
In questo mese di caldo torrido, iniziamo da I convitati di pietra (vincitore del Premio Strega 2026). Gli ex alunni della III A di un liceo milanese, appena superata la maturità, stringono un “patto sciagurato” destinato a legarli per tutta la vita: decidono di ritrovarsi ogni anno. Quello che nasce quasi per scherzo si trasforma in una sfida senza esclusione di colpi, alimentata dalla competizione e dal miraggio di un premio, con il gruppo che si muove tra amori, malattie, denaro e azzardo lungo un arco temporale che va dagli anni ’70 fino al 2050 e oltre.
Il romanzo è insieme comico e corale, ma, sotto la superficie ironica, nasconde una riflessione feroce sul tempo, sulla fragilità umana e sull’illusione della giovinezza — l’idea che i compagni di scuola restino per sempre fissati in quell’età, come “convitati di pietra” a un tavolo che il tempo reale non tocca.
Lo stile è ossessivo, erudito, ricco di riferimenti.
È un libro che gioca con un’idea potente: il patto tra compagni di scuola che promettono di ritrovarsi ogni anno diventa, col tempo, quasi un dispositivo crudele — un modo per misurare spietatamente ciò che la vita fa a ciascuno, mentre l’illusione dell’eternità dell’adolescenza si sgretola pagina dopo pagina. Mi sembra che il pregio più grande sia proprio questo: prendere sul serio la nostalgia, senza cadere nel sentimentalismo, e trasformarla in qualcosa di quasi feroce.
Detto questo, capisco perché divida i lettori. Mari scrive in modo denso, ricco di rimandi e dettagli minuziosi, e questo tipo di scrittura richiede pazienza — non è un libro che si “consuma”, va abitato. Chi ama i romanzi corali, con molti personaggi da tenere a mente, può trovarlo ricchissimo; chi cerca, invece, un ritmo più diretto rischia di sentirsi ‘tenuto a distanza’.
Trovo, nel complesso, che si tratti di un’operazione letteraria coraggiosa più che un romanzo semplicemente “piacevole” — di quelli che lasciano un segno, proprio perché non facilitano la lettura, ma la mettono alla prova, insieme al tema che affrontano: il tempo che passa e quello che, delle persone che siamo state, resta davvero.
VOTO: 9,5/10

Proseguiamo con Dove tutto trema di Andrea Molini, che rappresenta un viaggio nel lavoro dello psicoterapeuta. È un atto di onestà professionale non scontato: normare il controtransfert è facile, lasciarlo tremare senza risolverlo in schema lo è meno. Per chi lavora nella relazione di aiuto psicologico, questo tocca una zona reale — quella tra presenza professionale e risonanza personale che è sempre in gioco, ma raramente detta ad alta voce. In chiave analitico-transazionale nel testo c’è il vissuto controtransferale che qui non è trattato come rumore da correggere ma come dato relazionale — informazione sullo script in gioco, del terapeuta e del paziente insieme. La struttura stessa del testo (non spiegare, lasciare aperto) sembra voler far provare al lettore la stessa incertezza fenomenologica che descrive, più che offrirgli una griglia diagnostica pronta. C’è un momento, dopo ogni seduta di terapia, che raramente viene raccontato: il terapeuta rimane solo, la porta si è appena chiusa, e qualcosa resta in sospeso. È da qui che parte Dove tutto trema.
Il libro non spiega la psicoterapia dall’esterno, come farebbe un manuale. La fa vivere da dentro, mostrando quello che il terapeuta sente ma spesso tiene per sé: l’esitazione prima di parlare, il peso di un silenzio, il dubbio su una frase detta o non detta. Sono i momenti invisibili del lavoro clinico, quelli che non finiscono mai nei libri di tecnica. La scrittura è essenziale, diretta, e non ha fretta di dare risposte. Lascia il lettore dentro l’esperienza, senza guidarlo troppo — e proprio per questo qualcosa resta, anche dopo l’ultima pagina.
È un libro pensato soprattutto per chi lavora in ambito clinico o si sta formando, ma parla in realtà a chiunque sia curioso di capire cosa succeda davvero, dentro una relazione d’aiuto.
VOTO: 9,5/10

