
Per i libri di questo mese, non posso che iniziare da Enrico Petrillo, Solo il vino migliore.
A quattordici anni dalla morte di Chiara Corbella Petrillo, il marito Enrico racconta la loro storia con parole sincere su malattia, lutto e vedovanza, e sulla possibilità di amare ancora. Il cuore del libro è una fede concreta, in un Padre che non punisce, non inganna e non abbandona, lontano dall’immagine di un Dio “mercante”. Un testo coraggioso che tocca temi spesso evitati. Lo consiglio a chi attraversa una prova e a chi accompagna gli altri. Da leggere a piccole dosi. Enrico Petrillo, fisioterapista palliativista e musicista, ha accompagnato la moglie Chiara Corbella fino alla morte, dopo aver vissuto con lei la perdita di due figli. In queste pagine non costruisce un monumento, ma restituisce a Chiara “verità, carne, libertà”, e lascia al figlio Francesco una testimonianza onesta. Il messaggio che resta è che la fede non è una prestazione morale, ma il gesto di accogliere e riconsegnare tutto a un Padre che non è un padrone. Un libro per chi ha perso qualcuno, per chi sta attraversando la malattia e per chi vuole capire come si può restare in piedi quando i piani vanno in frantumi.
Da leggere! voto 5 su 5

Proseguiamo con un libro che non lascia indifferenti: La figlia della dea della luna di Sue Lynn Tan, ci sono storie che nascono dalla mitologia e altre che, partendo da un’antica leggenda, riescono a parlare di desiderio, libertà e identità con una sensibilità profondamente contemporanea. La figlia della dea della luna di Sue Lynn Tan appartiene a questa seconda categoria: un fantasy elegante e suggestivo, immerso nella mitologia cinese e costruito attorno al viaggio di una giovane donna alla ricerca della propria libertà.
Xingyin è cresciuta sulla Luna, lontana dal mondo degli uomini e dalla verità completa sulle proprie origini. Quando la sua presenza viene scoperta, è costretta a lasciare il luogo che considera casa e ad affrontare un mondo vasto e pericoloso, nel quale dovrà imparare a cavarsela da sola.
Il viaggio diventa così molto più di un’avventura. È un percorso di formazione nel quale Xingyin scopre progressivamente le proprie capacità e comprende che diventare adulta significa anche assumersi il peso delle proprie scelte.
La protagonista è uno degli elementi più riusciti del romanzo. Non è un’eroina perfetta: è determinata, ma anche vulnerabile; coraggiosa, ma attraversata dai dubbi. La sua forza non consiste nell’assenza di paura, bensì nella capacità di andare avanti nonostante quella paura.
Intorno a lei prende vita un universo ricco di palazzi celesti, regni incantati, creature leggendarie e battaglie. Ma dietro la meraviglia del mondo fantastico rimangono sempre centrali i sentimenti: l’amore, la perdita, il senso di appartenenza e soprattutto il desiderio di poter scegliere il proprio destino.
Uno dei temi più belli è proprio quello della libertà. Xingyin deve continuamente confrontarsi con ciò che gli altri hanno deciso per lei e con ciò che invece desidera diventare. Il suo viaggio racconta quindi una ribellione silenziosa ma determinata contro un destino già scritto.
Anche l’amore occupa uno spazio importante, ma non cancella il percorso personale della protagonista. Al contrario, diventa parte di un conflitto più grande tra ciò che desideriamo e ciò che siamo disposti a sacrificare per le persone che amiamo.
La scrittura di Sue Lynn Tan riesce a creare un’atmosfera quasi fiabesca, nella quale la bellezza e il pericolo convivono continuamente. La mitologia cinese diventa la materia attraverso cui costruire un mondo affascinante, ma anche lo sfondo per parlare di emozioni molto umane.
La figlia della dea della luna è quindi una storia di avventura e magia, ma soprattutto una storia di crescita. Parla della ricerca della propria identità, del prezzo delle scelte e della necessità di trovare il coraggio di non vivere secondo il destino deciso da qualcun altro.
Perché a volte il viaggio più difficile non è attraversare mondi sconosciuti.
È avere il coraggio di scegliere chi diventare.
Voto 5/5

Un libro emotivamente coinvolgente è Le cicatrici del cuore di Catherine Ryan Hyde.
Ci sono ferite che il tempo riesce a rendere meno dolorose, ma non necessariamente meno importanti. E ci sono cicatrici che rimangono sulla pelle come una memoria, ricordandoci ogni giorno qualcosa che vorremmo dimenticare. Le cicatrici del cuore di Catherine Ryan Hyde è un romanzo che parte proprio da queste ferite per parlare di accettazione, solitudine e capacità di ricominciare.
Michael Woodbine è un giovane studente di cinema che porta sul corpo i segni di un incidente vissuto nell’infanzia. Quelle cicatrici sono diventate parte della sua identità, ma anche una fonte di vergogna e insicurezza. Michael è abituato a nascondersi, a evitare gli sguardi e soprattutto a proteggersi dal giudizio degli altri. L’incontro con il professor Robert Dunning cambia progressivamente il suo modo di guardare a se stesso. L’uomo non considera le proprie cicatrici qualcosa da nascondere, ma una parte della propria storia. Da questo incontro nasce un percorso che porterà Michael a conoscere altre persone segnate nel corpo e nell’anima e a comprendere che dietro ogni cicatrice esiste una storia che merita di essere ascoltata.
