Genitori, valori e Battesimo dei bambini nella società affettiva
Nel dibattito contemporaneo sulla trasmissione dei valori, il Battesimo dei bambini è spesso oggetto di perplessità e resistenze. La scelta di introdurre un figlio nella fede cristiana prima che possa esprimere un consenso consapevole viene talvolta interpretata come una violazione della sua libertà futura, o come una forma di imposizione simbolica difficilmente giustificabile in una società pluralista.
Dal punto di vista psicologico ed educativo, tuttavia, questa lettura rischia di semplificare eccessivamente il modo in cui l’identità umana si forma. La questione non riguarda tanto la legittimità della scelta religiosa in sé, quanto una domanda più profonda: come avviene la trasmissione dei valori? E che rapporto esiste tra libertà, relazione e appartenenza?
La trasmissione dei valori: un processo relazionale
La psicologia dell’età evolutiva mostra con chiarezza che il bambino non cresce come un soggetto neutro che, a un certo punto, inizia a scegliere. Fin dall’inizio, egli è immerso in un mondo di significati, pratiche, linguaggi e rituali che ne orientano lo sviluppo. I valori non vengono trasmessi principalmente attraverso istruzioni esplicite, ma attraverso la qualità delle relazioni, il modellamento quotidiano, le narrazioni condivise.
Ogni famiglia, consapevolmente o meno, trasmette una visione del mondo. Anche la scelta di non trasmettere alcun riferimento religioso esplicito è essa stessa una scelta valoriale, che comunica implicitamente ciò che viene ritenuto rilevante o irrilevante per la vita.
In questa prospettiva, il Battesimo dei bambini può essere compreso non come un atto che “decide al posto” del figlio, ma come una dichiarazione di responsabilità: i genitori esprimono ciò che ritengono buono, vero e degno di essere trasmesso, assumendosi l’impegno di testimoniarlo nel tempo.
Le obiezioni contemporanee: libertà, neutralità, consenso
Le critiche al Battesimo infantile si muovono lungo diverse direttrici. Da un lato, vi è una prospettiva liberale che afferma il primato dell’autonomia individuale e ritiene che ogni appartenenza religiosa debba essere il frutto di una scelta consapevole. Dall’altro, alcune correnti pedagogiche e psicologiche mettono in guardia dal rischio di un condizionamento precoce, leggendo la trasmissione religiosa come una possibile limitazione della libertà futura del bambino.
Anche all’interno del cristianesimo non mancano posizioni critiche, in particolare in quelle tradizioni che legano il Battesimo a una professione di fede personale e consapevole. A queste si aggiungono letture sociologiche e critiche che interpretano i riti religiosi come dispositivi simbolici funzionali alla conservazione di sistemi culturali e identitari.
Queste posizioni, pur nella loro diversità, condividono un presupposto comune: l’idea che la libertà preceda la relazione, e che ogni appartenenza ricevuta costituisca una potenziale minaccia all’autodeterminazione.
Libertà come esito, non come punto di partenza
Dal punto di vista evolutivo, questo presupposto appare problematico. Nessun essere umano sceglie il linguaggio che parlerà, la cultura in cui crescerà, le categorie emotive con cui imparerà a interpretare l’esperienza. E tuttavia, proprio grazie a queste mediazioni ricevute, potrà un giorno prendere distanza, criticare, scegliere diversamente.
La libertà non nasce dall’assenza di legami, ma dalla possibilità di abitare e rielaborare quelli ricevuti. Ciò che può ostacolare lo sviluppo non è la presenza di valori, ma l’impossibilità di dar loro parola, di interrogarli, di confrontarsi con essi in un contesto relazionale sicuro.
Il Battesimo dei bambini, in questa prospettiva, non chiude il cammino della libertà, ma lo apre: offre un orizzonte simbolico che potrà essere confermato, trasformato o anche rifiutato, senza che questo rifiuto neghi retroattivamente il valore della relazione che lo ha reso possibile.
Famiglia affettiva e fragilità della trasmissione: il contributo di Virgilia Suigo
Il disagio contemporaneo attorno al Battesimo infantile si colloca all’interno di un più ampio mutamento culturale della famiglia. Come ha messo in luce Virgilia Suigo, si è progressivamente affermato un modello di famiglia affettiva, in cui la funzione genitoriale viene legittimata quasi esclusivamente sulla base della sintonizzazione emotiva e della protezione.
In questo passaggio, la dimensione simbolica della trasmissione tende a indebolirsi. La funzione paterna, intesa non in termini di genere ma come funzione di terzietà, di limite e di apertura al mondo, viene spesso inglobata nel codice materno, ritradotta nei linguaggi dell’empatia e della negoziazione affettiva. Ne deriva una genitorialità molto coinvolta sul piano emotivo, ma talvolta incerta nel legittimare gesti educativi asimmetrici, compiuti “per il bene dell’altro” prima che l’altro possa comprenderli pienamente.
In questo contesto, il Battesimo dei bambini appare come un gesto problematico perché reintroduce una dimensione simbolica forte, non riducibile al consenso immediato e non negoziabile sul piano affettivo.
Padrino e madrina: la terzietà simbolica
È proprio qui che acquista un significato particolare la figura del padrino e della madrina. Essi non sono semplicemente figure affettive aggiuntive, ma incarnano una funzione di terzietà simbolica: rappresentano un legame che non nasce dalla parentela biologica né dall’accudimento quotidiano, ma dalla responsabilità condivisa e dalla testimonianza.
In una cultura che tende a chiudere l’educazione dentro la diade genitore–figlio, padrino e madrina rendono visibile che la crescita è sempre un fatto comunitario. Essi testimoniano che il bambino appartiene a una storia più grande di quella familiare e che la fede non è un’esperienza privata, ma ecclesiale.
Le scelte valoriali inevitabili dei genitori
Se allarghiamo lo sguardo oltre il tema religioso, appare evidente che i genitori compiono costantemente scelte valoriali per i figli in età infantile: scegliere una lingua, uno stile educativo, una scuola, un modo di stare al mondo, un rapporto con il limite, con la solidarietà, con il successo o con la fragilità. Nessuna di queste scelte è neutra, e nessuna viene generalmente letta come una violazione della libertà.
Il Battesimo si inserisce in questo orizzonte come una scelta valoriale tra le altre (chiaramente per un cattolico non sarà una scelta valoriale tra le altre, si parla sempre nel contesto delle scienze umane), con una specificità simbolica e sacramentale che non la rende un’eccezione arbitraria, ma un gesto coerente con la responsabilità educativa degli adulti.
Grazia, libertà e trasmissione
Dal punto di vista cristiano, il Battesimo dei bambini afferma che la vita è anzitutto dono prima che progetto, grazia prima che decisione. Non pretende di garantire l’esito della fede, né di sostituirsi al cammino personale del soggetto. Dice piuttosto che l’amore precede la risposta e che la libertà nasce dentro relazioni che la rendono possibile.
In una società che fatica a riconoscere il valore della trasmissione e dell’autorità simbolica, il Battesimo dei bambini può essere letto come un segno controcorrente: non la negazione della libertà, ma la sua promessa.
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