Un libro da non sottovalutare è La ragazza d’aria di Andreea Simionel (Rizzoli, 2026). Aryna ha quindici anni, è arrivata da due anni a Torino dalla Romania e vive sospesa tra due lingue, due culture, due identità. Il suo nome è difficile da pronunciare per i coetanei italiani, la lingua madre le sembra troppo spigolosa, il corpo troppo pieno — e da questo senso di inadeguatezza inizia a “stringere”: controlla sempre di più i pensieri, gli affetti, il cibo. Attorno a lei genitori, sorella e amici sembrano lontani, mentre lei sviluppa un disturbo alimentare, cercando di sparire, di diventare leggera come l’aria. IL RISVOLTO PSICOLOGICO: non è il racconto clinico di una malattia, ma di una mancanza — il corpo diventa il terreno su cui si gioca una battaglia più profonda sull’identità e l’appartenenza. La restrizione alimentare diventa l’unico spazio in cui la protagonista sente di avere potere su se stessa, in un momento in cui tutto il resto le sfugge. Il libro esplora anche il legame tra sorelle e il rifugio nella lettura come vie di resistenza e, lentamente, di guarigione. Lo stile è limpido e tagliente, capace di dire molto senza appesantire. Un libro che tocca da vicino il tema dei disturbi alimentari.
VOTO: 9,5/10

Un romanzo lacerante per il lettore è Il mantello di Rut di Paolo Rodari. Roma, 1926: Remo ha appena dodici anni quando la madre lo lascia davanti al Seminario Pontificio. Anni dopo, durante la Shoah romana, dopo il rastrellamento al Portico d’Ottavia, Rachele — giovane vedova ebrea, disperata e consapevole del rischio di essere catturata — si presenta una notte da Remo con la piccola Aida, la sua bambina di cinque anni, chiedendogli di nasconderla per salvarla. Insieme ad altre venti bambine ebree, Aida viene messa in salvo in una stanza segreta ricavata sotto la cupola di una chiesa — un luogo realmente esistito, ancora oggi visitabile. Quella notte, Rachele e Remo si separano per sempre; anni dopo, ormai anziano, Remo decide di scrivere una lunga lettera ad Aida per raccontarle quei mesi e il legame invisibile che ha segnato per sempre il suo destino. IMPRESSIONI: è un romanzo che intreccia Storia e sentimento, ispirandosi a un episodio reale della Shoah romana, per raccontare un amore impossibile — quello tra Remo, uomo di fede la cui vocazione non è granitica, e Rachele — insieme a uno straordinario atto di fede e di promessa mantenuta. Il titolo, che nella Bibbia (nel libro di Rut) evoca fedeltà e protezione, riassume bene il cuore del racconto: la lettera di Remo diventa una confessione intima, un messaggio di speranza e un invito a seguire ciò che il cuore desidera davvero, anche quando questo comporta scelte difficili e vissute con eterno rimpianto. Con mano delicata, l’autore — giornalista e vaticanista, con solida formazione teologica — spinge il lettore a interrogarsi su fino a che punto sia giusto sacrificarsi per amore.
VOTO: 9/10— un romanzo toccante che maneggia con equilibrio temi delicati come la fede, la Shoah e l’amore proibito; la solidità storica e la sensibilità dell’autore lo rendono adatto anche a percorsi di riflessione più ampi, oltre alla semplice lettura narrativa.