Il romanzo affronta così un tema molto umano: quanto spesso permettiamo agli altri di stabilire il nostro valore attraverso il nostro aspetto? Viviamo in una società che tende a celebrare la perfezione e a nascondere ciò che non corrisponde a determinati modelli. Hyde sceglie invece di raccontare proprio quelle imperfezioni che normalmente cerchiamo di cancellare.
Ma le cicatrici più profonde non sono necessariamente quelle visibili. Nel percorso di Michael, emergono anche il dolore familiare, il senso di abbandono e le domande rimaste senza risposta. Accettare se stessi significa allora anche avere il coraggio di guardare il proprio passato, senza permettergli di continuare a decidere il proprio futuro.
La scrittura di Hyde è delicata e profondamente umana. Non offre soluzioni facili e non trasforma il dolore in qualcosa di romantico. Mostra piuttosto che guarire non significa cancellare ciò che è successo, ma imparare a conviverci senza sentirsi definiti esclusivamente dalle proprie ferite.
Le cicatrici del cuore è una storia sulla possibilità di tornare a guardarsi allo specchio senza vergogna. Un romanzo che ricorda che ciò che consideriamo un difetto può diventare parte della nostra forza.
Perché una cicatrice non racconta soltanto il momento in cui siamo stati feriti.
Racconta anche tutto ciò che abbiamo attraversato per riuscire ad arrivare dall’altra parte.
Voto 4/5

Ci sono libri che raccontano un viaggio e altri che riescono a trasformare il viaggio in una riflessione sulla vita. Il cammino del mondo di Pierre Barret e Jean-Noël Gurgand appartiene a questa seconda categoria. Il Cammino di Santiago diventa il punto di partenza per raccontare non soltanto una strada, ma le persone che, nel corso del tempo, hanno scelto di percorrerla.
Gli autori accompagnano il lettore attraverso epoche e vicende diverse, mostrando come il pellegrinaggio abbia assunto significati differenti a seconda di chi lo intraprende. C’è chi parte spinto dalla fede, chi dalla necessità, chi dalla curiosità e chi dal bisogno di trovare una direzione quando quella precedente sembra non bastare più.
È proprio questa dimensione umana a rendere il libro interessante. Dietro ogni pellegrino c’è una storia, e dietro ogni passo c’è una motivazione. Il Cammino diventa così uno spazio nel quale persone molto diverse possono incontrarsi, accomunate dalla stessa condizione essenziale: essere in viaggio.
Camminare significa anche ridurre la propria vita all’essenziale. La fatica, la distanza, il silenzio e la ripetizione dei passi cambiano il modo di guardare ciò che ci circonda. Le cose che normalmente sembrano indispensabili diventano improvvisamente secondarie, mentre acquistano valore un incontro, una parola, un paesaggio o semplicemente la possibilità di continuare.
Il libro racconta quindi Santiago, ma parla anche del bisogno universale di partire. Perché spesso mettersi in cammino significa accettare di non avere tutte le risposte e, nonostante questo, scegliere di andare avanti.
Il cammino del mondo è una lettura che invita alla lentezza e alla riflessione. Non propone il viaggio come una fuga, ma come un’occasione per guardarsi dentro attraverso ciò che accade fuori.
E forse è proprio questo il significato più profondo di ogni pellegrinaggio: non arrivare alla meta essendo necessariamente diversi, ma scoprire, passo dopo passo, ciò che di noi avevamo smesso di ascoltare.
Voto 4,5/5

Ora è il momento di raccontarvi Riprendersi l’anima di Paolo Crepet. Ci sono momenti nella vita in cui ci si accorge di essersi allontanati da se stessi. Si continua a fare, a correre, a rispondere alle aspettative degli altri, ma dentro rimane la sensazione di aver perso qualcosa. Riprendersi l’anima parte proprio da questa consapevolezza e invita il lettore a fermarsi per chiedersi che cosa significhi, oggi, vivere davvero.
Crepet parla di una società nella quale siamo continuamente connessi, informati, raggiungibili e sottoposti allo sguardo degli altri, ma nella quale rischiamo paradossalmente di essere sempre più lontani da noi stessi. Il bisogno di apparire, il desiderio di approvazione e la paura di fallire possono finire per soffocare quella parte più autentica che ci permette di desiderare, scegliere e sentirci liberi.
L’anima del titolo non è qualcosa di astratto o distante. È la nostra interiorità, quella parte che spesso mettiamo a tacere perché la vita ci chiede di essere efficienti, forti, adeguati. Riprendersela significa allora tornare ad ascoltare ciò che proviamo, recuperare il diritto di avere desideri e anche quello di cambiare strada.
Uno dei temi più forti è il coraggio di essere imperfetti. In un mondo che sembra premiare soltanto chi riesce, chi eccelle e chi mostra continuamente una versione vincente di sé, accettare le proprie fragilità diventa quasi un gesto di ribellione. Crepet invita invece a considerare la vulnerabilità non come una sconfitta, ma come una parte necessaria dell’essere umano.
