La Transustanziazione #dogmatica #teologia

La transustanziazione è il cambiamento o la conversione di una sostanza in un’altra. L’uso del termine è circoscritto al rito eucaristico, dove indica il cambiamento dell’intera sostanza o realtà fondamentale del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, mentre le apparenze esteriori (specie, accidenti) del pane e del vino rimangono inalterate. Il neologismo fu impiegato da Rolando Bandinelli (il futuro Alessandro III) attorno al 1153 ed ebbe una rapida fortuna, tanto che presto apparve nei documenti ufficiali della Chiesa.


Breve storia della dottrina
Sebbene il termine non sia né biblico né patristico, l’idea che esprime fa parte della rivelazione cristiana. In base a quanto possiamo leggere nella Scrittura (Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; Gv 6,50-67; 1 Cor 11,23-25), appare chiaro che il pane cessi di esistere e che il corpo di Cristo sia reso realmente presente sotto la parvenza dello stesso. Grazie all’onnipotenza divina, il pane viene mutato nel corpo di Cristo. D’altra parte, nessuna modifica degli aspetti visibili e tangibili del pane e del vino avviene davanti gli occhi degli apostoli. Quindi le parole di Cristo esprimono la conversione delle sostanze del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, anche se in apparenza non si verifica alcuna alterazione.

Fu necessaria molta riflessione teologica prima che la dottrina diventasse esplicita. Nel II secolo, Ignazio di Antiochia sottolinea semplicemente che l’Eucaristia è la carne del Salvatore (Epist. ad Smyrnaeos 7.1). Poco dopo di lui, Giustino Martire osserva che i cristiani considerano l’Eucaristia non come cibo ordinario ma come carne e sangue di Cristo (Apologia 1.66; ibid., 18). Secondo Ireneo di Lione il vino nel calice e il pane diventano durante il rito dell’Eucaristia il sangue e il corpo del Signore (Adversus haereses 5.2.3; ibid., 347).

Dal IV secolo, l’attenzione comincia a concentrarsi più distintamente sul cambiamento stesso. Gregorio di Nissa afferma che il pane, consacrato dalla parola di Dio, si trasmuta nel corpo di Dio (Oratio catech. magna 37). Dopo aver testimoniato che Cristo stesso, attraverso il Suo sacerdote, fa sì che il pane e il vino diventino il Suo corpo e sangue, Giovanni Crisostomo aggiunge che la formula, “Questo è il mio corpo”, trasforma gli elementi eucaristici (De proditione Iudae hom. 1.6; ibid., 49.380). Un resoconto simile si trova in Ambrogio, che usa il termine ”trasfigurare” (De fide ad Gratianum 4.10.124), e in Cirillo di Alessandria, che usa la parola “trasformare” (In Matt. com. 26.27). Alla fine del VII secolo, questa dottrina viene testimoniata dagli scritti dei teologi di un po’ tutta la cristianità. Giovanni Damasceno riassume l’insegnamento dei suoi predecessori. Egli spiega che il pane e il vino sono trasmutati o convertiti nel corpo e nel sangue del Signore; il pane e il vino non sono affatto semplici simboli del corpo e del sangue del Signore, ma vengono realmente ”cambiati” nel corpo e nel sangue (De fide orthodoxa 4.13; ibid., 94:1146).

Una nuova epoca della riflessione teologica sull’Eucaristia si apre nel IX secolo. La figura di spicco in questo periodo fu Pascasio Radberto, che espose chiaramente l’insegnamento cattolico sulla transustanziazione. Un ulteriore impulso al chiarimento della dottrina fu fornito da Berengario di Tours, che negò la conversione eucaristica e sostenne una presenza puramente spirituale e simbolica di Cristo nel pane e nel vino. I teologi dell’epoca confutarono le sue opinioni appellandosi alla fede antica e universale, e il Magistero della Chiesa condannò le stesse in diversi sinodi locali. Il più importante di questi fu il Concilio Romano del 1079, che per la prima volta in un documento ufficiale dichiarò che il pane e il vino erano “sostanzialmente mutati” nel corpo e nel sangue di Gesù (DH 700). Nel XIII secolo la dottrina aveva raggiunto una formulazione adeguata, ben esemplificata nell’incisivo riassunto di Tommaso d’Aquino: ”L’intera sostanza del pane è cambiata nell’intera sostanza del corpo di Cristo, e l’intera sostanza del vino nell’intera sostanza del sangue di Cristo. Perciò questa conversione . . . può essere designata con un nome proprio, transustanziazione” (Summa Theologiae, III, q 75, a. 4).

