Gesù e la sua genealogia.17 dicembre. #novenadigitale2022

Il Nuovo Testamento inizia con la genealogia di Gesù Cristo (Mt 1:1-17), cioè con una lista degli antenati. Quest’elenco di nomi, anche se sembra arido e noioso, ha tanta importanza, poichè esprime l’identità di Gesù e rivela qualcosa dell’amore infinito di Dio.

La genealogia continua la tradizione anticotestamentaria con l’uso di questo genere letterario, che era molto diffuso in tutto Vicino Oriente, infatti troviamo i toledot (genealogia, lett.: generazioni) all’inizio dei racconti di certi personaggi importanti dell’Antico Testamento. Anzi nei primi due capitoli della Genesi, si legge la “genealogia della terra e del cielo” all’inizio del racconto di tutta la storia dell’umanità nella cui si realizza anche quella del popolo eletto.

L’autore lega tutto il vangelo e la storia di Gesù all’Antico Testamento, esprimendo la continuità tra loro quando dice “genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo”.

L’enfasi di tutta la genealogia è sul fatto che Gesù è figlio di Davide. Questo viene espresso anche dai numeri delle discendenze: il testo dice che “tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici”. Cioè l’elenco viene sezionato in tre parti secondo i momenti più importanti della storia d’Israele, cioè il regno di Davide e la deportazione in Babilonia, e ciascuna parte contiene 14 generazioni (almeno secondo l’autore, ma in realtà la terza parte ci porta solo 13 nomi). Si vede così che il numero 14 caratterizza questa lista, che riferisce al nome Davide che in ebraico ha il valore numerico 14 (d – 4, w – 6, d – 4). Tutto questo serve per esprimere che Gesù è il messia davidico, il messia regale promesso da Dio, aspettato dal tutto il popolo d’Israele.

Comparando la lista degli antenati fornita da Matteo con i testi della Bibbia possiamo notare che questa non è una genealogia perfetta: ci sono vuoti nella discendenza, uomini che non appaiono (p. es. Ahaziah, Jehoash, Amaziah (1 Cron 3:11–12; 2 Re 8:16–15:7)).  Dunque da un punto di vista storico è inaffidabile; ma dobbiamo tener presente che questa genealogia non è un lavoro storico, ma ha un messaggio più profondo, un valore più spirituale e simbolico, che fonda la teologia del vangelo.

Interessante l’uso dei verbi della genealogia: abbiamo sempre una forma attiva del verbo “generare” fino alla nascita di Gesù, dove il testo passa all’uso passivo del verbo per sottolineare che Gesù è stato generato non da un uomo ma dall’eterno Padre.

Se vediamo i nomi elencati, possiamo notare che quelli non indicano persone perfette, anzi… troviamo persone a cui si associano diversi scandali, sofferenze, peccati. Basta vedere la vita di Davide che non era senza macchia, ma anche lui è un personaggio che aveva sperimentato la misericordia di Dio. Poi è un po’ insolito che la genealogia menziona cinque nomi di donne: Tamar (Mt 1:3; Gen 38; 1 Cron 2:4), Rahab (Matt 1:5; Gios 2, 6:15–27; Ebr 11:31; Giac 2:25), Ruth (Mt 1:5; Ruth 1–4, 4:13–22), Betsabea (moglie di Uriah; Matt 1:6; 2 Sam 11–12; 1 Re 1–2), e infine Maria.

Come si vede, queste donne nominate – eccetto Maria – hanno avuto una storia ben nota, caratterizzata anche dal peccato, anzi quasi tutte, hanno avuto diverse storie con gli uomini, intercorsi sessuali illeciti e scandalosi ecc. In una parola: erano considerate gran peccatrici! Ma in effetti loro sono anche di origine ed etnia gentile: Tamar è una proselita; Ruth è moabita; Rahab viene da Canaan; su di Bathsheba non sappiamo niente, ma era la moglie di Uriah, l’hittita. Così queste figure che provengono fuori dal popolo d’Israele fanno parte della storia della salvezza. Ciò centra l’attenzione sul fatto che Gesù Cristo è il messia e il salvatore del tutto il mondo. Lui è quel figlio di Abramo tramite cui tutte le nazioni vengono benedette (Gen 12:9; 22:17-18). Gesù è colui che ci porta a realizzare questa benedizione che raggiunge tutto il mondo, tutta l’umanità.

Così quest’elenco arido e noioso in realtà parla di grandi cose: esprime che l’umanità ha bisogno di un salvatore che libera dai peccati, che guarisce le ferite nella storia umana ma anche nella storia di ognuno di noi. Tutto il mondo aspetta il Messia, tutta l’umanità ha sete di Dio. Ma il nostro testo, ci mostra anche che Dio con tanta umiltà entra nella nostra storia che non è sempre bello e perfetto, con tanti successi, ma a volte è scandalosa, caratterizzato anche dai peccati, dalle ingiustizie e dalle sofferenze. Il Verbo di Dio si incarna e si trova in queste condizioni, tra uomini e donne deboli e infedeli, che diventano gli antenati e membri della famiglia di Gesù.

Questo ci rivela il desiderio inestinguibile di Dio di esser presente, anzi esser incarnato nella nostra storia umana così fragile. Dio non considera la nostra fragilità e i nostri peccati come ostacoli, ma lui invece ha deciso di toccare i nostri punti deboli perché il suo amore è maggiore e più forte di tutto questo. Lui voleva sin dall’inizio stare con noi, anche nei nostri momenti della gioia e dell’angoscia, di sofferenza e nei momenti di buio. Lui ci entra nella nostra fragilità si incarna nella nostra umanità in un momento storico, per ricreare il mondo e l’uomo, per farci presente nella sua vita divina, trasformando le nostre debolezze in fonti della sua grazia.

Suor Angelika Schnider

Foto di Amy da Pixabay

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