Un libro toccante è Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola. Al centro del romanzo, c’è il signor Pi, un uomo anziano e silenzioso che gestisce un piccolo negozio di oggetti usati, rotti o dimenticati, in una via laterale di un quartiere. Tutti lo chiamano “il vecchio delle cose rotte”, ma in realtà il suo mestiere non è propriamente aggiustare: come dice lui stesso, sistemare tutto è un modo elegante per far tacere il passato. Piuttosto, pulisce, spolvera, accomoda, riporta alla luce — come si fa con i ricordi quando smettono di far male. Il suo negozio diventa, così, un luogo di seconde occasioni, non solo per gli oggetti ma per le persone che lo frequentano, ciascuna portatrice di un frammento della propria vita o in cerca di qualcosa che dia ancora senso ai giorni da vivere. Impressioni: è un romanzo breve ma denso, che si legge rapidamente ma continua a riverberare nei giorni successivi alla lettura. Bussola costruisce una storia quasi sospesa nel tempo, tra passato, presente e futuro, con una scrittura ricca di similitudini che sfiorano la poesia. Il libro invita a rallentare, a rispettare i tempi di ogni personaggio — un antidoto narrativo alla velocità e all’efficienza della società contemporanea. Affronta temi complessi come la perdita, la memoria e la solitudine, ma lo fa con un tono accessibile ed empatico, capace di parlare a lettori molto diversi tra loro. L’unico rilievo che torna in alcune impressioni riguarda il finale, percepito da qualcuno come meno coinvolgente emotivamente rispetto al resto del libro — probabilmente anche per le aspettative alte create dai lavori precedenti dell’autore.
VOTO: 9,5/10 — un libro-rifugio, delicato e curativo, che trasforma la quotidianità e la fragilità in una piccola lezione di speranza; la sua forza sta proprio nella capacità di far trovare luce anche nelle crepe più minute della vita.

Un romanzo che arriva dritto al cuore è Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk. Ambientato nella Istanbul degli anni ’70, il romanzo racconta la storia di Kemal, rampollo di una ricca famiglia borghese, promesso sposo di Sibel, ma perdutamente innamorato di Füsun, una lontana parente più povera di lui. La loro relazione clandestina, breve e travolgente, segna per sempre la vita di Kemal: quando Füsun esce dalla sua vita, lui comincia a raccogliere ossessivamente ogni oggetto legato a lei — mozziconi di sigaretta, forcine, oggetti di uso quotidiano — trasformando la propria casa in un vero e proprio museo della memoria e del desiderio irrisolto. Impressioni: è un romanzo lento, minuzioso, quasi maniacale nella sua attenzione al dettaglio — Pamuk costruisce l’ossessione di Kemal attraverso un accumulo di oggetti e ricordi che riflette il funzionamento stesso della memoria amorosa. È al tempo stesso una storia d’amore e una riflessione sulla società turca dell’epoca, sospesa tra tradizione e modernizzazione, sulle convenzioni sociali che regolano il corteggiamento e il matrimonio, sulla condizione della donna in una borghesia che si vuole occidentale ma resta profondamente conservatrice. Il libro è diventato talmente iconico da aver generato un vero museo fisico a Istanbul, che espone gli oggetti descritti nel romanzo — un progetto parallelo dello stesso Pamuk. PUNTI DI FORZA: la scrittura è ipnotica e sensoriale, capace di restituire con precisione quasi ossessiva gli oggetti, i luoghi, i rituali sociali di Istanbul. La struttura narrativa, che alterna il racconto in prima persona di Kemal a un più ampio affresco sociale, dà respiro e profondità storica alla vicenda. PUNTI DEBOLI: il ritmo è deliberatamente lento e ripetitivo — l’ossessione di Kemal si riflette anche nella prosa, che può risultare estenuante per chi cerca una narrazione più dinamica. Alcuni lettori trovano il protagonista difficile da amare, proprio per la sua incapacità di liberarsi da un attaccamento più feticistico che sano.
VOTO: 9,5/10— un romanzo denso e stratificato, capace di trasformare un’ossessione amorosa in una riflessione più ampia su memoria, desiderio e identità culturale; richiede pazienza, ma ripaga chi la offre.