Dal XII secolo in poi, ”transustanziazione” e ”transustanziare” appaiono frequentemente nei documenti ecclesiastici. Il Quarto Concilio Lateranense del 1215 (DH 802) e il Secondo Concilio di Lione del 1274 (DH 860) usano il termine in brevi esposizioni della dottrina. Una spiegazione più ampia è data dal Concilio di Firenze nel 1439 (DH 1321).

Martin Lutero ammise la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Tuttavia, egli ripudiò la transustanziazione e insegnò che il corpo e il sangue glorificati di Cristo sono presenti “nel, con e sotto” il pane e il vino (consustanziazione). A titolo di spiegazione, Lutero stesso e molti dei suoi seguaci si appellavano all’idea di “ubiquità”: a causa della sua unione con la natura divina, la natura umana di Cristo acquisisce la proprietà di coesistere con altri oggetti creati. Nella celebrazione della Cena del Signore, Egli la vuole presente nel momento in cui i partecipanti ricevono il pane e il vino consacrati. Altri riformatori, come Andreas Osiander, preferiscono il termine impanazione (coniato per analogia di quello di incarnazione). Questa teoria afferma la presenza della sostanza del corpo e del sangue di Cristo insieme al pane e al vino in una sorta di unione ipostatica. A queste idee si opposero molti teologi protestanti, e in particolare H. Zwingli, che considerava i sacramenti solo come simboli visibili. In questa visione l’Eucaristia è solo un simbolo o un segno della presenza di Cristo; chi crede che il corpo e il sangue del Signore siano stati offerti in sacrificio per la salvezza dell’uomo, mangia la Sua carne e beve il Suo sangue spiritualmente. Giovanni Calvino attaccò sia la dottrina cattolica della transustanziazione che quella luterana della consustanziazione e sostenne che il corpo e il sangue di Cristo sono presenti nell’Eucaristia virtualmente, cioè per un potere che emana da essi.

Di fronte a tali sfide, il Concilio di Trento emise un insegnamento autorevole sulla transustanziazione (11 ottobre 1551). Il capitolo 4 della sessione 13 definisce:

Poiché, poi, Cristo, nostro redentore, disse che era veramente il suo corpo ciò che dava sotto la specie del pane, perciò fu sempre persuasione, nella chiesa di Dio, – e lo dichiara ora di nuovo questo santo concilio – che con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro signore , e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione”.(DH 1642)

Il canone 2 afferma che la sostanza del pane e del vino non permane insieme al corpo e al sangue del Signore e dichiara:

”Se qualcuno dirà che nel santissimo sacramento dell’eucarestia assieme col corpo e col sangue di nostro signore Gesù Cristo rimane la sostanza del pane e del vino e negherà quella meravigliosa e singolare trasformazione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue, e che rimangono solamente le specie del pane e del vino, – trasformazione che la chiesa cattolica con termine appropriatissimo chiama transustanziazione, – sia anatema”. (DH 1652)

Tra gli errori favoriti dal Sinodo giansenista di Pistoia (1786), Pio VI condannò la proposizione 29 per aver omesso la menzione della ”transustanziazione o il cambiamento dell’intera sostanza del pane nel corpo, e dell’intera sostanza del vino nel sangue” di Cristo, per il fatto che tale omissione tende a sopprimere sia un articolo di fede che un termine altamente utile consacrato dalla Chiesa (bolla Auctorem fidei del 1794; DH 2629). Nell’enciclica Humani generis (1950) Pio XII afferma che la dottrina della transustanziazione non può essere distorta nel senso che la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia sia ridotta a un simbolismo per cui le specie consacrate sarebbero solo segni della presenza spirituale di Cristo (DH 3891). Così egli respinge l’idea che nulla cambi tranne il senso religioso del pane e del vino.