Il libro parla anche del tempo. Di quello che perdiamo inseguendo cose che forse non ci appartengono e di quello che dovremmo imparare a dedicare alle relazioni, alla curiosità, alla bellezza e alle esperienze capaci di lasciare una traccia. Questo libro non è, quindi, un invito a fuggire dal mondo, ma a tornarci dentro con maggiore consapevolezza. A smettere di vivere soltanto secondo ciò che gli altri si aspettano e a recuperare la possibilità di scegliere.
È una lettura che porta il lettore davanti a una domanda semplice e scomoda: quanto della nostra vita ci appartiene davvero?
E forse riprendersi l’anima significa proprio questo: tornare a riconoscersi, prima che sia qualcun altro a dirci chi dobbiamo essere.
Voto 5/5

Un libro assolutamente da leggere è Non vi guardo perché rischio di fidarmi di Claudio Burgio.
Ci sono sguardi che giudicano e sguardi che cercano. E, forse, la differenza tra i due sta tutta nella possibilità che concediamo all’altro di essere qualcosa di diverso dall’immagine che ci siamo costruiti di lui. Si tratta di un libro che parla soprattutto di questo: del coraggio di guardare davvero chi abbiamo davanti, anche quando sarebbe più facile fermarsi all’errore, alla rabbia, alla colpa.
I protagonisti sono ragazzi che hanno conosciuto la parte più difficile della crescita. Ragazzi che hanno sbagliato, che hanno attraversato situazioni complesse e che spesso vengono guardati dalla società attraverso una sola definizione. Ma una persona non può coincidere con il proprio errore.
È questa la convinzione che attraversa il libro.
Burgio racconta l’esperienza educativa non come un percorso fatto di risposte facili, ma come un incontro continuo con persone fragili, contraddittorie, capaci di cadere e, soprattutto, ancora capaci di cambiare. La parola più importante diventa allora fiducia. Fidarsi di chi ha tradito la fiducia non è semplice. Richiede coraggio. Perché la fiducia espone. Può essere delusa, può far paura, può sembrare persino una scelta ingenua.
Eppure, senza qualcuno disposto a rischiare, per certe persone può non esistere neppure la possibilità di ricominciare.
Il libro non confonde mai la fiducia con il perdono indiscriminato. Dare una possibilità non significa cancellare ciò che è stato. Significa riconoscere la responsabilità e, nello stesso tempo, lasciare aperta la porta del cambiamento.
È un messaggio particolarmente forte quando riguarda gli adolescenti, perché l’adolescenza è ancora un’età nella quale l’identità non è completamente definita.
Un ragazzo può sbagliare. Può prendere una strada sbagliata. Può ferire e ferirsi. Ma può anche cambiare direzione.
Ed è proprio qui che il ruolo dell’adulto diventa fondamentale.
Non basta dire a un ragazzo ciò che non deve fare. Bisogna trovare il modo di accompagnarlo verso ciò che può diventare.
Questa è forse la parte più difficile dell’educazione: continuare a vedere una possibilità nell’altro anche quando lui stesso non riesce più a vederla.
Il titolo del libro è una frase quasi paradossale: non vi guardo perché rischio di fidarmi.
Perché guardare davvero significa lasciarsi coinvolgere. Significa scoprire che dietro un comportamento c’è una storia, dietro una provocazione può esserci una ferita, dietro una rabbia può esserci una richiesta d’aiuto che non ha trovato parole.
E, quando iniziamo a conoscere quella storia, il giudizio assoluto diventa più difficile.
Non perché l’errore scompaia. Ma perché davanti a noi torna a esserci una persona.
Burgio restituisce così dignità alla parola educare.
Educare significa mettere dei limiti, certamente. Significa anche chiedere responsabilità.
Ma significa soprattutto non arrendersi troppo presto.
Perché nessuno dovrebbe essere definito per sempre dal momento peggiore della propria vita.
Il libro lascia anche una domanda agli adulti: quanto siamo capaci di credere nelle seconde possibilità?
Spesso chiediamo ai ragazzi di cambiare, ma pretendiamo che lo facciano rapidamente, senza esitazioni e senza ricadute.
La realtà è diversa.
Cambiare richiede tempo. Richiede qualcuno che sappia aspettare. Qualcuno che sappia dire “no” senza smettere di dire anche “io sono qui”. Ed è forse questa la forma più difficile della fiducia: esserci senza giustificare, accogliere senza assolvere, accompagnare senza sostituirsi all’altro.
È, quindi, un libro che parla di ragazzi, ma finisce per parlare soprattutto di noi.
Del modo in cui guardiamo chi sbaglia. Della facilità con cui trasformiamo una persona in un’etichetta. Della paura che abbiamo di concedere una possibilità perché concederla significa anche correre un rischio. Eppure proprio quel rischio può diventare l’inizio di qualcosa.
Perché forse una persona cambia davvero quando qualcuno, invece di dirle soltanto “hai sbagliato”, riesce anche a dirle: “Hai sbagliato. Ma io non credo che tu sia soltanto il tuo errore.”
Ed è questa, alla fine, la fiducia di cui parla Burgio.
Una fiducia che non chiude gli occhi. Una fiducia che guarda.
Voto 5/5

Uno scrittore che adoro, con un altro libro che colpisce al cuore: Ci basterà mangiare il vento di Gianluca Gotto.
Ci sono momenti della vita in cui pensiamo che stare bene significhi non soffrire più. Cerchiamo allora di controllare le emozioni, di prendere le distanze da ciò che potrebbe ferirci e di costruire una sorta di protezione intorno a noi.
