“Signore, da chi andremo?” #psicologiaesacro

Dipendenza affettiva e affidamento a Dio alla luce della tradizione cristiana | #psicologiaesacro #psyclub

Nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, dopo il discorso sul Pane di vita, molti discepoli si allontanano. Le parole di Gesù sono troppo esigenti, troppo destabilizzanti. Rimane un piccolo gruppo. E allora Gesù domanda ai Dodici:

“Volete andarvene anche voi?”

La risposta di Pietro è una delle più dense di tutta la Scrittura:

“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.”

In questa frase non c’è sottomissione cieca. Non c’è paura. Non c’è bisogno ansioso. C’è riconoscimento. Pietro non dice: “Senza di te non esisto”. Dice: “Tu hai parole di vita”.

È una dipendenza? Sì.
Ma è una dipendenza che genera vita.

Siamo creature: la dipendenza come condizione originaria

La tradizione cristiana non ha mai pensato l’uomo come autosufficiente. Sant’Agostino scrive nelle Confessioni:

“Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.”

L’inquietudine non è un difetto da eliminare: è il segno della nostra condizione creaturale. Non siamo origine di noi stessi. Siamo ricevuti.

La modernità ha spesso identificato la maturità con l’indipendenza assoluta. Il cristianesimo, invece, parla di relazione. Il Padre genera il Figlio. Lo Spirito è comunione. L’uomo è creato a immagine di un Dio che è relazione.

Essere interdipendenti non è una fragilità: è il riflesso della Trinità.

La domanda, allora, non è se dipendiamo.
La domanda è: da cosa dipendiamo e con quali effetti sulla nostra vita?

Quando la relazione umana diventa assoluto

Nella dipendenza affettiva disordinata, l’altro viene elevato a fondamento della propria esistenza. Si chiede all’altro ciò che nessun essere umano può garantire: sicurezza totale, presenza costante, salvezza dal vuoto.

Qui la dinamica si rovescia: non è più amore, è bisogno che trattiene.
Non è più comunione, è paura di perdere.

San Giovanni della Croce parlava di “attaccamenti disordinati”: non è l’amore ad essere il problema, ma la pretesa che l’amore umano colmi l’infinito. Quando l’altro diventa il mio assoluto, inevitabilmente lo schiaccio sotto un peso che non può sostenere.

Il criterio resta semplice e radicale:
una dipendenza è sana quando ti fa fiorire; non lo è quando ti consuma.

Se una relazione ti rende più capace di amare, più aperto, più luminoso, è feconda.
Se ti chiude, ti impoverisce, ti rende prigioniero della paura, è un legame che ha smarrito la sua verità.

L’affidamento a Dio: non fusione, ma libertà

Torniamo a Pietro. “Da chi andremo?” non è la frase di chi non ha alternative per paura di restare solo. È la parola di chi ha riconosciuto una sorgente.

Nella tradizione cristiana, l’affidamento a Dio non è annullamento dell’io. È il suo radicamento.
Santa Teresa d’Avila insisteva che l’orazione autentica rende la persona più concreta, più capace di agire, non meno.
San Tommaso d’Aquino affermava che la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona.

Dipendere da Dio, in questo senso, non significa regredire. Significa riconoscere che l’origine della vita non è nelle nostre mani e che proprio per questo possiamo vivere con maggiore libertà.

La differenza è decisiva:
nella dipendenza affettiva disfunzionale si cerca nell’altro la propria identità;
nell’affidamento a Dio si scopre un’identità già donata.

Il segno evangelico della vera dipendenza

Un criterio profondamente evangelico per discernere è questo:
la relazione con Dio dilata il cuore o lo restringe?

Se la fede mi rende più capace di misericordia, più paziente, più libero dal bisogno di possedere, allora è un affidamento che fa fiorire.
Se mi chiude in rigidità, paura o isolamento, allora qualcosa si è deformato.

Nel Vangelo, chi incontra davvero Cristo non si isola dal mondo: vi ritorna con più amore. Pensiamo alla Samaritana: dopo l’incontro al pozzo, corre in città. Non resta chiusa in una fusione mistica. La relazione con Cristo la rimette in cammino.

L’affidamento a Dio non sostituisce le relazioni umane: le purifica dall’assolutizzazione.

Interdipendenza come vocazione

La maturità cristiana non è autosufficienza. È comunione ordinata.
È sapere di avere bisogno senza trasformare l’altro in un idolo.
È potersi appoggiare senza annullarsi.

Siamo fatti per dipendere — ma nel modo giusto.
Dipendere da Dio non per fuggire dagli uomini.
Dipendere dagli uomini senza chiedere loro ciò che solo Dio può dare.

La vera libertà non è non aver bisogno di nessuno.
È avere bisogno in modo che la vita cresca.

Conclusione

“Signore, da chi andremo?”

Questa domanda resta aperta dentro ogni relazione.
Ogni volta che ci affidiamo a qualcuno, ogni volta che amiamo, ogni volta che cerchiamo sicurezza.

La dipendenza è sana quando ci rende più vivi, più capaci di dono, più radicati nella speranza.
È malsana quando ci spegne, ci chiude, ci consuma.

Nel cuore della tradizione cristiana non c’è l’ideale dell’uomo autosufficiente, ma quello dell’uomo in relazione: con Dio, con gli altri, con il mondo.

E forse la vera maturità sta proprio qui:
imparare a dipendere in modo che la nostra vita fiorisca.

Laura Zaccaro – Psicologa


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