Un thriller di tutto rispetto è Il dolore dell’oca di Giuliana Salvi. Nikita è una giovane poliziotta che fuma e beve troppo, tratta con affetto ruvido la sua gatta Susanna e con altrettanta ruvidezza un amante occasionale. La sua vita scorre su binari abbastanza consueti, finché, una mattina, assiste al gesto estremo di una ragazza su un cavalcavia. Da quel momento tutto precipita insieme a lei: Nikita comincia a indagare a modo suo sulla vita della vittima, entrando in contatto con la sua famiglia — la nonna, lo zio, la sorella, portatrice a sua volta di segreti — scoprendo che ogni cosa può assumere un senso diverso da quello apparente. Quando si aggiungono anche le incursioni della madre di Nikita e di un vecchio amico di famiglia, la protagonista si ritrova al centro di un labirinto di non detti in cui, questa volta, è lei stessa la preda. IMPRESSIONI: è un thriller psicologico costruito attorno al tema della memoria familiare e dei segreti che, taciuti a lungo, finiscono per corrodere più della verità stessa. Rispetto al romanzo d’esordio dell’autrice, qui Salvi cambia registro con una protagonista molto diversa ma altrettanto forte, capace di reggere un romanzo teso e avvincente che si muove nel reticolo delle sfumature psicologiche dei personaggi più che nella semplice meccanica dell’indagine. La scrittura è ipnotica e capace di ricostruire con accuratezza atmosfere e spazi, anche quando immaginati.
VOTO: 9,5/10— un thriller psicologico solido, che usa i codici del genere per arrivare a una riflessione più profonda sui segreti di famiglia e sul peso di ciò che non viene detto.

Un libro intenso Zuleika apre gli occhi della scrittrice russa Guzel’ Jachina (traslitterata anche come Guzel Yakhina). Romanzo d’esordio dell’autrice russa di origini tatare, ambientato nel 1930, durante la dekulakizzazione voluta da Stalin. Zuleika è una giovane contadina tatara che vive sotto il giogo di un marito-despota e di una suocera-tiranna, in un’esistenza fatta di soprusi che considera normale. Quando il marito viene ucciso per essersi opposto all’esproprio delle terre, Zuleika viene deportata in Siberia con centinaia di migliaia di altri kulaki: lì dovrà ricostruirsi una vita da zero, in mezzo alla fame, al freddo e alla fatica, trovando una forza che non sapeva di avere — soprattutto per il figlio che porta con sé. Impressioni: è un romanzo che intreccia la Grande Storia — la tragedia della collettivizzazione sovietica — con una vicenda umana piccola ma esemplare, quella di una donna che passa dall’essere sottomessa a un’eroina di sopravvivenza. La scrittura ha un ritmo quasi fiabesco e cinematografico, capace di intrecciare il respiro dei grandi romanzi russi al folklore tataro d’origine. I paesaggi siberiani — la taiga, il fiume, gli animali, gli spiriti — diventano quasi coprotagonisti, dando al libro un respiro epico oltre che intimo.
VOTO: 9/10 — un romanzo che riesce a essere insieme affresco storico e storia di rinascita personale, con un’eroina che resta impressa; consigliato a chi ama la grande narrativa russa contemporanea.

Concludo con un testo indimenticabile: Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia (Feltrinelli, 1995) — unico romanzo dell’autrice, pubblicato postumo, vincitore del Premio Strega. La narratrice, Chiara D’Auria, è una donna di mezza età non sposata che, sentendo avvicinarsi la morte, ripercorre la propria vita in una terra del Sud Italia tra Puglia, Campania e Basilicata. Cresciuta tra donne forti e ingombranti e uomini assenti o vigliacchi, vive da ragazzina un amore intenso ma duramente contrastato, che finisce prima ancora di sbocciare. Da lì, inizia il suo lento allontanarsi da tutti — il suo “passaggio in ombra” — fino a trovare pace solo nel ritiro e nella solitudine. È un romanzo intenso, con scrittura densa e barocca, costruito come una saga familiare al femminile.
VOTO: 10/10
M. Alessia Del Vescovo
La musica del bosco – recensione