Ma cosa succede quando, nel tentativo di non soffrire, smettiamo anche di vivere pienamente?
È da questa domanda che prende forma Ci basterà mangiare il vento, un romanzo che parla di cambiamento, di paura, di amore e soprattutto della difficoltà di lasciarsi nuovamente attraversare dalla vita.
Il protagonista ha costruito la propria esistenza cercando equilibrio e controllo. La distanza dal passato sembra offrirgli una forma di serenità, ma l’incontro con Giorgia rimette in discussione molte delle certezze che aveva costruito.
Da quel momento il viaggio diventa anche interiore.
Non si tratta soltanto di spostarsi da un luogo all’altro, ma di tornare dentro se stessi e affrontare quelle parti della propria storia che avremmo preferito lasciare indietro.
Gotto racconta con particolare attenzione il rapporto tra dolore e cambiamento.
Ci sono ferite che vorremmo cancellare, ma che forse dobbiamo prima imparare ad accettare. Ci sono ricordi che continuano a condizionare le nostre scelte e paure che, senza rendercene conto, finiscono per stabilire quanto siamo disposti ad amare.
Il protagonista si trova proprio davanti a questo limite.
Proteggersi può sembrare la scelta più sicura, ma vivere significa anche esporsi.
Significa accettare che qualcosa possa finire.
Che qualcuno possa andarsene.
Che possiamo essere delusi.
E, nonostante tutto, scegliere ancora di aprirci.
È questo uno degli aspetti più belli del romanzo: la felicità non viene presentata come assenza di dolore, ma come capacità di vivere anche sapendo che il dolore fa parte dell’esistenza.
Il viaggio diventa quindi una metafora della trasformazione.
Lasciare un luogo significa, in qualche modo, lasciare anche una versione di noi stessi. Arrivare altrove significa avere la possibilità di guardarci con occhi nuovi.
Eppure non possiamo davvero fuggire da ciò che siamo.
Prima o poi il passato ci raggiunge.
La vera libertà non consiste allora nel dimenticarlo, ma nel riuscire a conviverci senza permettergli di stabilire il nostro futuro.
Il titolo racchiude perfettamente questa idea.
Il vento non può essere trattenuto. Non possiamo possederlo né decidere la sua direzione. Possiamo soltanto lasciarci attraversare.
E forse la vita è proprio questo: imparare a non voler controllare tutto.
A volte dobbiamo semplicemente esserci.
Sentire.
Amare.
Perdere.
Ricostruire.
E ricominciare.
Ci basterà mangiare il vento è un libro che invita a riflettere sul coraggio necessario per tornare a vivere dopo essere stati feriti.
Non promette una felicità semplice né una vita senza difficoltà.
Propone qualcosa di più realistico: la possibilità di trovare un senso anche dentro ciò che non possiamo cambiare.
Perché forse non abbiamo bisogno di avere tutto sotto controllo per essere felici.
Forse abbiamo bisogno soltanto di avere il coraggio di lasciarci sorprendere ancora.
E quando finalmente smettiamo di combattere contro il vento, possiamo accorgerci che non era lì per farci cadere, ma per ricordarci che siamo ancora
Voto 5/5

Un libro il cui titolo potrebbe descrivermi è L’annusatrice di libri: il profumo segreto delle storie.
Che odore ha un libro?
È una domanda apparentemente semplice, quasi curiosa. Eppure, nel romanzo L’annusatrice di libri di Desy Icardi, proprio da questa domanda nasce un viaggio sorprendente nel mondo della lettura, della memoria e delle emozioni.
La storia ci porta nella Torino del 1957 e ci presenta Adelina, una giovane ragazza dotata di una capacità fuori dal comune: attraverso l’olfatto riesce a percepire ciò che è racchiuso nei libri. Le pagine non sono più soltanto carta e inchiostro. Hanno un profumo, e quel profumo può diventare una traccia capace di condurla dentro le storie.
È un’idea narrativa originale, ma la vera forza del romanzo non sta soltanto nella sua componente fantastica.
Sta nel significato che questa capacità assume.
Perché i libri, in fondo, hanno sempre avuto un odore. Chi ama leggere lo sa. L’odore della carta nuova, quello dei volumi antichi, delle biblioteche, delle pagine sfogliate molte volte. Sono sensazioni che possono riportarci indietro nel tempo con una rapidità sorprendente.
Icardi parte proprio da questa esperienza sensoriale e la trasforma in letteratura.
Il risultato è un romanzo nel quale olfatto e memoria si incontrano, mostrando quanto siano profondamente legati i nostri sensi ai ricordi e alle emozioni.
Adelina non è soltanto una ragazza con un dono particolare. È una giovane che deve imparare a comprendere ciò che questa sensibilità significa e che cosa comporta entrare, in maniera così insolita, nel mondo degli altri.
La lettura diventa quindi anche un percorso di crescita.
Attraverso le pagine si incontrano persone, segreti, sentimenti e vicende che contribuiscono a costruire una storia nella quale il confine tra realtà e immaginazione rimane sempre affascinante.
Uno degli elementi che più colpiscono è l’ambientazione. La Torino degli anni Cinquanta offre al romanzo un’atmosfera particolare, fatta di luoghi, abitudini e oggetti che appartengono a un mondo ormai lontano. È un’epoca nella quale il libro possiede ancora una forte dimensione materiale: si compra, si conserva, si presta, si annusa, si sfoglia.
