“Nessuno ci ha visti partire” è una miniserie drammatica in cinque episodi disponibile su Netflix, tratta dal
memoir autobiografico di Tamara Trottner. Ambientata in Messico negli anni ’60, racconta la vera di Valeria
Goldberg, una giovane madre la cui vita viene sconvolta quando il marito porta via i loro due figli, dando
inizio a una disperata ricerca per ritrovarli attraverso i continenti.
Questa serie non un semplice thriller familiare ma esplora molti temi come l’amore materno, il dolore della
perdita e lo fa in maniera egregia con silenzi che parlano molto più delle parole e attraverso piani sequenza
che trasmettono meravigliosamente la storia di ogni protagonista.
Questa serie mette in luce quanto la vita umana possa essere segnata da ferite profonde, da decisioni che
stravolgono l’esistenza e da solitudini che sembrano non avere risposta. Eppure, anche nel mezzo di
un’odissea fatta di ingiustizia e perdita, emerge una verità che va oltre la trama: la ricerca di ciò che è
perduto rispecchia la più grande ricerca spirituale dell’essere umano. Come anima che cerca riparo ci
ricorda che esiste sempre una forza più grande dei nostri limiti e delle nostre ferite, una Speranza che ci
sostiene quando tutto sembra frantumato. In questo senso, la storia di Valeria può essere letta non solo
come un racconto di resistenza, ma come una metafora della nostra ricerca di luce nelle tenebre: non
siamo mai soli e il Bene più profondo della nostra esistenza non viene mai meno, anche quando sembra che
“nessuno ci abbia visti partire”.
Guardando “Nessuno ci ha visti partire” ho avuto la sensazione di entrare in un dolore che non fa rumore,
ma scava. È una storia che parla di assenze improvvise, di legami spezzati, di una ricerca che non concede
tregua. Non solo la ricerca di due figli, ma di un senso che tenga in piedi quando la vita crolla senza
spiegazioni.
Questa serie mi ha fatto pensare a quante volte anche noi partiamo in silenzio: quando perdiamo qualcuno,
quando veniamo strappati a ciò che amiamo, quando ci ritroviamo soli a camminare in strade che non
avremmo mai scelto. Nessuno ci vede partire, nessuno capisce fino in fondo cosa stiamo vivendo e il dolore
diventa un luogo interiore in cui ci sentiamo invisibili.
Eppure, dentro questa invisibilità, si percepisce una presenza che non abbandona. La forza ostinata della
protagonista, il suo non arrendersi, il suo continuare a cercare anche quando tutto sembra perduto, mi ha
ricordato che l’amore vero non si spegne davanti all’ingiustizia. È un amore che assomiglia molto a quello di
Dio: fedele, tenace, capace di attraversare il buio senza negarlo.
Questa storia mi ha fatto comprendere che la sofferenza non è mai l’ultima parola. Anche quando la vita
ferisce, anche quando il male sembra avere il sopravvento, c’è un Bene più profondo che continua a
operare nel silenzio. Dio non toglie sempre il dolore, ma lo abita. Cammina accanto a chi cerca, sostiene chi
non ha più forza, custodisce ogni lacrima che nessuno vede.
Nessuno ci ha visti partire diventa così una parabola umana e spirituale: ci ricorda che possiamo sentirci
smarriti, derubati, soli, ma non siamo mai fuori dallo sguardo di Dio. Anche quando tutto ci viene tolto,
l’amore resta.
E finché c’è amore, c’è speranza.
Alessandra Fusco
Immagine licenza creative commons
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