Sei giorni prima
Nel Vangelo di Giovanni, che si ricorda anche l’ora dell’incontro fondamentale con Gesù, nessun riferimento cronologico è mai scontato: nella tavola di Betania, sei giorni prima della Pasqua, troviamo, infatti, Lazzaro, la cui resurrezione costituisce il settimo[1] ed ultimo segno che anticipa la resurrezione di Cristo.
La gloria
Come per la condizione cieco nato[2], anche di Lazzaro – e della sua morte – Gesù afferma, nel capitolo 11 del vangelo di Giovanni, che sia per la gloria di Dio. È bene ricordare, però, come, nel linguaggio giovanneo, gloria equivalga a ciò che, negli altri evangelisti, è descritta come Passione: per Giovanni, sulla Croce, avviene il compimento del ministero, la sua glorificazione, perché, come più volte preannunciato, è proprio quando Cristo “sarà innalzato da terra”, che “attirerà tutto a sé”[3].
Betania, casa-rifugio
Dai Vangeli, traspare un’amicizia sincera e limpida nei confronti dei tre fratelli di Betania. Un piccolo borgo a pochi chilometri da Gerusalemme: quella casa è il suo piccolo rifugio, nella sua itineranza. Un luogo sicuro, quello dove cavarsi le scarpe e poter respirare a pieni polmoni, lasciandosi alle spalle le aspettative delle moltitudini, i complotti delle istituzioni, le invidie e le antipatie dei rabbini. Non è un caso, probabilmente, che, dopo l’ingresso in Gerusalemme, si diriga in un tale luogo. Cristo sa cosa lo attende. E ha bisogno dell’amicizia e della libertà, che consentono di far emergere
Il servizio e l’amicizia
A Betania, Marta – e se ne lamenterà – è quella che serve, mentre Lazzaro, redivivo, si ritrova ora uno tra i tanti commensali[4]: scampato alla morte, si celebra la vita. Ridata a Lazzaro, richiesta, ora, a Cristo. Questa cena diventa, a questo punto, quasi un preludio di un’altra, che lo attende tra poco. Una cena tra amici, prima della cena coi Dodici.
La prodigalità e lo spreco
Al profumo del nardo, il pensiero di Cristo non può che essere andato alla morte; a quella morte che, ormai, lo sovrasta e lo attende. Quel profumo, da sempre utilizzato per coprire il lezzo della putrefazione[5], richiama Il dolore, rende presente, di fronte a Cristo, quella morte che si era allontanata – almeno temporaneamente – dalla mente, dal corpo e dal cuore di Lazzaro. Un vaso rotto, un profumo che inebria l’aria. Una quantità così spropositata da essere insensata, quasi diventando sgradevole.
L’alibi dei poveri
“Che spreco!” ha modo di commentare Giuda, che pare preoccuparsi dei poveri, ma – svela l’evangelista – in realtà, ha più a cuore i soldi che i poveri… mettendo a nudo, al contempo, anche i pensieri di chi legge, ancora oggi, questo brano. Perché i monasteri? Perché le opere d’arte della Chiesa non sono vendute? Per Giuda, i poveri sono solo un alibi.. e per noi? Il dubbio è bene che ci fenda l’anima come una spada a doppio taglio[6]…
Tutto non è mai troppo
Giuda dice di interessarsi ai poveri[7]: in realtà, non si interessa né dei poveri né del rabbi di Nazaret. Maria non sappiamo se si interessi dei poveri, ma, sicuramente, dimostra di tenere a Cristo. Ecco perché la domanda diventa pressante, a questo punto: se risparmiamo su Dio, davvero mettiamo al centro il povero che soffre? Se non gli offriamo la Parola di Dio e la Rivelazione, davvero nutriamo la dignità umana, con un po’ di pane? La totalità di quel nardo dice la totale disponibilità a Dio: quando offriamo noi stessi, doneremo tutto quanto è nelle nostre possibilità, per servire Dio e i fratelli (Dio, nei fratelli e i fratelli, in Dio). La contrapposizione nasce dall’incomprensione di un Dio che, in Cristo, dona tutto.
Lo spreco necessario
La preghiera, nel nascondimento; la contemplazione, che nutre la predicazione; lo studio, che prepara all’insegnamento; il silenzio e l’ascolto che sono controcanto della parola. C’è uno spreco che, quando avviene nella libertà, si rivela necessario. È quella prodigalità che si fa specchio della donazione integrale di Cristo e ne racconta uno stile eccedente ogni desiderio umano.
Rif. Gv 12, 1-11
Maddalena Negri
[1] Prima di Lazzaro, sono infatti individuati altri sei segni, che disseminano la narrazione giovannea: il vino nuovo a Cana di Galilea (Gv 2, 1-12), la guarigione del funzionario regio (Gv 4, 43-54), la “moltiplicazione” di pani e pesci (6, 1-15), il passaggio nel mare (6,16-21), infine, il cieco (9, 1-41).
[2] Cf. Gv 9, 1-41
[3] Cf. Gv 12, 32
[4] Gv 12, 2
[5] Questo è anche il titolo, del resto, del capitolo che F. Dostoevskij dedica, nel suo capolavoro, I fratelli Karamazov, alla morte dello starec
[6] Cf. Sal 149; Eb 4, 12
[7] Gv 12, 6
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