
Il primo libro di questo mese è La ragazzina di Valeria Parrella: un romanzo civile di 140 pagine, che prende Giovanna d’Arco e la spoglia di ogni aura sacra e leggendaria. Non una santa, non un simbolo: una ragazzina. Quella che, prima di guidare un esercito giocava con i fratelli, parlava con sua madre, faceva sogni. E che, a sedici anni, invece di filare, ricamare e sposarsi, decide di mettersi di traverso.
L’operazione di Parrella è precisa e riuscita: annullare la distanza temporale tra il Quattrocento e oggi. La Guerra dei cent’anni è quasi come ogni guerra. Giovanna d’Arco assomiglia a tutte le ragazze che nel mondo vengono zittite o uccise per aver rivendicato il diritto di esistere a modo loro. Non è un romanzo storico: è un manifesto travestito da fiaba.
La prosa è quella di Parrella al suo meglio — asciutta, ritmica, con improvvise accelerazioni poetiche. Il rischio di un’operazione così esplicitamente politica è scivolare nella retorica, e a tratti ci si avvicina. Ma la forza della scrittura tiene, e il finale — Giovanna sul rogo, quieta come tornata all’albero delle fate — è di quelli che rimangono. Un libro necessario, soprattutto da regalare. ⭐⭐⭐⭐½

Un libro intenso è Il cuore non va a dormire di Enrico Galiano: il dodicesimo romanzo del professore-scrittore friulano e il primo pubblicato con Einaudi, che segna un salto verso una scrittura più matura e coraggiosa rispetto ai libri precedenti. Racconta due storie parallele, che sono, in realtà, una sola: Sasha, sedici anni, che si innamora del suo supplente di diritto — un uomo che parla solo d’arte e che per la prima volta la fa sentire davvero vista; e Alessandra, quarant’anni passati, notaia con una vita apparentemente tranquilla che si incrina non appena qualcuno la costringe a guardare se stessa. Le due donne, distantissime per età e carattere, si incontreranno nella stessa crepa.
Il tema centrale è il dolore come territorio necessario: una società che cerca di eliminarlo si preclude anche la gioia, la creatività, l’empatia. Il cuore si può provare a zittire, ma non va mai davvero a dormire. È un messaggio che Galiano porta avanti con il suo stile riconoscibile — caldo, diretto, capace di arrivare alle emozioni senza troppi filtri — ma con una complessità maggiore rispetto al passato. Meno consolatorio, più disposto a stare dentro le contraddizioni senza risolverle.
Chi non ama Galiano, potrebbe trovarlo ancora troppo sentimentale. Ma per i suoi lettori, e non solo, è probabilmente il suo romanzo migliore. ⭐⭐⭐⭐

Una piacevole novità è Il talento di Margherita di Viola Veloce: il debutto, presso una grande casa editrice, per l’autrice già nota online grazie alla serie degli Omicidi, gialli ironici ambientati in contesti quotidiani come l’ufficio e il condominio.
La protagonista, Margherita Fiori, ha sessant’anni e una vita apparentemente grigia: impiegata al tribunale, sempre considerata dagli altri stramba e distratta. Solo da adulta, ha scoperto che quella difficoltà aveva un nome — dislessia — che però si è rivelata un talento paradossale: la costringe a scomporre ogni cosa in elementi semplici, e così vede le stonature e le incongruenze che agli altri sfuggono. Quando il suo vecchio amore, il magistrato Pietro Pecorari, la contatta dopo venticinque anni per una morte sospetta ufficialmente archiviata come suicidio, Margherita si ritrova di nuovo in gioco.
Parallelamente alla trama gialla corre una storia di rinascita personale: Margherita riscopre il desiderio e la libertà attraverso nuovi incontri, in una rivendicazione gioiosa del diritto al piacere nella seconda età che è uno degli aspetti più freschi del libro. Lo stile è ironico, diretto e senza fronzoli, con una protagonista che sovverte ogni stereotipo della detective story. Un esordio promettente e irriverente, consigliato a chi ama il cozy crime con un tocco di leggerezza. ⭐⭐⭐⭐

Un bel giallo è Omicidi s.r.l. di Alessandro Robecchi è un altro capitolo della serie dedicata al giornalista Carlo Monterossi, ambientata in una Milano cinica e spietata che Robecchi ritrae con il suo solito sguardo affilato e ironico. Questa volta il protagonista si trova invischiato in un intreccio che mescola il mondo degli affari, della televisione spazzatura e della criminalità, con quell’aria da commedia nera che è la cifra stilistica dell’autore.
Robecchi è uno degli scrittori italiani più originali nel genere noir: la sua scrittura è veloce, piena di humor feroce, con dialoghi brillanti e personaggi secondari memorabili. Monterossi è un protagonista anomalo — troppo intelligente e disincantato per essere un eroe, troppo coinvolto per restare a guardare — e funziona proprio per questa sua ambiguità morale.
Il difetto ricorrente della serie, presente anche qui, è che a volte la trama passa in secondo piano rispetto alle divagazioni ironiche sull’Italia contemporanea. Ma è anche questo il piacere di Robecchi: non si legge solo per sapere chi ha ucciso chi, ma per godersi la voce narrante. Consigliato a chi ama il noir metropolitano con una forte componente di satira sociale. ⭐⭐⭐⭐