L’estate offre spesso il tempo propizio per rallentare, meditare e dedicarsi a letture che sappiano nutrire lo spirito. A volte, le verità più profonde e i messaggi teologicamente più densi non si trovano nei pesanti tomi accademici, ma scelgono la via della semplicità, nascondendosi tra le pagine di un racconto illustrato. È esattamente questo il caso de La Musica del bosco, un volume pubblicato nel 2025 da Effatà Editrice per la collana “Cose buone per crescere”, scritto da Francesco Lorenzi e arricchito dalle delicate illustrazioni di Manola Cervesato.
Francesco Lorenzi è un nome già noto a chi apprezza la musica e la testimonianza cristiana; cantautore, musicista, produttore e storico frontman della rock band The Sun, ha già all’attivo pubblicazioni di successo come La strada del Sole e I segreti della Luce. Con quest’opera, lunga novantasei pagine e rilegata in formato cartonato, l’autore si cimenta per la prima volta nella letteratura per l’infanzia. Tuttavia, limitare questo testo alla sola categoria dei libri per bambini sarebbe un errore di prospettiva. Come spesso accade con le fiabe e i racconti metaforici, l’opera si colloca in una dimensione sospesa, capace di parlare al cuore dei più piccoli trasmettendo i valori della meraviglia, del rispetto per la natura e dell’amicizia, ma offrendo al contempo formidabili spunti di riflessione filosofica e spirituale a ogni età.
La narrazione si sviluppa attorno all’incontro di due protagonisti che, per loro stessa natura, non potrebbero essere più diversi. Da un lato troviamo John, un lupo bianco dagli occhi che “brillano anche di notte, come raggi di sole tra le frasche degli alberi dopo la pioggia”, conosciuto da tutti come il lupo con la chitarra. Dall’altro lato c’è Ippo, un ippopotamo dall’animo profondamente sognatore che, fin dai primissimi anni della sua vita, ha sempre coltivato il grande e insito desiderio di suonare la batteria. Due specie diverse, due vocazioni distinte. Eppure, proprio da questa apparente e radicale diversità nasce l’impulso per un progetto straordinario: formare un duo musicale. L’obiettivo non è semplicemente suonare insieme, ma compiere una vera e propria sintesi creativa, mettendo in dialogo due tipi di musica per generare un’unica, grande e inedita armonia.
Da un punto di vista teologico, questo tentativo incarna la dinamica stessa della comunione. L’armonia non è mai appiattimento delle differenze o rigida omologazione, ma è la capacità di far risuonare insieme voci distinte affinché formino un accordo superiore. I due amici si preparano a dimostrare questo principio attraverso un concerto organizzato nel locale di Gianni la talpa, di fronte a tutti gli altri animali del bosco. Come emerge dalla lettura, questo cammino verso l’unità non è privo di ostacoli. Il tentativo di John e Ippo sarà contrastato, si rivelerà difficile e, soprattutto nelle fasi iniziali, sarà poco compreso da un mondo abituato a dinamiche di divisione piuttosto che di integrazione.
Ed è qui che si manifesta il cuore del testo. La fatica di unire due mondi è l’analogia di un Mistero più grande. La storia ci insegna come il “sì” di due persone – un consenso umano, libero, fragile ma determinato – possa diventare, per grazia, il “sì” di Dio concretizzato nel nostro presente. Quando due volontà si accordano per il bene, creano uno spazio in cui la grazia può manifestarsi. La musica, in questo senso, perde la sua dimensione puramente estetica e si fa linguaggio universale, simbolo tangibile dell’armonia voluta dal Creatore.
Il testo regala passaggi di pura poesia visiva e spirituale, sublimati in frasi come: «I due amici rimasero in silenzio a specchiare i loro cuori sulle stelle: era l’inizio di qualcosa di grande». In questo silenzio contemplativo, che precede e fonda l’azione, risiede la chiave dell’autentica fraternità. Attraverso i vari capitoli – dalle peripezie legate alla “Sacra Regola” a “Tony la talpa”, fino a “La vera forza” e “Un nuovo inizio” – il lettore è guidato in un percorso di consapevolezza. La Musica del bosco è una lettura divertente e commovente, un manifesto di speranza e un invito a far sì che le nostre differenze diventino il pentagramma su cui Dio può continuare a scrivere la Sua melodia.
Fr Gabriele Scardocci OP
Classifica libri luglio 2026

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