Il 19 febbraio 1174, un cittadino monzese si presentava al cospetto di un notaio, in compagnia delle autorità locali e di alcuni delegati del capitolo del duomo. Assieme a loro, concordava lo status giuridico dell’ospedale che aveva appena fatto erigere in città, a sue spese: formalmente, l’ente caritativo sarebbe stato proprietà dell’autorità ecclesiastica (la quale si impegnava però a dare ampi margini di autonomia ai laici che l’avrebbero gestito materialmente); quanto al comune, si sarebbe fatto carico di assumerne la tutela giuridica per ogni eventuale bisogno.
Quell’ospedale esiste ancora: è il San Gerardo di Monza. E il santo a cui è dedicato è proprio quell’uomo che, nel 1174, investì buona parte delle sue finanze nella fondazione dell’ente caritativo: si chiamava Gerardo, era uno di quei ricchi che sanno mettere bene a frutto le loro fortune e fu canonizzato pochi anni dopo la sua morte, a motivo della sua evangelica generosità. Che si unì però, nel suo caso specifico, a una lungimiranza non comune e a un’imprenditorialità coraggiosa: e allora, potrei forse esimermi dal raccontarvi la storia?
Ma no di certo.
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Non conosciamo con esattezza la sua data di nascita: quando morì, nel 1207, i suoi biografi lo definirono «un vecchio carico d’anni», dunque possiamo ragionevolmente immaginare che il nostro amico fosse nato nelle prime decadi del XII secolo. Quel che è certo è che Gerardo venne al mondo baciato dalla fortuna: apparteneva a una delle più ricche famiglie monzesi, quella dei Tintori, che nell’arco di qualche generazione era riuscita a guadagnare una piccola fortuna grazie, giustappunto, alla tintura dei panni-lana.
Com’era ragionevole per un uomo nelle sue condizioni, Gerardo trascorse la prima parte della sua vita lavorando all’impresa di famiglia. È molto probabile che, grazie alla posizione privilegiata, Gerardo abbia avuto modo di evitare il servizio militare (un’affermazione che ci sentiamo di poter fare alla luce del fatto che nessuna delle sue biografie parla della sua partecipazione alla guerra). Se così fosse, il nostro amico avrebbe goduto di un vantaggio non da poco: gli anni della sua giovinezza coincisero con quelli in cui molti suoi compatrioti furono costretti ad armarsi per fronteggiare Federico Barbarossa, che minacciava l’indipendenza dei comuni del Nord-Italia.
Ma se anche Gerardo riuscì a evitare d’imbracciare le armi, tanto non bastò a metterlo del tutto al riparo allo shock della guerra. Nelle sue agiografie leggiamo infatti di come, un giorno il mercante trovò a sostare per lavoro nella città di Milano, che poco tempo prima era stata messa a ferro e fuoco dalle truppe nemiche. I segni della distruzione erano ancora evidenti, ma a straziargli il cuore furono soprattutto la disperazione delle vedove, la sofferenza dei feriti e la miseria dei bambini rimasti orfani che vagavano per la città mendicando un po’ di pane: creature derelitte, abbandonate alle proprie disgrazie senza che la città fosse riuscita a farsi carico dei bisogni di tutta quella povera gente. Fu proprio quello – raccontano gli agiografi – il punto di svolta, quello in cui Gerardo fece una promessa a se stesso (e a Dio): avrebbe sfruttato la sua agiatezza economica e la sua posizione di privilegio per evitare che scenari simili avessero a ripetersi. O quantomeno per limitarli il più possibile.
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Uomo dabbene, sufficientemente avveduto da non farsi trascinare dall’entusiasmo nel nome degli ideali, Gerardo cominciò fin da subito a fare progetti su larga scala, prendendosi tutto il tempo per valutarli per bene, ma deliberatamente scelse d’aspettare la morte del padre per metterli in azione. A quel punto (intascata la sua quota d’eredità, e dunque senza il rischio di poter essere accusato di star ledendo il patrimonio di famiglia), l’uomo decise di prendere una porzione significativa dei suoi beni e di destinarla alla costruzione di un ente assistenziale che fosse, al tempo stesso, luogo di cura per i malati e rifugio per gli orfani e le vedove di guerra.