Da non perdere è, poi, La più piccola di Fatima Daas: un romanzo autobiografico, pubblicato in Francia nel 2020, che ha fatto molto parlare di sé, per la sua voce del tutto originale. La protagonista — che porta il nome dell’autrice — è una giovane donna cresciuta a Clichy-sous-Bois, periferia parigina, figlia di immigrati algerini, musulmana praticante e omosessuale. Tre identità che la società intorno a lei considera incompatibili, e che lei porta tutte addosso senza rinunciare a nessuna, a costo di una lacerazione continua.
Il libro è costruito su capitoli brevissimi, ciascuno che inizia con la formula “Mi chiamo Fatima Daas”, quasi un’ossessiva ridefinizione di sé stessa. Questo ritmo ripetitivo e quasi rituale ricorda la struttura della preghiera islamica, ed è una scelta stilistica precisa e potente: l’identità non si afferma una volta sola, bisogna riconquistarla ogni giorno. La scrittura è scarna, diretta, priva di ornamenti, eppure capace di una profondità emotiva notevole.
I temi sono universali, nonostante il contesto specifico: il rapporto difficile con i genitori, la ricerca disperata di appartenenza, la vergogna, il desiderio, la fede vissuta non come dogma ma come bisogno autentico. Fatima non vuole scegliere tra Allah e l’amore per le donne, tra la sua famiglia e se stessa, e questa ostinazione è insieme la sua forza e la sua ferita più profonda.
Non è un libro facile, né consolatorio, e non cerca di esserlo. È scomodo, frammentato, a tratti doloroso. Ma è anche uno dei debutti più freschi e necessari degli ultimi anni, con una voce letteraria che non assomiglia a nessun’altra. ⭐⭐⭐⭐

Un libro davvero interessante è Quando le gru volano a sud di Lisa Ridzén è il romanzo d’esordio di una scrittrice svedese che ha conquistato le classifiche del suo paese, vincendo il premio come libro dell’anno 2024. La storia è quella di Bo, ottantanove anni, che vive solo nel nord della Svezia con il suo cane Sixten, assistito dagli operatori sociali, mentre la moglie Fredrika è ricoverata in una casa di cura per demenza. Il figlio Hans vuole togliergli il cane, e questo diventa il fulcro di una tensione profonda tra padre e figlio, fatta di decenni di silenzi, amore non detto e ruoli che lentamente si invertono.
La narrazione è in prima persona, con una voce burbera, diretta e commovente. Ridzén ha tratto ispirazione dagli appunti lasciati dall’équipe di cura del nonno, e questa origine reale si sente in ogni pagina: la vecchiaia non è edulcorata né pietistica, ma raccontata con lucidità e rispetto, tra vergogna, rabbia e una dignità ostinata che si fa quasi eroica. Bo non è un vecchietto dolce da romanzo: è un uomo che ha amato male, che ha taciuto troppo, che ora fa i conti con tutto.
Il tema centrale non è solo la vecchiaia, ma la difficoltà di esprimere i sentimenti, il muro di silenzi che si costruisce tra padri e figli, e il coraggio di abbatterlo prima che sia troppo tardi. Il titolo è una metafora potente: come le gru che migrano verso sud in autunno, Bo si avvicina alla fine con una consapevolezza lenta e bellissima. Lo stile è asciutto, poetico nei momenti giusti, mai sentimentale in modo facile. Un libro che stringe il cuore senza manipolarlo. ⭐⭐⭐⭐½