E proprio questa fisicità della lettura diventa parte integrante della storia.
Oggi siamo abituati a pensare al libro soprattutto come al contenitore di un testo. L’annusatrice di libri ci invita invece a ricordare che un libro è anche un oggetto capace di conservare tracce.
Una dedica.
Una pagina consumata.
Un segno.
Un odore.
Un ricordo.
In questo senso il romanzo è una vera e propria dichiarazione d’amore alla lettura.
Ma non è una dichiarazione nostalgica. I libri non vengono celebrati soltanto perché appartengono al passato. Vengono mostrati per quello che possono ancora fare: metterci in contatto con qualcosa che non conosciamo, farci entrare nella vita di qualcun altro e modificare, anche impercettibilmente, il nostro modo di guardare il mondo.
La componente fantastica rende tutto questo ancora più evidente. L’impossibile diventa uno strumento per parlare di qualcosa di molto reale: il modo in cui una storia può lasciare dentro di noi una traccia.
Perché tutti, almeno una volta, abbiamo terminato un libro portandoci dietro qualcosa che non c’era prima.
Un’emozione.
Una domanda.
Un’immagine.
Una frase.
Un ricordo.
Ed è proprio questa la sensazione che L’annusatrice di libri riesce a trasformare in racconto.
Il romanzo parla anche di segreti e di verità, mostrando quanto possa essere complesso conoscere davvero le persone che ci circondano. Quello che appare in superficie non sempre coincide con ciò che si nasconde dentro, proprio come un libro può custodire molto più di quanto lasci intuire la sua copertina.
È una metafora semplice ma efficace.
E forse è proprio per questo che funziona.
Non siamo mai soltanto ciò che mostriamo. Così come un libro non è mai soltanto ciò che appare sulla sua prima pagina.
L’annusatrice di libri è una lettura che può conquistare soprattutto chi considera il libro qualcosa di più di un semplice passatempo. È per chi ama entrare nelle storie lentamente, lasciarsi guidare dai dettagli e scoprire che dietro una premessa fantastica può nascondersi una riflessione profondamente umana.
Alla fine, ciò che resta è soprattutto una domanda.
Se davvero potessimo sentire il profumo di una storia prima ancora di leggerla, sceglieremmo ancora i libri dalla copertina?
Forse no.
Forse impareremmo ad ascoltare ciò che una storia ha da dirci prima ancora di aprirla.
Ed è questa, probabilmente, la magia più bella del romanzo di Desy Icardi: ricordarci che ogni libro ha un odore, ma soprattutto ogni libro ha qualcosa da lasciare dentro di noi.
Voto 4,5/5

Una storia che non lascia indifferenti è Il vento tra i salici: un viaggio tra amicizia, avventura e desiderio di casa.
Ci sono libri che sembrano nati per accompagnare l’infanzia e che, invece, riescono a crescere insieme a noi. Il vento tra i salici di Kenneth Grahame è uno di questi.
È un libro che porta il lettore lontano dal rumore del mondo, sulle rive di un fiume, dentro un paesaggio fatto di boschi, sentieri, case accoglienti e giornate che sembrano avere un ritmo completamente diverso da quello a cui siamo abituati.
Qui incontriamo Talpa, Topo, Tasso e Rospo, quattro personaggi molto diversi tra loro e proprio per questo capaci di creare un equilibrio narrativo sorprendente.
Talpa è curiosa e desiderosa di scoprire ciò che esiste oltre il suo piccolo mondo. Topo ama il fiume e la tranquillità della vita quotidiana. Tasso è più solitario, saggio e profondamente legato alla propria casa. Rospo, invece, è incontenibile: si lascia conquistare continuamente da nuove passioni e da nuove avventure, senza pensare troppo alle conseguenze.
È soprattutto attraverso Rospo che il romanzo prende una direzione più movimentata, ma ciò che rende davvero interessante la storia non sono soltanto le sue disavventure.
È il modo in cui Grahame riesce a parlare, con apparente semplicità, di amicizia, libertà, responsabilità e appartenenza.
Il fiume diventa quasi un personaggio. Scorre accanto alle vite dei protagonisti e rappresenta quella parte dell’esistenza che invita a lasciarsi trasportare, a osservare, a scoprire. La natura, invece, crea uno spazio nel quale i personaggi possono essere semplicemente se stessi.
E poi c’è la casa.
La casa di Tasso, la tana di Talpa, il fiume di Topo: ogni luogo ha un significato preciso e diventa una forma di appartenenza. Perché il romanzo non parla soltanto del desiderio di partire, ma anche del bisogno di avere un posto nel quale tornare.
È forse questo uno dei suoi aspetti più belli.
Partire e tornare non sono due movimenti opposti. A volte abbiamo bisogno di allontanarci per capire quanto sia importante ciò che abbiamo lasciato.
L’amicizia tra i protagonisti è altrettanto centrale. Non è un’amicizia perfetta e senza conflitti. È fatta anche di rimproveri, preoccupazioni, incomprensioni e pazienza. Ma è proprio per questo che appare autentica.
Gli amici non sono quelli che ci danno sempre ragione. Sono quelli che rimangono quando le nostre scelte ci mettono nei guai e che, quando necessario, trovano il coraggio di dirci che stiamo sbagliando.
