La legge naturale: una rilettura dialogica di Tommaso – parte 1 #teologiamorale #lanternadelcercatore

INDICE DELLE ABBREVIAZIONI RICORRENTI

  • I = Prima Pars della Summa Theologiae
  • I-II = Prima Secundae della Summa Theologiae
  • II-II = Secunda Secundae della Summa Theologiae
  • III = Tertia Pars della Summa Theologiae
  • a./ aa. = articulus / articuli
  • Cfr. = confronta
  • CCCM = Corpus Christianorum Continuatio Medievalis
  • CCSL = Corpus Christianorum. Series Latina.
  • CSEL = Corpus Scriptorum Ecclasiasticorum Latinorum
  • Diversis Quaestionibus = De diversis quaestionibus octoginta tribus
  • EV = Enchiridion Vaticanum
  • LG = LUMEN GENTIUM (1964)
  • PL = Patrologia Latina (Migne)
  • q. / qq. = quaestio / quaestiones
  • ST = SUMMA THEOLOGIAE (1265-74 circa)

INTRODUZIONE

Parlare di legge naturale, ai giorni nostri, pare una mossa avventata in partenza: un elemento anacronistico, quasi un’eredità del passato, rispolverata solo per dar lustro al sapere enciclopedico, con qualche venatura nostalgica,  di qualche appassionato di teologia morale, di stampo prettamente cattolico. Riprendere contatto con un simile lessico espone, infatti, lo studioso al pericolo di essere avvertito come impudente e fastidioso, per la sua ricca e – per certi versi – inconciliabile polisemia.
La legge, innanzitutto: questione di giurisprudenza, di norma precisa, ma – anche – inoppugnabile, basata su codici precisi, capaci di prevedere ogni eccezione alla situazione generale, senza rinunciare al principio di cui si fanno promotori.
Natura è, oggi, quanto mai prima, sostantivo capace di suscitare emozioni contrastanti: richiama ciò che ci appartiene, che riguarda da vicino le nostre origini e radici; al contempo, però, rimane aperta la domanda su come intendere tale definizione, in un contesto socio-antropologico complesso come quello attuale. Esiste una natura uguale per tutti e quindi universale, nonostante la multiforme varietà delle culture che entrano in dialogo, quotidianamente, con il nostro mondo occidentale?
Il richiamo all’universalità, intrinseco al concetto originario di legge di natura, rischia di essere particolarmente lontano dalla sensibilità culturale odierna, che, se da una parte inneggia alla globalizzazione a ogni livello culturale, dall’altra, mostra il proprio rifiuto per ogni istanza religiosa che aspiri ad essere elemento culturale che plasmi la quotidianità[1].
Di fronte alla predetta frammentazione culturale, il presente elaborato si propone di rileggere il pensiero tomista, nel suo sguardo di speranza sull’uomo, mettendolo in dialogo con il pensiero della contemporaneità[2].

CAPITOLO I
BREVE EXCURSUS SULLO SVILUPPO STORICO DEL CONCETTO

In età antica, l’ordine cosmico affascina e attrae. Seguire una morale diventa il modo con cui anche l’uomo vi trova il proprio peculiare posto. Se in Platone il riferimento al Bene a cui l’individuo è chiamato a riferirsi è presentato come trascendente e universale, in Aristotele troviamo un richiamo più esplicito alla ragione (λόγος), cui l’uomo è chiamato ad adeguarsi. Con i Padri della Chiesa e, in particolare, con Ambrogio (339/340-397), riprendendo i concetti morali stoici, emerge una visione della legge di natura come una legge di ragione divina che esprime un ordine universale, a cui è ragionevole che  anche l’uomo – tra gli altri – si conformi, in quanto nessuno potrebbe mai conoscere quale sia il suo bene meglio di chi lo ha creato[3].
Con Agostino (354-430), il discorso sulla legge naturale acquisisce forma riflessiva e sviluppa una maggiore sistematica, abbandonando lo stile parenetico, tipico della Patristica. In questa prospettiva, ogni peccato e ogni vizio sono da considerarsi, di per sé, “contro natura”, in quanto sono in opposizione alla piena realizzazione della più autentica ontologia dell’umano[4]. Particolarmente rilevante in senso ex post,  in quanto vi attingerà il pensiero tommasiano, è senz’altro il concetto delle inclinationes, che descrive la legge naturale come qualcosa verso cui la coscienza umana è attratta in modo innato, richiamando in modo indiretto la concezione platonica della reminiscenza originaria del bene e del vero[5]. Rispetto alle rielaborazioni a lui successive, l’intuizione più originale di Agostino è proprio quella empirica, rinvenibile nelle Confessioni[6], in cui, in modo narrativamente paradigmatico, decostruisce, da un lato, l’intellettualismo di stampo socratico della legge, per cui nessuno compie il male volontariamente[7] ed evidenzia, dall’altro, come la conoscenza del bene e del male rappresenti una variabile importante, ma non l’unica, rispetto alle scelte effettivamente compiute dall’uomo. Agostino, insomma, pur assimilando la lezione pagana, inserisce il diritto naturale all’interno del disegno di Dio sull’uomo e del dipanarsi, tra anticipazione e compimento in Cristo, della promessa di comunione tra Dio e l’uomo quale piena realizzazione antropologica e ontologica.

(Maddalena Negri)

[continua…]


[1] Si vedano, a puro titolo di esempio, le forti reazioni pubbliche (e anche: accademiche) riservate a Benedetto XVI: in particolare, le polemiche successive al discorso pronunciato all’università di Regensburg (12 settembre 2006) e le contestazioni che portarono all’annullamento della sua visita all’università La Sapienza, di Roma (gennaio 2008).

[2] Un significativo e recente tentativo di rifocalizzazione ermeneutica del tema risulta l’opera di G. Carbone, Legge naturale, legge senza timore, ESD, Bologna 2020. Il saggio, sin dal titolo, si propone, con un’argomentazione agile ma rigorosa, di liberare il concetto dal timore di un anacronismo legalista, opprimente e incurante della sensibilità culturale odierna.

[3] Ambrosius, Epistulae, 37, 18 (PL 16, 1084) [= VII, 18 CSEL].

[4] Cfr. part. Augustinus, Contra Faustum, XXII, 27.

[5] Cfr. Plato, Menone, 81 c-d; Phaedo, 247 c-e.

[6] Cfr. A. Augustinus, Confessiones, II, 4.

[7] Cfr. Plato, Apologia Socratis, 25d-26a.


Fonte immagine: generata con l’ausilio di Gemini


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