Anche se ormai il telefono ha sostituito il best seller sotto l’ombrellone, ogni tanto si vede ancora qualcuno con un bel libro in mano. In sintesi, la letteratura serve a quello. Non me ne vogliano intellettuali snob (e diciamolo, anche un filino micragnosi), ma ho sempre pensato che tremila anni di letteratura occidentale servano a questo: ad essere letti sotto l’ombrellone.
Mi spiego.
Da quando la letteratura occidentale ha memoria di esistere, cioè da Omero, e il film di Nolan ci ha dato ancora una prova, nei libri cerchiamo due cose: prodesse et delectare. Utilità e piacere. Non solo utilità, perché sarebbe noiosa, non solo piacere perché in Occidente non esiste l’arte fine a sé stessa: ci sembrerebbe di perdere tempo. Guai a credere che si possa rinunciare al delectare! Rinunceremmo a metà della nostra anima. In estate sotto l’ombrellone siamo praticamente nudi: gettiamo la maschera del professionista, dell’impiegato o di che altro. I ruoli sociali si affievoliscono. Rimane però la posa dell’intellettuale. Dalla fine dell’Ottocento a questa parte fa molto profondo e colto imporsi letture pesantissime. Perché, spoiler, lo sappiamo tutti che certi romanzi canonici sono noiosi, è inutile che ce lo nascondiamo. Non li leggiamo perché ci piacciano: li leggiamo perché serpeggia l’idea che la letteratura sia quella. Se non soffro, se non mi torco le budella, se non mi tormento interiormente, non sto davvero leggendo un libro. In fin dei conti, la cultura è quello, no? Posso andare in libreria e acquistare il pacchetto completo: quattro romanzi (in genere russi, ma non solo), un po’ di sofferenza, e il gioco è fatto. Poi anche se in fondo in fondo non mi sono piaciuti, posso dire di averli letti e alla prima occasione posso sfoggiare il nome di un autore cui altri non osano accostarsi. Diranno “però, come è colto,com’è profondo”, e in fin dei conti potrò dirmelo anch’io. Avrò toccato con mano l’essenza tragica della condizione umana e potrò definirmi a tutti gli effetti un intellettuale. È così che funziona, no?
No.
Questa è solo l’ultima forma che ha assunto il mito romantico del superuomo, colui che a differenza degli altri ha il coraggio di strappare il velo di Maya e guardare in faccia la realtà. Oggi ci sono superuomini ovunque: pletore di superuomini, valanghe di superuomini, tonnellate, vastità di superuomini!
Invece no.

Per tremila anni la letteratura è stata tutt’altro: nel grande mosaico della storia culturale occidentale, fatto di continuità nella discontinuità, di tessere colorate e disegni stravaganti e diversi, la letteratura ha espresso la vita sotto ogni aspetto. Non solo tragedia. E non ha mai perso il gusto dell’intrattenimento. Per nessuna ragione. Nolan ha forse preso qualche cantonata, ma ci ha dato un assist importante: la letteratura è nata nei banchetti, nei falò (magari non quelli di confronto), all’aperto, in compagnia. Questo non toglie nulla alla sua dignità, anzi aggiunge molto: un’arte bellissima, a portata di mano, che con pochi soldi mette una bellezza sempre antica e sempre nuova nelle mani di tutti. Ma leggeresti mai una mattonata sotto l’ombrellone? E perché mai? Allora, prima di comprare un libro, chiediti: lo leggerei sotto l’ombrellone? Cioè: lo leggerei davvero, senza mascherarmi da intellettuale? Come sotto l’ombrellone ci spogliamo dei vestiti, spogliamoci anche delle maschere intellettualoidi.
Del resto, anche il Signore ha scelto di parlare all’uomo tramite la letteratura: la Bibbia è il libro per antonomasia, anche etimologicamente. Ma nella Bibbia non c’è solo dolore: c’è tutta la vita, in tutte le arti. Un lettore cristiano non può confondersi con il superuomo: non l’ha fatto il Signore, non lo faremo neppure noi.
Buona lettura clubbers!
E buona estate!
Matteo Zaccaro
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