La verità di Sé: l’inizio della trasformazione | #psicologiaesacro #psyclub

“Tu infatti hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Ami tutte le cose esistenti e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.” 

Sapienza 11, 23-24

La speranza, nella visione cristiana, non è un ottimismo vago, ma una virtù teologale, una ferma fiducia che la salvezza e la pienezza promesse da Dio si realizzeranno. 

Ma cosa c’entra la nostra imperfezione con questo cammino di perfezione, o ascesi? Sembrerebbe nulla, e invece potremmo dire tutto.

1. Il punto zero psicologico: accettazione e realtà

Prima di ascendere, è assolutamente imprescindibile sapere dove siamo. Dal punto di vista psicologico (e non solo), la speranza è impossibile senza la verità. Cercare di migliorare sé stessi partendo da una negazione delle proprie fragilità, limiti o anche della propria neurodiversità, è costruire sulla sabbia.

  • L’illusione del “dover essere”: molti, specialmente chi affronta una disabilità, un disturbo del neurosviluppo, una problematica psicologica o psichiatrica, possono essere portati a vivere nel miraggio di un “sé ideale” senza difetti, e questo divario, tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, genera stigma interiorizzato e disperazione. Si respinge non solo il disturbo, ma la persona che lo porta;
  • L’accettazione radicale come sblocco: accettare la propria interezza (il proprio esser-qui con i propri limiti) è il primo passo per un benessere genuino. Non significa rassegnazione passiva (“non posso farcela”) o non volersi migliorare e/o perfezionare, ma un atto di verità (“questo è ciò che sono, qui e ora”). Solo riconoscendo la realtà del tuo punto di partenza, puoi tracciare il percorso in avanti.

2. La Verità (Veritas) domenicana: la persona in tutta la sua dignità

L’Ordine dei Predicatori è fondato sulla ricerca della Veritas. Dal punto di vista teologico, l’accettazione radicale acquista un significato sacro:

  • Creati nel limite: la nostra fragilità non è un errore di fabbrica, ma parte intrinseca della condizione umana. Dio non salva un “sé ideale” e irreale, ma l’uomo concreto, qui e ora. Riconoscere la nostra interezza, con le sue difficoltà (ad esempio, le sfide comunicative della neurodiversità o i limiti fisici della disabilità o ancora le problematiche relazionali connesse all’avere un disturbo di personalità), è riconoscere l’opera di Dio così com’è;
  • L’incondizionatezza del sacro: Il sacro, nel nostro caso Dio, si rivela nella nostra esperienza non nonostante la nostra debolezza, ma attraverso di essa. La speranza nasce dalla certezza che l’amore di Dio non ha condizioni, non è legato alla performance o alla “normalità” sociale. La dignità di ogni persona è incondizionata, ed è anche questa verità che i Domenicani sono chiamati a predicare.

3. Dall’accettazione all’ascesi: Il sentiero della trasformazione

“Gratia non tollit naturam, sed perficit.”

San Tommaso d’Aquino

L’ascesi è tradizionalmente vista come una disciplina per elevarsi. Ma senza accettazione, l’ascesi rischia di diventare una repressione o un auto-castigo.

  • Ascesi come innesto: se l’accettazione è la radice (la verità di sé), l’ascesi è il fusto che cerca la luce di Dio. Il percorso spirituale non consiste nel negare la disabilità o il disturbo, ma nell’orientare le energie e i carismi unici che ne derivano verso Dio.
  • La fragilità come luogo di virtù:
    • Pazienza e perseveranza: chi convive con un limite impara la pazienza e la perseveranza in modi che altri non conoscono. Queste diventano le virtù cardinali del suo cammino ascetico;
    • Dipendenza e umiltà: riconoscere il bisogno di aiuto (per una disabilità o per la gestione emotiva di un disturbo) educa all’umiltà e alla dipendenza (da Dio e dagli altri), ponendoci nella posizione di autentica preghiera e di vera comunione;
  • La speranza attiva: il cammino ascetico diventa, quindi, un esercizio di speranza attiva: “Accetto chi sono, ma non mi fermo. Utilizzo le risorse che Dio mi ha dato, proprio a partire da questa interezza, per crescere nell’amore.”

Conclusione: la santità dell’uomo intero

La vera speranza fiorisce quando smettiamo di combattere la nostra realtà e iniziamo a integrare la nostra fragilità nel progetto divino. Il percorso di ascesi, anche in presenza di disabilità o neurodiversità, è la sublime arte di orientare la propria interezza – con tutti i suoi limiti – verso l’Amore.

Questa è la speranza che la fede offre: non sei chiamato a essere un altro, ma a essere pienamente te stesso, in Dio. È in questa interezza che la tua santità può fiorire. 

Laura Zaccaro


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