Un romanzo davvero bello è Siracusa di Delia Ephron, un romanzo che porta il lettore nel cuore della Sicilia, attraverso gli occhi di due coppie americane in vacanza: Lizzie e Michael, e Taylor e Phillip. Quello che dovrebbe essere un viaggio idilliaco diventa presto il teatro di bugie, desideri repressi e tradimenti, mentre la città di Siracusa — con le sue rovine greche, il mare cristallino e la luce abbacinante — osserva tutto in silenzio. C’è anche Roméo, un ragazzo siciliano misterioso che si lega in modo particolare a Taylor, aggiungendo un ulteriore livello di tensione alla storia.
La Ephron è brava a costruire personaggi credibili e sfaccettati, soprattutto femminili. Lizzie è la voce narrante più autentica, una donna che percepisce tutto ciò che non viene detto, intrappolata tra la lealtà verso le persone che ama e la consapevolezza crescente di verità scomode. Taylor, al contrario, è enigmatica e sfuggente, e proprio attorno a lei ruota buona parte della tensione narrativa.
Lo stile è asciutto e diretto, con dialoghi taglienti e una capacità rara di dire molto con poco. La Sicilia non è solo scenografia: è quasi un personaggio essa stessa, con la sua bellezza antica e la sua atmosfera sospesa nel tempo che amplifica le contraddizioni dei protagonisti. Chi conosce Siracusa troverà piacere nel riconoscere i luoghi descritti con affetto e precisione.
Il difetto principale è il finale, che risulta un po’ affrettato, rispetto alla cura con cui è stato costruito il resto. La sensazione è che alcune tensioni accumulate non trovino uno sbocco del tutto soddisfacente. Nel complesso però è un romanzo riuscito, ideale per chi cerca una lettura estiva che non sia solo intrattenimento leggero ma abbia anche qualcosa da dire sull’amore, sul matrimonio e sull’auto inganno. ⭐⭐⭐½

Infine, ci sono Le stelle di Kabul di Nadia Hashimi è un romanzo intenso e profondamente umano che intreccia le vite di donne molto diverse tra loro nella Kabul contemporanea, segnata da guerra, tradizione e cambiamento. La storia segue principalmente due figure femminili: Sitara, cresciuta in una famiglia privilegiata prima di essere travolta dalla violenza politica, e Aryana, una giovane medico emigrata negli Stati Uniti che porta con sé il peso delle proprie radici e del passato. Le loro vicende, inizialmente lontane, si avvicinano progressivamente, mostrando come le scelte individuali siano spesso condizionate da eventi storici più grandi. Il punto di forza del romanzo sta nella capacità dell’autrice di dare voce alle donne afghane senza ridurle a semplici vittime. I personaggi sono complessi, contraddittori, pieni di dignità: cercano libertà, amore, identità, pur dentro limiti sociali molto rigidi. Kabul non è solo uno sfondo, ma una presenza viva, quasi un personaggio, che cambia insieme ai protagonisti. Lo stile è scorrevole e accessibile, ma non superficiale: riesce a trattare temi pesanti – perdita, esilio, identità, diritti delle donne – senza appesantire la lettura. Alcuni passaggi possono risultare prevedibili o leggermente melodrammatici, ma questo non compromette l’impatto emotivo complessivo. In sintesi, è un libro che colpisce più per l’empatia che genera che per la complessità della trama. Offre uno sguardo coinvolgente su una realtà spesso raccontata solo attraverso la cronaca, restituendo volti e storie a chi di solito resta invisibile.⭐⭐⭐⭐½
M. Alessia Del Vescovo
Voglia di pici: Antropologia, Tradizione e Sapienza a Tavola

Un’opera insolita, ma profondamente stimolante: Voglia di pici. Antropologia e pratica dell’appiciare in Toscana, scritto a quattro mani da Marco Ginanneschi e Roberta Perugini, edito dalla casa editrice I Libri di Mompracem.
Come ricorda lo stesso Marco quasi in chiusura della sua parte del volume, per chi vive nel Centro Italia, i pici sono noti spesso come “strozzapreti”. C’è senza dubbio una certa ironia, decisamente divertente, nell’immaginare un frate domenicano e sacerdote alle prese con un libro dedicato proprio agli strozzapreti, e per di più con l’acquolina in bocca per la voglia di provarli! Ma, battute a parte, si tratta di un libretto davvero agile e brillante.
I due autori intrecciano sapientemente la storia di una tradizionale ricetta della cucina toscana con l’antropologia. Da una parte, Marco applica con grande maestria e semplicità le nozioni tipiche dell’antropologia culturale all’atto della preparazione del cibo: emergono così il senso della festa, la dimensione del gioco, il valore delle regole, la scuola e il rito di iniziazione. Tutte queste nozioni antropologico-culturali vengono applicate direttamente alla conoscenza pratica dei pici grazie alla figura di Roberta.
Dall’altra parte, infatti, è Roberta a curare la dimensione concreta. Ci racconta la sua esperienza a Castelmuzio, vicino Siena, luogo di cui è originaria e dove i pici venivano affettuosamente chiamati “lunghetti”. Nella seconda metà del libro, ci regala una vera e propria rassegna di ricette. A proposito di assaggi, chi vi scrive ha avuto l’occasione di gustare qui a Firenze degli ottimi pici all’aglione, una preparazione magnifica, ricca di sapore e, fortunatamente, del tutto priva di piccante!
Il cibo, come ci insegna la Sacra Scrittura, è un elemento sempre presente e profondamente radicato in ogni cultura. Saggiarne la bontà non solo per farsi venire l’acquolina in bocca, ma anche da un punto di vista teologico, antropologico e culturale, diventa così un eccellente esercizio sapienziale e intellettuale.
Per approfondire il testo o acquistarlo, vi rimando alla pagina ufficiale: I libri di Mompracem – Voglia di Pici.