Rospo, con il suo entusiasmo e la sua impulsività, è probabilmente il personaggio che più di tutti incarna il desiderio di vivere senza limiti. Ma il romanzo mostra anche il prezzo di una libertà vissuta senza responsabilità.
Eppure Grahame non lo trasforma mai semplicemente in un personaggio da condannare. Rospo è esagerato, vanitoso e spesso irresponsabile, ma possiede anche una vitalità contagiosa. È impossibile non sorridere davanti alle sue passioni improvvise e alla sua incapacità di rimanere a lungo lontano da una nuova avventura.
Questa capacità di mescolare ironia e profondità è una delle caratteristiche più affascinanti del libro.
Il romanzo può essere letto da un bambino come una storia di animali e avventure, ma un lettore adulto può trovarvi qualcosa di completamente diverso: la nostalgia per un tempo più lento, il valore delle amicizie, il desiderio di libertà e quella domanda che prima o poi riguarda tutti: dove mi sento davvero a casa?
Non è necessario che accadano grandi cose perché una storia sia importante.
A volte basta osservare il mondo, condividere una giornata con qualcuno, attraversare un bosco o fermarsi lungo un fiume.
È proprio questa atmosfera a rendere Il vento tra i salici un libro particolare. Non ha fretta di arrivare alla fine. Invita il lettore a fermarsi, a respirare e a lasciarsi accompagnare dal ritmo della natura.
E forse è questo che oggi lo rende ancora così prezioso.
Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra dover essere veloce, immediato, continuamente nuovo. Grahame, invece, ci ricorda il valore della lentezza, della compagnia e delle piccole cose.
Alla fine del viaggio, quello che resta non è soltanto una serie di avventure.
Resta l’idea che la libertà abbia bisogno di un luogo a cui appartenere e che l’amicizia sia, spesso, il filo che ci permette di tornare quando ci siamo persi.
Il vento tra i salici è un classico delicato e sorprendentemente profondo, capace di parlare ai bambini con la sua fantasia e agli adulti con la sua nostalgia. Un libro da leggere, ma soprattutto da rileggere, perché alcune storie cambiano quando cambiamo
Voto 4,5/5

Concludo con un libro che ho letto a causa di un bel film su Amazon Prime: The Last Sunrise di Anna Todd: quando l’estate diventa una scelta
Ci sono momenti nella vita in cui ci accorgiamo di aver passato troppo tempo a vivere secondo le paure degli altri. A volte sono paure nate dall’amore, dal desiderio di proteggerci, dalla convinzione che ciò che ci viene imposto sia necessariamente ciò di cui abbiamo bisogno. E proprio da qui parte il viaggio di Oriah, protagonista di The Last Sunrise di Anna Todd.
Oriah ha ventidue anni e la sua vita è fortemente condizionata dalla madre e dai suoi problemi di salute. È cresciuta imparando a prestare attenzione ai propri limiti, alle possibili conseguenze, a ciò che potrebbe andare storto. Quello che manca, però, è lo spazio per chiedersi che cosa desideri davvero.
La partenza per Maiorca cambia questa prospettiva.
L’isola, con la sua luce, il mare e l’atmosfera estiva, diventa lo scenario perfetto per una ragazza che per la prima volta si trova lontana dalle sicurezze che hanno sempre definito la sua quotidianità. Ma il viaggio più importante non è quello geografico. È quello che Oriah compie dentro se stessa.
A Maiorca incontra Julián, e tra loro nasce una relazione che porta nella sua vita emozioni nuove, desiderio, entusiasmo e anche inevitabili complicazioni. Julián rappresenta qualcosa di diverso da ciò a cui Oriah è abituata: spontaneità, libertà, possibilità.
Ma sarebbe riduttivo definire The Last Sunrise è semplicemente come una storia d’amore.
La relazione sentimentale è infatti soltanto una parte di un percorso molto più ampio. Il vero centro del romanzo è la crescita di Oriah e il suo difficile tentativo di capire dove finisca la protezione e dove inizi il controllo.
È una domanda tutt’altro che semplice.
Quando qualcuno ci ama profondamente, può diventare difficile comprendere se ciò che fa per noi nasce realmente dai nostri bisogni o dalle sue paure. E quando quelle paure accompagnano una persona per anni, possono diventare anche le nostre.
Oriah deve quindi affrontare una sfida importante: imparare a decidere per se stessa.
Non significa dimenticare la famiglia, ignorare le proprie fragilità o fingere che le difficoltà non esistano. Significa, piuttosto, accettare che avere dei limiti non significa necessariamente rinunciare ai propri desideri.
È questo uno degli aspetti più interessanti del romanzo.
L’estate di Oriah diventa progressivamente una stagione di scoperta. Scopre nuove persone, nuove emozioni e soprattutto una versione di se stessa che non aveva mai avuto l’opportunità di conoscere davvero.
Il viaggio, dunque, non le offre semplicemente una fuga dalla sua vita precedente. Le offre la possibilità di guardarla con occhi diversi.
Anche il rapporto con Julián assume un significato particolare proprio per questo. Non è soltanto qualcuno di cui innamorarsi, ma una presenza che contribuisce a mettere in discussione le certezze di Oriah. Attraverso di lui, la protagonista è costretta a confrontarsi con ciò che desidera, con ciò che teme e con il rischio inevitabile che accompagna ogni scelta autentica.
