Pop corn per il mese di Marzo- Consigli su Film, Serie Tv ed altro. #film #cinema

Station Eleven racconta un mondo dopo la fine senza indulgere nel sensazionalismo. Una pandemia
improvvisa stermina gran parte dell’umanità e tra i sopravvissuti c’è Kirsten, bambina durante l’epidemia,
adulta vent’anni dopo. La ragazza cresce in un mondo frammentato, dove piccole comunità cercano di ricostruire un senso di normalità e in questo scenario si muove la “Traveling Symphony”, un gruppo itinerante che porta in scena Shakespeare, ricordando a tutti che “Sopravvivere non basta.”
La serie alterna passato e presente, intrecciando vite apparentemente distanti ma misteriosamente
collegate: l’attore famoso morto la notte dell’epidemia, la bambina che assiste ai suoi ultimi istanti, amici,
fratelli, sconosciuti che diventano destino. Tutto ciò che è stato lascia un’eco nel tempo, ogni incontro, ogni
gesto, ogni parola rimasta sospesa continua a vivere.
Quella narrata non è una storia di sopravvivenza convenzionale. È centrata sulla memoria e sulle relazioni, tutti i personaggio portano ferite profonde – lutti, abbandoni, traumi – e devono decidere se lasciarsi definire dal dolore o trasformarlo. In un mondo in rovina, ciò che resta è l’essenziale: custodire l’umano attraverso la relazione e l’arte.
La frase “Sopravvivere non basta” diventa chiave di lettura esistenziale poichè non basta vivere biologicamente:
occorre trovare significato ed è così che il teatro, la musica e la parola diventano strumenti di resistenza, segni di vita che continuano a parlare anche nel deserto.
La serie offre anche una lettura spirituale. Il mondo di Station Eleven è un deserto: quando tutto viene
meno emergono le domande ultime: alcuni scelgono il controllo e la paura, altri scelgono fiducia e
perdono. La salvezza non nasce dall’eliminare la sofferenza, ma dall’attraversarla insieme. Le fragilità
diventano luogo di crescita e di speranza.
Station Eleven ci ricorda che anche quando il mondo sembra finito, ciò che è umano può ancora fiorire. La
vera rinascita non è tornare a ciò che era prima, ma imparare a vivere in modo più essenziale, più vero e
forse è proprio nella fragilità, nella memoria e nell’arte che si intravede la speranza che salva.

Negli ultimi anni una produzione indipendente ha conquistato milioni di spettatori nel mondo: The Chosen,
serie televisiva multi-stagione dedicata alla vita di Gesù e dei suoi discepoli. Creata da Dallas Jenkins e
finanziata in gran parte tramite crowdfunding, ha stupito non solo per il successo mediatico, ma
soprattutto per la capacità di raccontare il Vangelo in modo nuovo, profondo e coinvolgente.
Non è la classica trasposizione biblica solenne e distante, ma un racconto corale e umano che permette di
entrare nel cuore del Vangelo con occhi rinnovati. Gesù, interpretato da Jonathan Roumie, non appare
come una figura irraggiungibile, bensì come un uomo che sorride, cammina tra la gente, ascolta e si
commuove. È un Cristo profondamente umano e al tempo stesso autenticamente divino, capace di entrare
nella quotidianità e trasformarla dall’interno.
Attraverso lo sguardo dei discepoli, Simone, Matteo, Maria Maddalena, Nicodemo , scopriamo una fede
che nasce dentro fragilità e paure. Le loro storie somigliano alle nostre: dubbi, cadute, desiderio di riscatto.
Comprendiamo così che la chiamata di Gesù non è per i perfetti, ma per persone vere, che imparano passo
dopo passo a fidarsi.
Anche sul piano artistico la serie è curata con attenzione: ambientazioni, costumi e fotografia creano
atmosfere suggestive; la colonna sonora accompagna con intensità emotiva; gli attori offrono
interpretazioni credibili e profonde.
La vera forza di The Chosen, tuttavia, sta nel suo messaggio. Lo spettatore non resta esterno, ma si sente
personalmente interpellato, è come se la parola “Seguimi” fosse rivolta anche a lui. La serie diventa così
un’occasione di riflessione: quale spazio dò io a Cristo nella mia vita?
Pur essendo una produzione americana, talvolta percepita con sensibilità protestante, rimane fedele ai
Vangeli e guardarla significa riscoprire la freschezza del messaggio evangelico e lasciarsi sorprendere dalla
sua attualità. È un dono prezioso per chi crede e per chi è in ricerca, perché mostra un Dio che guarda negli
occhi e chiama per nome.

Alessandra Fusco

Immagini licenza creative commons


Scopri di più da Club Theologicum

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