Una croce, schiavi ribelli e il mondo capovolto. #settimanasanta2026 #venerdìsanto

Alla metà dell’Ottocento, a Roma, nei pressi di ciò che restava del palazzo imperiale sul Palatino, viene fatta una scoperta molto particolare: un graffito datato tra il II e il III secolo d.C. che raffigura un uomo crocifisso con la testa d’asino e un altro uomo davanti a lui nell’atto di venerarlo. La didascalia incisa sull’intonaco è molto eloquente: “Alexamenos adora il suo dio”. Una delle ipotesi è che sia un atto di scherno nei confronti di un cristiano, appunto quel tale Alessameno nominato dal graffito.
E c’è da capirlo, l’ignoto autore: a un Romano dell’Antichità, che qualcuno si mettesse ad adorare un uomo appeso in croce deve sembrare una mostruosità, altrettanto assurda di un uomo con la testa d’asino. La condanna alla croce, infatti è nella Roma antica il supplizio più orribile e degradante, e i romani ne hanno sempre avuto sommo raccapriccio: normalmente è la morte riservata agli schiavi, ma anche ai liberti e ai provinciali, o comunque a chi non è cittadino romano, tanto che Cicerone, in una delle sue arringhe, si spinge a dire: «Se siamo minacciati di morte, moriamo almeno da uomini liberi: che il carnefice, che la velatura del capo, che il nome stesso della croce restino lontani non solo dal corpo dei cittadini romani, ma anche dai loro pensieri, dai loro occhi, dalle loro orecchie.» Un mezzo di esecuzione fatto apposta per massimizzare le sofferenze del condannato: egli viene inchiodato, di solito per i polsi o per le braccia, al patibulum, il palo trasversale che è stato costretto a trasportare, poi issato sullo stipes, il palo verticale già piantato sul luogo dell’esecuzione, cui è inchiodato per i piedi o per i calcagni, e lasciato lì a morire per soffocamento in una lenta agonia, nudo come un verme, a volte per giornate intere. Nel 71 a.C., l’armata di schiavi ribelli guidata da Spartaco che per tre anni aveva messo a ferro e fuoco l’Italia viene sbaragliata da Crasso, e i seimila sopravvissuti al massacro vengono crocifissi lungo tutto il percorso della via Appia, da Capua fino a Roma, come monito per gli schiavi che abbiano ancora intenzione di ribellarsi.
Un’icona del fallimento più totale, dunque.
Ma è proprio questa prospettiva che il Cristo è venuto a capovolgere, con qualcosa di così assurdo che agli stessi cristiani ci vorranno secoli per accettarlo: Dio stesso, l’Onnipotente, il Signore della Creazione, non solo si è fatto uomo, ma si è abbassato a vivere quella morte spaventosa, dolorosa e umiliante, come l’ultimo degli schiavi. Come preannuncia Isaia, chi avrebbe mai detto che quella croce, da effigie di orrore, umiliazione e fallimento, sarebbe diventata sinonimo di liberazione per il genere umano? Eppure su quella croce, con l’uomo di Nazareth, è stato appeso il dolore degli uomini di tutti i tempi: «Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.» Nessuno dovrà più sentirsi solo, nemmeno nel massimo del dolore e dell’umiliazione, nemmeno nella morte, perché quel massimo è stato sperimentato da Dio stesso, e in quella croce ogni uomo avrà un riparo presso cui rifugiarsi. Una croce che diventa, per dirla con la seconda lettura, “trono di grazia”.
Il Cristo, dunque, con la sua crocifissione, ha capovolto il mondo, e la croce, da “scandalo” e “follia” per i pagani, è diventata simbolo di salvezza per il mondo intero.

Federica Garofalo


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