Anna Todd costruisce una storia nella quale l’amore e la libertà non sono necessariamente la stessa cosa, ma possono incontrarsi quando impariamo a non perdere noi stessi all’interno di una relazione.
E forse è proprio questa la parte più adulta del romanzo.
Non basta innamorarsi. Non basta partire. Non basta cambiare luogo per sentirsi finalmente liberi. La vera trasformazione avviene quando si smette di aspettare che qualcun altro stabilisca ciò che possiamo o non possiamo fare.
La cornice di Maiorca rende tutto più luminoso: il mare, le notti, il sole e quella sensazione tipicamente estiva che ogni cosa possa essere possibile. Ma dietro questa atmosfera leggera si nascondono temi più profondi: il rapporto con la famiglia, la paura, l’indipendenza, la vulnerabilità e il desiderio di costruire finalmente una vita che ci appartenga.
The Last Sunrise è, prima di tutto, una storia di crescita.
Una storia che parla di una ragazza che deve imparare a non confondere la sicurezza con la felicità e a comprendere che vivere non significa essere privi di paura.Significa scegliere anche quando la paura c’è.Ed è forse questo che rende il titolo così evocativo. Un’alba è sempre qualcosa che arriva dopo una notte. Porta con sé l’idea di un inizio, ma anche quella della consapevolezza che il tempo non si ferma.
Oriah impara proprio questo: non possiamo aspettare che tutte le condizioni siano perfette per cominciare a vivere.
A volte bisogna semplicemente avere il coraggio di fare il primo passo.
E quando l’estate finisce, ciò che resta non è soltanto il ricordo di un amore o di un viaggio. Resta la persona che abbiamo scoperto di poter essere.
Un romanzo romantico e di formazione, che dietro la leggerezza dell’estate racconta una domanda molto seria: quanto della nostra vita stiamo davvero scegliendo noi? A voi lettori il compito di rispondere dopo averlo letto.
Voto 4,5/5
M. Alessia Del Vescovo

Nel dicembre di cinque anni fa le Edizioni L’Isola di Patmos davano alle stampe un saggio dal titolo Il segno di Caino, di P. Ivano Liguori.
In un mondo – compreso quello editoriale – pieno di confusione, chiunque, e chi opera tra i giovani in primis, dovrebbe prendersi, quando non il piacere, almeno la briga di documentarsi con le opere di quelle realtà come L’Isola di Patmos, che rappresentano un porto sicuro incontrovertibile di sana dottrina, specie per temi scabrosi come l’oggetto di questo libro: tatuaggi e fede.
Il titolo è mutuato dal brano biblico di Genesi 4, ove il background del versetto 15 è forse l’osservazione dei Cheniti: gente non Israelita che, presumibilmente, si tatuava. Il tatuaggio era, quindi, una pratica conosciuta, e in parte anche diffusa, tra gli antichi Ebrei, le cui tracce bibliche sono riportate con cura dall’Autore in forma di rimando o citazione.
Padre Ivano non intende promuovere né, al contrario, avversare la realtà del tattoo; la sua è un’analisi squisitamente obiettiva, come suggerisce il sottotitolo: Fede e tatuaggi nella storia: un connubio possibile? Tracciando la storia del tatuaggio dalle sue origini alle derive fondamentaliste di quelli che hanno i pruriti per il Demonio, il lettore è guidato in ultima istanza al discernimento, e ciò anche alla luce della Tradizione cristiano-orientale. Dal Corno d’Africa all’Egitto e alla Terrasanta, i cristiani da secoli praticano il tatuaggio sacro/religioso, visto come un “sigillo” (gr.: sphragis). La tecnica è quella definita Hand Poke, “picchiettare a mano”, a differenza delle moderne macchinette: bobina e tattoo pen.
Dall’Oriente cristiano, tale pratica giunse anche da noi in Italia.
Quando gli “Angeli” (i Crociati) portarono la santa casa di Nazaret a Loreto, la tradizione del tatuaggio del pellegrino di Terrasanta – mai interrotta a Gerusalemme dalla famiglia Razzouk – si estese fin qui: ai pellegrini di Loreto. È il tatuaggio Lauretano, oggi riportato in vita dal tatuatore e “marcatore” Jonatal Carducci, in arte Jona.
Se, dunque, nel mondo del tatuaggio esiste un uso cattivo di tale pratica, al contempo, è evidente, ne esiste uno del tutto buono. Per il resto, il tattoo è divenuto a oggi pura e semplice arte. Il credente che volesse tatuarsi dovrebbe quindi vagliare, anzitutto, tre aspetti: “da chi” tatuarsi, “cosa” tatuarsi, e “perché”.
Il fondamentalismo lo lasciamo, pertanto, a quei protestanti alla Ned Flanders e loro simili pseudo-cattolici (laici e non), che tanto riempiono la rete e i Social – oltre che le parrocchie.
Ora, non sarà certo un disegno sulla pelle a rendere il credente un cristiano migliore; il vero tatuaggio lo imprime lo Spirito Santo con il “carattere sacramentale”. Pensiamo alle parole del Vescovo mentre amministra la Cresima: «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo…». L’olio è un prodotto che penetrando nei tessuti è potenzialmente indelebile. Quando il cristiano sa di essere già tatuato nell’anima in virtù del Battesimo, della Cresima e, eventualmente, anche dell’Ordinazione, allora l’inchiostro sul corpo – indelebile ma non eterno, poiché il tattoo si disfa insieme al corpo – acquista ai suoi occhi interiori la giusta dimensione, venendo cioè a delinearsi quelle basi solide per un sano discernimento; se per me, in cuor mio, tatuarmi ne valga la pena o meno.
