La crescita nella Vita Spirituale secondo Santa Caterina da Siena #santacaterinadasiena #sentierodiprimavera2026

La crescita nella vita spirituale non è una tecnica meccanica: non possiamo imparare la vita spirituale come se fossimo alla scuola media, dove si passa da un anno ad un altro in modo quasi automatico.

Lo sviluppo della vita spirituale non è un processo organico e profondamente personale, intrinsecamente legato alla storia di ogni anima.

A causa di questa caratteristica altamente personale, possiamo comprendere perché la descrizione dello sviluppo spirituale in Santa Caterina – anche se molto vivida quanto le immagini – non è sempre coerente. La nostra Santa non ha mai avuto l’intenzione di scrivere un trattato sistematico sulla teologia spirituale: le sue descrizioni della vita spirituale sono intensamente personale. Ciò nonostante, il suo messaggio è sempre universale, e ha qualcosa per ognuno di noi. 

 Santa Caterina da Siena ci insegna che la riforma della Chiesa non è una questione burocratica, ma dipende radicalmente dalla santità dei singoli. Per illustrare questo cammino, ella riceve dal Padre l’immagine di un ponte che unisce il Cielo alla terra, affinché l’umanità non anneghi nel fiume delle tribolazioni mondane.

«L’Unigenito mio Figliuolo, che io ho fatto ponte, perché tutti possiate giungere al fine vostro, e ricevere il frutto di ogni vostra fatica, sostenuto per mio amore»

Dialogo, c. 20

Il fondamento di questo progresso risiede nella “cella del cognoscimento di sé”. È qui che l’anima scopre la verità fondamentale del suo rapporto con il Creatore: l’abisso tra il “tutto” di Dio e il “nulla” della creatura. Questa duplice conoscenza — di sé e della bontà divina — è la radice dell’amore, poiché non si può amare ciò che non si conosce. Solo abitando costantemente in questa cella interiore l’anima può rivestirsi della Verità e sradicare la presunzione.

«Elevandosi un’anima assillata da grandissimo desiderio… si esercitava per qualche tempo nella virtù, abituandosi ad abitare nella cella del conoscimento di sé, per meglio conoscere la bontà di Dio dentro se stessa»

Dialogo, c. 1

Questo ponte, che è Cristo Crocifisso, non è una superficie piana, ma un percorso che esige un’ascesa attraverso tre tappe fondamentali, configurate sul corpo stesso del Verbo. Esse rappresentano i tre stati dell’anima: lo stato degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti. Ogni gradino richiede un distacco e un’adesione sempre più profonda alla carità divina, trasformando il timore in amore e il desiderio in unione.

«Questo ponte, che è l’Unigenito mio Figliuolo, ha in se tre gradinate, delle quali due furono fabbricate sul legno della santissima croce; la terza, quando sentì la grande amarezza nel bere fiele e aceto»

Dialogo, c. 26

Il primo scalone è costituito dai piedi di Cristo, che simboleggiano l’affetto dell’anima. Proprio come i piedi sostengono il corpo, così l’affetto muove l’anima verso Dio. In questa fase, il credente deve spogliarsi dei vizi e della volontà propria, sollevando i propri “piedi” dal fango della terra per inchiodarli alla Croce attraverso il desiderio. È il tempo della purificazione, in cui l’anima inizia a camminare con timore, cercando di uscire dal fiume del peccato per attaccarsi alla roccia del ponte.

«Al primo scalone si spoglia di vizio, levando i piedi dall’affetto della terra»

Dialogo, c. 26

Salendo ancora, l’anima giunge al secondo scalone: il costato aperto di Gesù. Qui la via purgativa si trasforma in via illuminativa. Entrando nella piaga del fianco, l’anima scopre i segreti del Cuore divino e viene inebriata dal fuoco della carità. Tuttavia, questo stato presenta una sfida: il rischio di amare Dio per le consolazioni che ne derivano. Per perfezionare l’amore dell’anima, Dio spesso sottrae il “sentimento” della grazia, spingendo il credente a perseverare nell’umiltà e nell’orazione continua fino a diventare non più un servo, ma un carissimo amico.

«Salita sui piedi dell’amore, l’anima comincia a gustare l’affetto del cuore, ponendo l’occhio dell’intelletto nel cuore aperto del mio Figlio, dove trova consumato e ineffabile amore»Dialogo, c. 26)

Infine, l’anima approda al terzo scalone: la bocca del Verbo. È lo stato dell’unione perfetta, dove si riceve il bacio della pace e cessa ogni guerra interiore. L’anima, ormai divenuta “figliola”, non cerca più se stessa o le proprie utilità, ma ama Dio con la Sua stessa carità. In questo mare pacifico della divinità, l’anima gusta un’ineffabile dolcezza che la trasforma interiormente, rendendola una cosa sola con la Verità eterna.

«Salito il secondo, giunge al terzo, cioè, alla bocca, dove trova la pace dopo quella grande guerra, che prima aveva avuto con me, per le sue colpe»

 – Dialogo, c. 26.

Tuttavia, l’unione mistica non è un isolamento, ma il culmine di un’ansia apostolica. L’anima che ama perfettamente giunge a odiare ciò che Dio odia e ad amare ciò che Dio ama: le anime. Ella diventa così un mediatore tra Dio e l’umanità, un “altro Cristo crocifisso” che, attraverso la preghiera e il sacrificio, opera per la salvezza del prossimo e la riforma della Sposa di Cristo. Questa missione di carità è il segno distintivo di chi ha davvero attraversato il ponte.

«Veramente questi si possono chiamare un altro Cristo crocifisso, Unigenito mio Figlio, perché hanno preso a fare il suo ufficio»

Dialogo, c. 146

Spero che tutti ci sentiamo chiamati a questo cammino nei tre gradini ed essere un po’ più cateriniani e legati a Gesù, nell’amore di carità.

fr Jean Gabriel Pophillat OP


Scopri di più da Club Theologicum

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