Fu una scelta notevole, per l’epoca. Negli anni in cui Gerardo fondava il suo ospedale, l’Europa pullulava di enti caritativi con funzioni simili; ma la fondazione del nostro amico aveva una particolarità che la rendeva unica: era la prima (in tutta la Storia d’Italia!) a essere stata fondata da un privato cittadino. Laico.
Fino a quel tempo, erano le chiese, i monasteri (e talvolta le municipalità) a farsi carico di queste attività assistenziali. I laici, tutt’al più, contribuivano al loro funzionamento sostenendole con donazioni in denaro; ma non era mai capitato che un singolo cittadino prendesse l’iniziativa di fondare un ente benefico (fra l’altro, decisamente grande e strutturato), investendo nel progetto buona parte delle sue ricchezze e scegliendo di affidarne la gestione ad altri collaboratori laici.
E invece, Gerardo fece proprio questo. E, nel farlo, poté prendersi la libertà di caratterizzare la sua fondazione nel modo che più riteneva opportuno: per esempio, in un’epoca in cui gli ospedali si andavano sempre più specializzando, Gerardo volle fortemente che il suo ente fosse pronto ad accogliere tutti i malati indiscriminatamente, in modo tale da non costringere i suoi concittadini a lunghi pellegrinaggi alla ricerca del centro “giusto per loro”. Utilizzando impropriamente il linguaggio moderno, verrebbe da dire che quello fondato da san Gerardo fu un enorme policlinico con ampia varietà di reparti: un servizio che è prezioso oggi, figuriamoci nella Monza del Medioevo.
E, al tempo stesso, pretese che il suo ente fosse un hospitale nel più antico senso del termine, ovverosia una struttura disposta a dare ospitalità a chiunque ne avesse avuto la necessità concreta, come capitava un tempo con gli ospizi monastici che accoglievano al contempo malati e senza tetto (evidentemente alloggiandoli in zone separate, ma senza distinguere tra i vari tipi di bisogno.
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Era il 19 febbraio 1174, quando Gerardo il Tintore diede il via alla sua fondazione benefica. Dopodiché, il smise d’essere tale: ovverosia abbandonò il suo vecchio lavoro legato alla tintura di panni lana cedendo ad altri parenti l’impresa di famiglia, e dedicò tutto il resto della sua vita alla cura dei malati.
Non era un medico, e lasciava che fossero i professionisti a fare diagnosi o prescrivere farmaci; ma era un santo, quindi si piegò di buon grado a tutte quelle mansioni più umili e dimesse. E infatti le fonti ce lo descrivono nell’atto di imboccare i pazienti troppo deboli, tergere il sudore di quelli febbricitanti, trasportare dalle loro case all’ospedale i malati che erano impossibilitati a muoversi autonomamente: un topos agiografico che ricorre di frequente nelle vite dei santi benefattori, a sottolinearne l’evangelico altruismo, ma che in questo caso sembrerebbe trovar riscontro anche in fonti storiche non di parte.
Morì il 6 giugno 1207, in età ormai molto avanzata, dopo aver dedicato alla cura dei malati trentatré anni della sua vita (…sempre che sia vero. Quello sì che potrebbe essere un topos agiografico inventato). Fu immediatamente acclamato come santo, e presto la città di Monza volle farlo suo patrono, e a buon diritto. L’ospedale fondato da quell’antico benefattore continua ancor oggi a graziare la città lombarda, attraverso i secoli.
Per approfondire: Giuseppe Fassina, Gerardo dei Tintori, cittadino e patrono di Monza (Società di studi monzesi, 1992)
Articolo originariamente apparso sul blog Una Penna Spuntata
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