Breve sintesi teologica della dottrina
Secondo Trento, la sostanza del pane e del vino non rimane ma viene mutata nel corpo e nel sangue di Cristo; nulla persiste del pane e del vino se non le loro apparenze o specie. Il termine “sostanza” nei decreti conciliari non sancisce alcun sistema filosofico, ma indica la realtà fondamentale per cui il pane e il vino sono ciò che sono e non qualcos’altro. Nel linguaggio moderno possiamo dire che la sostanza è l’ente che viene colto dall’intelletto, mentre le specie sono le proprietà che manifestano questo ente a livello di esperienza sensoriale e scientifica. Nel XIII secolo, i teologi cercarono di chiarire la transustanziazione sfruttando le categorie aristoteliche di sostanza e accidente. Ma il dogma stesso non implica necessariamente che questo debba essere letto attraverso le categorie scolastiche (anche se queste sono oggettivamente quelle attraverso cui storicamente la si è più efficacemente e coerentemente espressa).

Nel periodo successivo al Concilio di Trento, alcuni teologi pensano che la sostanza del pane, come ostacolo alla presenza del corpo di Cristo, debba essere rimossa da una sorta di annientamento. Questo annientamento è necessario per far posto al corpo di Cristo, oppure risulta dal fatto il corpo di Cristo espelle la sostanza del pane, che quindi decade nel nulla. I teologi che favoriscono una qualche forma di annientamento della sostanza del pane e del vino in ragione della transustanziazione sono però divisi quando si tratta di spiegare esattamente come il corpo ed il sangue di Cristo diventino presenti al loro posto.

Secondo Francisco Suárez,, Leonardo Lessio e altri fino ai tempi moderni, il corpo di Cristo è reso presente da un’azione produttiva, che equivale alla creazione. Poiché però Cristo esiste prima della consacrazione, tale azione è meglio detta riproduzione o replicazione, perché riproduce il suo corpo senza compromettere la sua identità numerica con lo stesso corpo in cielo.

Altri teologi del XVII secolo, con molti seguaci in epoche successive, respingono l’idea di riproduzione. Sotto la guida di Roberto Bellarmino, essi sostengono che il corpo preesistente di Cristo è reso presente per adduzione, vale a dire che il corpo si fa presente sotto le specie del pane in modo tale che non lascia il cielo né subisce alcun movimento locale. Juan de Lugo aggiunge che il corpo di Cristo succede alla sostanza del pane nella funzione di sostenere gli accidenti del pane.

Anche se le teorie della riproduzione e dell’adduzione fossero metafisicamente valide, cosa che a giudizio di molti critici è discutibile, esse sostengono uno scambio di sostanze piuttosto che un vero cambiamento di una sostanza in un’altra. Un numero crescente di teologi è d’accordo con L. Billot che, all’inizio del XX secolo, ha asserito che è necessario tornare alla dottrina di san Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, III, q. 75, a. 4) e della grande scolastica medievale. La transustanziazione non è la distruzione di una sostanza con un’altra che sopraggiunge a sostituirla, ma un’unica azione con cui Dio, che ha potere su tutto l’essere, cambia l’intera sostanza del pane nell’intera sostanza del corpo di Cristo. La sostanza del pane cessa, non per annientamento, ma per conversione nel corpo di Cristo; e le specie del pane acquisiscono una relazione con il corpo di Cristo che è come la relazione tra un contenitore e il suo contenuto.

Adriano Virgili

Bibliografia essenziale

B. Otten, A Manual of the History of Dogmas, Forgotten Books, 2019, 2 Voll.

B. Sesboüé, Storia dei dogmi, Piemme, 199, 4 Voll.

B. Mondin, Storia della teologia: Epoca contemporanea, Edizioni Studio Domenicano, 1997

2 risposte a "La Transustanziazione #dogmatica #teologia"

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