Anche qui, in fondo, trovano eco quelle parole della Filotea di san Francesco di Sales: «Non ho mai approvato il metodo di coloro che per riformare l’uomo cominciano dall’esterno […]. Lo Sposo divino invita l’anima e le dice: Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio. È proprio vero perché chi ha Gesù nel cuore lo ha ben presto anche in tutte le azioni esteriori […]. Quel dolce Gesù, che sarà vivente nel tuo cuore, lo si vedrà nei tuoi occhi, sulla tua bocca, nelle tue mani e persino dai tuoi capelli».
Grazie al Padre Ivano e alle Edizioni L’Isola di Patmos per il servizio resoci con questa preziosa fatica letteraria.
Luca Vozza
- Titolo: La gattina che voleva tornare a casa (titolo originale: The Cat Who Wanted to Go Home)
- Autore: Jill Tomlinson
- Casa Editrice: Feltrinelli (collana Feltrinelli Kids)
- Anno di pubblicazione: 2007 (prima edizione italiana Feltrinelli; riedito nel 2021 e nel 2024; edizione originale in lingua inglese: 1977)
- Illustrazioni (edizione italiana): Anna Laura Cantone

C’è un paradosso fecondo nella grande letteratura per l’infanzia: saper dire l’essenziale con la disarmante semplicità delle cose pure. Chi ha amato il celebre Il gufo che aveva paura del buio, magnificamente illustrato dal tratto inconfondibile e ironico di Anna Laura Cantone, ritrova nella penna di Jill Tomlinson quella medesima grazia sorgiva. Con La gattina che voleva tornare a casa, la scrittrice britannica ci regala una favola brillante, dal ritmo serrato e dall’andamento asciutto da tecnicismi, che si trasforma pagina dopo pagina in una vera e propria avventura interiore.
Protagonista della vicenda è Suzy, una gattina francese dal piglio risoluto che, a causa di una rocambolesca distrazione, si ritrova catapultata oltre la Manica, sulle coste inglesi. Smarrita in una terra straniera, Suzy non si perde d’animo. Il racconto si snoda attraverso i suoi molteplici e ostinati tentativi di attraversare quel tratto di mare per fare ritorno alla propria famiglia d’origine. Oltre questo non conviene svelare: toglieremmo al lettore il gusto di assaporare i memorabili e irresistibili movimenti comici che scaturiscono dagli incontri della piccola felina con famiglie e personaggi eterogenei, ciascuno specchio delle umane virtù e stramberie.
Eppure, sotto l’apparente levità della commedia per ragazzi, pulsa una potente risonanza esistenziale e teologica. Il nucleo narrativo è imperniato sulla tensione al «tornare a casa». La casa non è una semplice collocazione geografica; è la famiglia come porto franco, luogo custodito e sicuro dove l’identità personale viene accolta e nutrita senza condizioni. Per noi credenti, il pensiero corre spontaneo alla dimensione della famiglia spirituale: la Chiesa e la comunione dei santi, grembo accogliente che riflette la tenerezza provvidente del Padre celeste. Come scriveva sant’Agostino nelle sue Confessioni (I, 1): «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». In quel piccolo miagolio che brama la costa francese si avverte l’eco dell’anima umana che, esule su questa terra, non cessa di desiderare la vera patria celeste, «la Gerusalemme di lassù, che è la nostra madre» (Galati 4, 26).
Accanto al tema dell’origine e dell’approdo, emerge con limpida forza l’insegnamento della perseveranza. Suzy sperimenta fallimenti, porte chiuse e deviazioni impreviste, ma non abbandona il proprio scopo. Vi è una proverbiale massima attribuita a Plutarco che recita: «La perseveranza è più efficace della violenza, e molte cose che, unite insieme, sono invincibili, cedono a chi le affronta poco alla volta». Questa pazienza tenace è la forma quotidiana della speranza cristiana: il non soccombere allo scoraggiamento quando il mare della vita si frappone fra noi e la meta promessa.
Non appare inoltre priva di significato la scelta di una figura felina per una lettura distensiva. Nel ricco bestiario della simbologia cristiana medievale e della tradizione artistica sacra, il gatto è stato spesso accostato, oltre che alla vigilanza domestica, al mistero della mansuetudine e all’astuzia evangelica contro le insidie del maligno, incarnando talvolta il paradosso di un Cristo paziente e silenzioso che attende al varco le trappole del peccatore per riscattarlo. Un quadretto che svela come la natura intera sia un alfabeto sacramentale che rimanda al Creatore.
La gattina che voleva tornare a casa si rivela così un’opera pensata per i fanciulli, ma necessaria a tutti. Mezz’ora di lettura quotidiana distesa e limpida che allena lo sguardo alla meraviglia e ricorda al lettore adulto che la salvezza si gioca sovente nel ricominciare la strada di casa con l’umiltà fiduciosa di un bambino.
Fra il tormento e la grazia.
Fr Gabriele Scardocci OP
La classifica di settembre:

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