: “Dio ci benedica, tutti quanti!”
Matteo Zaccaro
Scopri di più da Club Theologicum
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento