Lectio Divina. Vivere e incarnare la parola di Dio.1. Lectio #lectiodivina #lectio

La lectio divina è una pratica di lettura orante della Scrittura che favorisce il dialogo con Dio. Il suo profitto si misura sul terreno delle nostre esistenze. Sì, perché meditare la Parola risponde ad alcuni quesiti pratici. Ad esempio, in che modo riconoscere i segni dei tempi? Come riporre la nostra fiducia in Lui e compiere giorno per giorno la Sua volontà? Con quale disposizione spirituale accogliere quell’annuncio che, seppur distante secoli, raggiunge ciascuno in ogni epoca? Occorre coltivare il desiderio di Dio e la franchezza nel confidargli i nostri pensieri, come a un amico.

Il Signore comunica in modi diversi, ci parla soprattutto nella Scrittura, sia letta e commentata durante la celebrazione liturgica sia meditata in privato. La lectio divina è sia un esercizio per prepararci all’Eucaristica domenicale (o quotidiana), sia una forma di riflessione sulla Scrittura che esprime la dimensione personale dell’esperienza di Dio. Sul piano pratico consiste nel consolidare l’abitudine al colloquio con Dio attraverso le Sue parole.

Ma cosa rappresenta davvero la lectio divina per la nostra vita? Il Concilio Vaticano II ha affermato che «È necessario pertanto che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, conservino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato […] Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, specialmente i religiosi, ad apprendere la sublime scienza di Gesù Cristo (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture» (Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 25). Comprendiamo che è un compito affidato a tutti i battezzati.

Se guardiamo alla Tradizione scorgiamo questa pratica in Sant’Agostino, che, nel commentare i Salmi, sollecitava tutti i fedeli a rivolgersi a Dio ricordando che: «La tua preghiera è un discorso rivolto a Dio: quando leggi, Dio parla a te; quando preghi, tu parli a Dio» (Enarrationes in Psalmos 85, 7). La familiarità con la Scrittura, unita alla supplica, pone le fondamenta del dialogo personale, poiché leggendo ascoltiamo Dio parlare e, invocando, gli rispondiamo aprendoci fiduciosamente all’azione del suo Spirito.

Si tratta dunque di un’esperienza spirituale e meditativa, non propriamente esegetica, in cui è necessario porsi dinanzi al passo biblico, eventualmente affidandosi a una spiegazione introduttiva. Lo scopo primario è scoprire il messaggio contenuto nel passo e la sua perenne attualità, in modo tale da lasciarci interpellare e spingerci a pregare suscitando un dialogo di fede e speranza, pentimento, intercessione e oblazione di sé.

La lectio divina è «Una meditazione che non consiste solo nel riflettere sui testi, ma nel farli propri. In questo processo è coinvolto l’intero essere umano: la bocca recita il testo, la memoria lo custodisce, l’intelligenza ne penetra il senso e la volontà lo applica alla vita»[1].

Le pagine sacre ci fanno contemplare Cristo e i Suoi Misteri per entrarvi più pienamente. Avvicinarsi al Verbo equivale ad assistere a una vera e propria annunciazione, mentre la docilità nei Suoi confronti diventa carne nelle nostre scelte. Ne deriva che la lectio è capace, per sua definizione, di conferire equilibrio e armonia alla vita spirituale, lungi da ogni sentimentalismo ed egoismo. Ci conduce verso il senso spirituale oggettivo della vita in Dio in accordo con i Suoi misteri. Tuttavia, questa oggettività viene accolta nella nostra soggettività, perché siamo innestati nella storia della salvezza che meditata. Il cammino del popolo di Israele ci fornisce un’immagine eloquente del pellegrinaggio spirituale ed esistenziale che abbiamo iniziato con il Battesimo.

La lectio divina, considerata nel suo complesso, è un’orazione in quattro momenti (lectio, meditatio, oratio e contemplatio) con l’ausilio del testo ispirato, che orienta i nostri passi verso la meta indicata da Dio e ricompone le giornate, spesso frammentate e lacerate, nel piano divino. Esso diventa così un punto fermo di riferimento.

Guigo II il Certosino (†1193ca.), monaco e priore dell’Ordine certosino, ha tentato di mettere per iscritto gli esiti di questa pratica, tanto remota quanto poco conosciuta, in una lettera indirizzata al suo confratello Gervasio, nota anche come Scala dei monaci. Individuò quattro gradini. Il primo è la lettura (lectio), paragonata al portare alla bocca un cibo solido (cf. n. 3). Questa conduce alla riflessione (meditatio), che «corrisponde alla masticazione, ossia l’analisi approfondita; cui segue l’orazione, che consiste nel gustare, ossia apprezzare spiritualmente; infine, la contemplazione è il momento in cui si gode pienamente di questo nutrimento. In questo percorso, la Parola compie il suo passaggio dalla “lettera” allo “Spirito che dà vita” (2Cor 3, 6), per cui il testo dischiude il suo significato più autentico inverando la nostra realtà in ogni momento»[2].

Come si passa dalla lettura alla preghiera? Lo vedremo nel prossimo articolo, salendo con Guigo i quattro gradini della sua scala, per imparare a ruminare la Scrittura e a gustarne il sapore.

Alessia Brombin, Obl OSB Cam


[1] Guigo il Certosino, La scala dei monaci. Il percorso della Lectio Divina, introduzione, traduzione e commento di Alessia Brombin, collana Terebinto nuova serie n. 23, Cittadella Editrice, Assisi 2025, p. 6.

[2] Ivi, p. 17-18.


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