Ci sono ferite che non riguardano soltanto ciò che è accaduto. Riguardano il modo in cui, dopo ciò che è accaduto, guardiamo il mondo, gli altri, noi stessi e persino Dio.
Un lutto, una malattia, una violenza, un fallimento, una perdita improvvisa possono interrompere la continuità della nostra storia. Ciò che prima sembrava ovvio non lo è più. Le nostre sicurezze vengono messe alla prova e una domanda può emergere con forza: com’è possibile continuare a vivere quando ciò che dava senso alla nostra vita è stato ferito?
È una domanda psicologica, ma è anche una domanda profondamente teologica.
Quando il dolore spezza il senso
Viktor Frankl, psichiatra e sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, ha dedicato gran parte della sua riflessione al rapporto tra sofferenza e ricerca di significato.
Per Frankl, l’essere umano non vive soltanto di bisogni e di sicurezza: ha bisogno anche di una direzione, di un «perché» capace di orientare il proprio cammino.
Questo non significa che ogni sofferenza abbia un significato nascosto da scoprire. E soprattutto non significa che il dolore debba essere giustificato.
Ci sono sofferenze che rimangono ingiuste. Ci sono eventi che non dovremmo mai chiamare «necessari» o «provvidenziali» soltanto perché, dopo, siamo riusciti a ricavarne qualcosa.
La ricerca di significato è un’altra cosa: è il tentativo, spesso lungo e doloroso, di ricollocare ciò che è accaduto dentro la propria storia.
La Bibbia conosce molto bene questa esperienza.
Giobbe perde figli, beni e salute. E soprattutto perde le spiegazioni che gli permettevano di comprendere il mondo. I suoi amici cercano di spiegargli la sua sofferenza, ma Giobbe non si accontenta. Protesta, domanda, si lamenta e continua a rivolgersi a Dio.
Il libro di Giobbe sembra così suggerire qualcosa di sorprendentemente attuale: la fede non elimina necessariamente il grido dell’uomo ferito.
A volte la fede attraversa proprio quel grido.
Quando la ferita può trasformare
È in questo spazio di lotta che la psicologia contemporanea ha sviluppato il concetto di crescita post-traumatica.
Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun hanno utilizzato questa espressione per descrivere quei cambiamenti positivi che possono emergere dalla lotta con esperienze profondamente destabilizzanti.
Una persona, dopo una grave esperienza, può scoprire una nuova consapevolezza delle proprie risorse, attribuire maggiore valore alle relazioni, riconoscere con più chiarezza ciò che conta nella propria vita o sviluppare una diversa prospettiva spirituale.
Ma c’è una parola che non dobbiamo perdere di vista: può.
Il trauma non produce automaticamente crescita. E crescere non significa che il trauma sia stato un bene.
La ricerca di Liliana Dell’Osso e collaboratori è particolarmente interessante proprio perché invita a superare una contrapposizione troppo semplice tra sofferenza e crescita: dopo un’esperienza traumatica possono coesistere sintomi psicopatologici, resilienza e crescita post-traumatica.
È una consapevolezza importante anche sul piano umano e pastorale.
Una persona può essere ancora ferita e, contemporaneamente, stare cambiando.
Può avere ancora paura e aver scoperto ciò che per lei conta davvero. Può sentirsi fragile e, nello stesso tempo, avere sviluppato una nuova capacità di chiedere aiuto. Può continuare a soffrire e aver maturato una relazione diversa con Dio.
La crescita, dunque, non è il contrario della sofferenza.
La fede davanti alla ferita
E qui la domanda psicologica incontra quella teologica.
Che cosa accade alla fede quando la vita non corrisponde più a ciò che ci aspettavamo?
Anche la Scrittura non offre una risposta unica.
Abramo, in Genesi 22, si trova davanti a una richiesta che mette radicalmente alla prova la sua fiducia: Dio gli chiede di offrire Isacco, il figlio della promessa, e poi ferma la sua mano.
Il racconto non dovrebbe essere utilizzato come un semplice esempio psicologico. È una narrazione teologica, complessa e provocatoria. Ma proprio per questo può diventare una potente immagine della crisi della fiducia: ciò che dovrebbe essere fonte di promessa diventa, per un momento, incomprensibile.
E tuttavia la storia non termina con la morte di Isacco.
La mano viene fermata.
La promessa non viene annientata.
Anche qui, la fede biblica non coincide con l’assenza della prova. È piuttosto una relazione che attraversa l’incomprensibile.
Questo permette di comprendere anche un’altra dimensione della fede: la possibilità della lotta.
Una persona credente può arrabbiarsi con Dio, sentirsi abbandonata, dubitare, non capire. Non necessariamente perché la sua fede sia «debole», ma perché sta cercando di tenere insieme ciò che è accaduto con ciò in cui ha creduto.
Come ho scritto anche parlando di fede e salute mentale, non basta sapere se una persona possiede una fede: occorre comprendere come la vive, soprattutto nella sofferenza.
La Croce e il tempo della ferita
Nel cristianesimo, la domanda sulla sofferenza non rimane soltanto una domanda filosofica.
Passa attraverso una persona: Cristo.
La Croce impedisce di ridurre la sofferenza a una semplice occasione di crescita. Prima di essere interpretata, la sofferenza viene attraversata. Prima della Risurrezione c’è il Venerdì Santo. E tra la morte e la Risurrezione c’è anche il silenzio del Sabato Santo.
È forse questo uno dei punti più delicati nel dialogo tra psicologia e fede.
Non tutto deve essere trasformato immediatamente in un insegnamento. Non ogni ferita deve diventare una «lezione». Non ogni dolore deve essere convertito in un racconto edificante.
A volte c’è semplicemente bisogno di rimanere accanto a chi soffre.
La psicologia lo sa bene: prima di cercare significati complessi, una persona traumatizzata ha bisogno di sicurezza, di relazione, di tempo.
Anche la fede può riconoscere questo tempo.
Una ferita che può diventare storia
La crescita post-traumatica non è dunque una promessa.
È una possibilità.
E forse la differenza è fondamentale.
Non possiamo dire a chi soffre: «Questo dolore ti farà crescere». Possiamo però accompagnarlo perché, quando sarà possibile, possa chiedersi che cosa vuole fare della propria storia.
La ferita può rimanere parte della persona senza diventare tutta la persona.
Può diventare cicatrice: segno di qualcosa che è accaduto, ma anche testimonianza di una vita che ha continuato a camminare.
In questo senso, psicologia e teologia possono incontrarsi in uno spazio comune, senza confondersi.
La psicologia può aiutare a comprendere come una persona attraversa il trauma, ricostruisce sicurezza e significato e, talvolta, sperimenta una trasformazione.
La fede può porre una domanda ulteriore: che cosa significa continuare a vivere, sperare e amare quando la vita non è più quella che avevamo immaginato?
Forse la risposta non è trovare una spiegazione della ferita.
Forse è scoprire che, anche dentro una storia ferita, la storia non è ancora finita.
Laura Zaccaro – Psicologa
Bibliografia
- Dell’Osso, L., Lorenzi, P., Nardi, B., Carmassi, C., & Carpita, B. (2022). Post Traumatic Growth (PTG) in the Frame of Traumatic Experiences. Clinical Neuropsychiatry, 19(6), 390–393. Articolo su PubMed
- Frankl, V. E. (2006). Man’s Search for Meaning. Boston: Beacon Press. Scheda bibliografica
- Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (1996). The Posttraumatic Growth Inventory: Measuring the positive legacy of trauma. Journal of Traumatic Stress, 9(3), 455–471. Articolo su PubMed
Fonti bibliche
- Bibbia CEI 2008, Genesi 22, 1-19, «Il sacrificio di Isacco». Testo della CEI
- Bibbia CEI 2008, Libro di Giobbe.
Approfondimento dell’autrice
- Zaccaro, L., Fede e salute mentale. Articolo su laurazaccaro.com
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