Halloween cristiano, nei canti di Giovanni Pascoli #lanternadelcercatore #cronachedelcristianesimo

Non è la più celebre delle poesie di Pascoli, e di certo non è fra quelle che normalmente vengono studiate a scuola. Eppure, i versi de La Tovaglia, tratta dai Canti di Castelvecchio (1903), sono probabilmente il miglior modo per far ricredere anche i più scettici, confermando loro che la festa di Halloween è in realtà molto più italiana di quanto si potrebbe pensare a prima vista.

O meglio, rielaboriamo l’affermazione: l’antica festa di Halloween – di origini indubitabilmente irlandesi – ha fortissimi punti di contatto con alcune tradizioni, diffuse nelle campagne italiane, che i nostri bisnonni ci avrebbero saputo descrivere con abbondanza di particolari. In particolar modo, Giovanni Pascoli canta in versi l’usanza di imbandire a festa la propria tavola nella notte che andava dal 1° al 2 novembre (oppure – ma più raramente – dal 31 ottobre al 1° novembre, a seconda delle zone).

Secondo il folklore popolare, in quella notte così speciale che era la vigilia della loro “festa”, le anime dei defunti ottenevano da Dio il permesso di tornare sulla terra per visitare le case dei parenti: proprio come fa un nonno che abita lontano, ma che non per questo ha smesso di interessarsi alle vicende dei suoi cari. Naturalmente, un ospite così speciale non può essere accolto a mani vuote: ecco che le tavole da pranzo venivano apparecchiate con mille prelibatezze, che simbolicamente “avrebbero dato il benvenuto” a queste care anime defunte.

Nella poesia di Pascoli, questa tradizione diventa l’espediente letterario attraverso cui descrivere il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Protagonista della lirica è una bimba che non comprende questa usanza tanto cara ai genitori, e anzi ne ha paura: prova ansia nell’immaginare queste orde di fantasmi che prendono posto attorno alla tovaglia di lino bianco e se ne stanno lì, come presenze infestanti, fino alle prime luci dell’alba.

Entrano, ansimano muti.
Ognuno è tanto mai stanco!
E si fermano seduti
la notte intorno a quel bianco.
Stanno lì sino al domani,
col capo tra le due mani,
senza che nulla si senta,
sotto la lampada spenta. –

Ma questo è solamente il pensiero (pur comprensibile) di una fanciullina che non ha ancora conosciuto il dolore e il lutto. A distanza di qualche decennio,

È già grande la bambina:
la casa regge, e lavora:
fa il bucato e la cucina,
fa tutto al modo d’allora.
Pensa a tutto, ma non pensa
a sparecchiare la mensa.
Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.

Quelli che un tempo erano impersonali spiriti infestanti, adesso hanno il volto di quelle persone che la donna ha amato. E la bimba ormai cresciuta prova grande consolazione nell’immaginare i suoi morti seduti ancora una volta attorno alla tavola di casa:

Oh! la notte nera nera,
di vento, d’acqua, di neve,
lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani.

Nel comporre questi versi, Pascoli stava facendo riferimento a una consuetudine reale, frequentemente attestata e ben diffusa. E anzi: dobbiamo immaginare che la tradizione fosse universalmente nota ai tempi in cui venivano dati alle stampe i Canti di Castelvecchio, tenuto conto del fatto che né il poeta né il suo editore sentirono il bisogno di inserire una nota introduttiva per contestualizzare quel bizzarro viavai di anime.

Ma da dove nasce questa tradizione? Gli antropologi Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, autori di un consigliatissimo saggio dedicato a Halloween (Einaudi, 2006) fanno notare che gli omaggi di cibo ai defunti costituiscono una ritualità nota fin dai tempi più arcaici a (quasi) tutte le civiltà conosciute in giro per il mondo. Molti popoli ritenevano anticamente che i morti, sepolti nella nuda terra proprio come un seme che è destinato a germogliare, fossero «in attesa di un ricominciamento, di un ritorno alla vita», perlopiù inteso nei termini di «un continuum genealogico» attraverso cui i defunti ‘seguitavano a vivere’, simbolicamente, per tramite dei loro discendenti. Era dunque importante che i vivi onorassero la memoria dei loro antenati, per preservarne il ricordo attraverso le generazioni: a tal fine, è attestata in tutto il mondo la consuetudine di offrire ai propri defunti piccoli doni simbolici, attraverso ritualità che variavano da zona a zona ma che quasi sempre si svolgevano tra la fine dell’autunno e i primi mesi dell’inverno – significativamente, in concomitanza di quei periodi in cui «la terra era esternamente spoglia di frutti e vegetazione, ma accoglieva nel proprio grembo i semi e la promessa dei raccolti futuri e del rinverdirsi dei pascoli».

A tempo debito, gli evangelizzatori non ebbero difficoltà nel cristianizzare quelle usanze, che ai loro occhi sembravano starsene lì proprio nell’attesa di una Buona Novella che promettesse la resurrezione della carne e la vita nel mondo che verrà. Immediatamente rilette alla luce del Vangelo, queste tradizioni riuscirono, nella loro semplicità ingenua, a ricordare al popolino concetti teologici anche complessi: per esempio, il fatto che la comunione tra i vivi e i morti non si spezza, e che anzi è importante avere a cuore il destino dei defunti perché molte cose possono essere fatte sulla terra per coloro che si trovano in Purgatorio (…per quanto, una tavola apparecchiata a festa abbia evidentemente un valore simbolico, che non sostituisce la necessità di pregare e che anzi ne è il monito tangibile).

Nel Medioevo, usanze di questo tipo sono attestate in tutto l’Occidente, praticate alla luce del sole e col beneplacito incoraggiante della Chiesa. Sparirono rapidamente nei paesi a maggioranza protestante, laddove la Riforma negò l’esistenza del Purgatorio; sopravvissero più a lungo nei paesi di tradizione cattolica, come l’Italia (ma non solo. Chi non conosce il Dia de los Muertos messicano, recentemente reso celebre da quella piccola perla che è il film Coco?). Evidentemente ben note nella Toscana di Pascoli, nella nostra penisola erano particolarmente sentite nelle regioni del Meridione: lì, fino a pochi anni fa, i bambini attendevano con ansia la notte del 1° novembre perché sapevano che i loro nonni andati in cielo sarebbero tornati nottetempo per lasciare ai nipotini un piccolo regalo, in pieno stile Babbo Natale.

E, se è concessa all’autrice una piccola nota personale: nel Piemonte in cui vivo, non si può certo dire che la tradizione sia ancora vitale, ma mio padre – classe 1947 – la conobbe da bambino nelle campagne monferrine e la fece sua, continuando a portala avanti per tutta l’età adulta. E sarà forse per questo che, quando Halloween cominciò a invadere le vetrine dei negozi coi suoi biscotti a forma di scheletro e le sue decorazioni di fantasma, io – poco più che bambina, all’epoca – non feci la minima fatica nell’inquadrarlo nel mio orizzonte mentale. Chiaramente, era il modo in cui gli anglosassoni avevano sviluppato attraverso i secoli la stessa tradizione che, da sempre, la mia famiglia portava avanti.

Perché davvero la festa di Halloween può essere cristiana, se ci si impegna a conoscerla (e a spiegarla) senza lasciarsi prendere dalla paura per qualcosa che – semplicemente – abbiamo dimenticato di conoscere.

Lucia Graziano


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