R. Du Fer. Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente, Bompiani, Milano, 2026.
In un’epoca in cui il cinismo imperante sembra averci intimamente convinti che l’immaginazione e la fantasia siano soltanto “roba da bambini” o, peggio, una patetica fuga dalla realtà, il filosofo e divulgatore Riccardo Dal Ferro (in arte Rick DuFer) propone una tesi potente e controcorrente. Nel suo saggio Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente, pubblicato da Bompiani, l’autore ci invita a rileggere l’imponente opera di J.R.R. Tolkien non come un semplice passatempo per evadere dal quotidiano, ma come una lucida, profonda e sorprendente chiave di lettura per decifrare le angosce del nostro tempo.
In un mondo segnato da incertezze generazionali, conflitti e dal ruolo sempre più invadente e disorientante dell’intelligenza artificiale, le pagine del Signore degli Anelli smettono di essere un mero rifugio fantastico per diventare un fondamentale strumento di indagine antropologica. Il saggio di DuFer si snoda attraverso la consapevolezza che la rassegnazione all’oscurità non è l’unica via possibile, sebbene appaia spesso come la più facile. Il vero veleno del nostro secolo, argomenta l’autore, è proprio questa rassegnazione, la convinzione logorante che “l’ombra sia ormai il destino ineluttabile” e che arrendersi senza lottare sia l’unica mossa intelligente rimasta a nostra disposizione.
Al cuore della riflessione vi è il concetto chiave che dà il titolo all’opera: il pensiero incoraggiante. DuFer attinge a piene mani non solo alla letteratura, ma alla filosofia classica, l’Uno di Plotino per costruire una vera e propria “cosmogonia della nostalgia”. Molto spesso, l’essere umano contemporaneo si rifugia nella nostalgia per un passato idealizzato (fatto di esperienze perse nel tempo) o nell’attesa paralizzante di un futuro che non è ancora accaduto e che, forse, non arriverà mai. Entrambe queste attitudini sono scappatoie, vie di fuga per non affrontare un presente percepito come insoddisfacente o spaventoso.
L’alternativa a questa doppia evasione è restare tenacemente radicati nell’oggi, accogliendo appunto il pensiero incoraggiante. Ma in cosa consiste all’atto pratico? È l’azione di cercare l’ispirazione, l’energia vitale e la luce ancor prima di trovarsi catapultati nei momenti di disperazione totale, come accade a Frodo nella fetida tana del mostro Shelob. Frodo Baggins, come ci ricorda DuFer, non è un guerriero invincibile, né un potente stregone; è un individuo impacciato, abituato alle comodità, un eroe del tutto improbabile che si ritrova improvvisamente sbalzato in un incubo a occhi aperti.
Quando tutto sembra irrimediabilmente perduto e il respiro della bestia incombe su di lui, Frodo stringe al petto la Fiala di Galadriel, un inaspettato dono di luce. DuFer utilizza questa potentissima immagine per sottolineare come, nella nostra vita quotidiana, abbiamo il dovere di circondarci di “Galadriel”, ovvero di persone, relazioni e narrazioni in grado di donarci quella luce. È un’energia da conservare gelosamente e da sprigionare quando l’abisso ci guarderà dritto negli occhi. L’esistenza stessa di storie così straordinarie rappresenta di per sé quel pensiero incoraggiante che ci fornisce gli strumenti pratici per sopravvivere all’Ombra.
Questo è solo uno dei temi trattati dal libro, uno dei miei preferiti. Il testo di Du Fer mette insieme anche il tema della tecnologia, l’illusione di un controllo totale sul reale e la frammentazione dell’uomo.
Il pensiero incoraggiante si rivela molto più di una pregevole analisi letteraria. È un trattato di filosofia calato con urgenza nelle sfide del presente. Un bel saggio agile e molto ben scritto che è molto fecondo anche per noi credenti. Perché?
Perché il testo ci ricorda che l’eroismo autentico non consiste nell’inseguire un’onnipotenza tecnica invulnerabile, ma nell’abbracciare l’umiltà del viandante. Un viandante che, pur spaventato e consapevole della propria fragilità, decide di portare il peso delle responsabilità compiendo un passo alla volta, fidandosi unicamente della luce che ha saputo accogliere lungo il cammino.
Quella luce che noi sappiamo essere della fede, come sapeva anche Tolkien, nel suo cattolicesimo.
Con DuFer, riscopriamo la bellezza di essere viandanti per gettare il nostro anello, senza sentirci gettati nel mondo, ma gettati nella sinfonia d’amore di Iluvatar, cioè: Dio.
fr. Gabrio
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