Nel giorno di Pasqua, il grande scandalo del cristianesimo. Perché pazienza se qualcuno dice di essere figlio di Dio: Alessandro Magno l’aveva fatto trecento anni prima; pazienza anche se qualcuno, forse con meno modestia, si fa dio: Augusto se lo ricordavano ancora tutti. Ma che uno infranga la più elementare delle leggi di natura, la nascita e la morte di tutte le cose, questo proprio no, è inaccettabile! Quasi tutti gli altri episodi della vita di Gesù hanno suscitato le simpatie di pensatori non credenti o non del tutto tali: la passione ci ricorda il dolore, la pazienza di Cristo nel sopportarlo è indubbiamente un grande esempio. La tenerezza verso tutti ha aperto nuove strade, siamo d’accordo. I miracoli sono bei simboli di vicinanza, di amore, di speranza, questo nessuno lo nega. Ma la certezza tristemente consolante della morte, quella almeno lasciatecela! E invece no, la scomoda verità è che Gesù è risorto. Non solo: si è mostrato agli apostoli (che avrebbero chiamato i ghost busters) con il corpo glorioso. Glorioso, sì, ma non guarito, anzi ancora carico delle fresche piaghe della passione. Ma come? Che dio è uno che non si guarisce da solo? Uno che non si crea un corpo bello e muscoloso come quello di un attore? È un dio che ama l’uomo, e lo ama a tal punto da offrirsi per lui. Lo ama a tal punto, che a un corpo scultoreo ne preferisce uno piagato, per ricordarsi e ricordarci di quanto ha sofferto per noi. È questo che non riusciamo a comprendere, è questo che oltrepassa la nostra povera ragione: come si può accettare di essere amati fino a questo punto? Non è possibile, ci dev’essere un’altra ragione. Ma cerca cerca, nessuno la trova. Diteci almeno che è risorto per sé stesso, per mostrare tutta la sua gloria divina a noi poveri comuni mortali; dateci la sicurezza di un dio normale, che ci mette al nostro posto mentre lui sta al suo. Che fa il suo e noi facciamo il nostro, che non ci disturba. No, neanche questo. Scandalo nello scandalo, il nostro dio è risorto per noi, per farci da aprifila. E risorgendo dai morti pretende che anche noi risorgiamo tutti i giorni. Pretende che viviamo da risorti, con la certezza che la morte c’è ma non esiste, che il regno di Dio non solo è vicino: è già qui, e il nostro compito è costruirlo ogni giorno.

È questo il significato della resurrezione: sapere che non siamo morti, che la nostra vita è eterna e che dobbiamo viverla con questa certezza assoluta. “Agli occhi degli stolti parve che morissero” (Sap. 3, 1-9), ma noi non siamo stolti: noi abbiamo il dono dello Spirito Santo. Noi sappiamo benissimo che dobbiamo comportarci già in questa vita come Cristo risorto, e che a chi lo farà è stato promesso il centuplo in questo mondo, molto di più nell’altro. Roba dell’altro mondo, letteralmente! Ma l’altro mondo non è lontano: l’altro mondo è qui.
Certo, in questo c’è la morte fisica, c’è il diavolo che ci fa cadere, che ci inganna e ci illude. Ci fa credere che vivere per sempre significhi vivere senza un limite, senza una bussola, o al contrario che, avendo la morte come orizzonte ultimo, nulla abbia più senso: tanto vale togliersi tutte le voglie.

Ma ci sono anche i sacramenti, che manifestano su ogni altare la presenza fisica, concreta, tangibile, di Dio in mezzo a noi. Quando ci confessiamo, ecco che risorgiamo; quando ci comunichiamo, ecco che il corpo di Dio, quello stesso corpo che è risorto, entra fisicamente dentro di noi, anticipandoci quello che ci darà per sempre.
Buona Pasqua, dunque, con l’augurio che la resurrezione ci tocchi tutti i giorni! Con l’augurio che il nostro orizzonte non sia la disperazione della morte, ma la certezza che, vivendo il paradiso sulla terra, ne avremo uno ancora più grande in cielo.
P.S. In cielo potremo strafogarci senza star male né ingrassare, qui purtroppo no. Mannaggia a quella mela…
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