Il “Cantico” e il coraggio del desiderio #lanternadelcercatore

«Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, migliore del vino è il tuo amore.
Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza;
aroma che si spande è il tuo nome:
per questo le ragazze di te si innamorano» (Ct 1, 2-3)

Il “Canticissimo”

Un po’ come “Canzonissima”, la traduzione del titolo “Cantico dei Cantici” intende rendere il superlativo assoluto che è attribuito al Cantico, componimento poetico presente nell’Antico Testamento
Un libro particolare, insolito, difficoltoso da aggiungere al canone, anche se la sua origine si perde nella notte dei tempi e qualcuno vi rivede le tracce di riti dedicati al “matrimonio” tra divinità pagane maschili e femminili.
Un libro poetico. E già per questo problematico.
Un libro che parla d’amore, senza rinunciare alla sensualità. Forse, proprio per questo, i Padri della Chiesa si raccomandavano di lasciare la lettura di quest’opera alla maturità… perché, comunque, non si sa mai: “lo spirito è pronto, ma la carne è debole”1.

Origine e ruolo nella liturgia

L’origine di questo testo è molto dibattuta. Molto probabilmente, deve i propri albori a testi profani: gli studiosi hanno, infatti, identificato il suo autore in un «ebreo colto, aperto alla cultura greca, buon conoscitore della lirica alessandrina e della letteratura d’amore egiziana classica» (Mazzinghi). Qualcuno pensa anche in una reinterpretazione ebraica di un mito di nozze tra due divinità pagane della fertilità (Iside e Osiride nella cultura egiziana oppure Anat e Baal in quella cananaica, entrambe a lungo a contatto con il popolo di JHWH): questa ipotesi si rivela, tuttavia un po’ complessa, poiché assume la conseguenza che tale materiale sia stato purificato di ogni traccia pagana, per poter essere accolto favorevolmente in un contesto monoteista.
Nella tradizione ebraica, è tra i cosiddetti Meghillot (cinque libri, impiegati in alcuni particolari feste liturgiche): con il Cantico (scelto per la Pasqua), abbiamo il libro di Rut (Pentecoste), Lamentazioni (commemorazione della distruzione del primo e del secondo Tempio), Qoelet (festa delle Capanne) Ester (Purim).
Tale scelta non è così insolita, se ricordiamo come, a partire da Osea (VIII secolo a.C.), il popolo ebraico rilesse spesso, in chiave matrimoniale, l’amore di Dio per il proprio popolo.
Sull’epoca di composizione, sono principalmente tre le ipotesi in campo:

  1. Inizi della monarchia (X-IX secolo a.C.), motivato dall’opinione (generalmente condivisa) di questa come un’epoca di rinnovata sensibilità per la psicologia umana
  2. Epoca monarchica inoltrata (VIII-VII secolo a.C.): è il periodo di Ezechia, che vede una corposa produzione letteraria
  3. Periodo ellenistico (III secolo a.C.), giustificato, soprattutto, per uno studio di carattere linguistico, che evidenzia aramaismi, grecismi, influssi persiani.

Come accaduto in altre opere bibliche2, non è da escludersi una “stratificazione successiva”, che possano giustificare successivi apporti culturale su un’opera più antica, “armonizzata” solo in epoca tardiva.

Finalità

Nonostante a lungo, nella tradizione cristiana, la maggior parte dei Padri della Chiesa e degli scrittori ecclesiastici dei primi secoli (Origine, Gregorio di Nissa), così come delle epoche successive (Gugliemo di Saint-Thierry. Giovanni della Croce) ne diano una lettura eminentemente spirituale3, appare evidente come non si possa eludere il significato letterale, che parla di una intensa relazione amorosa, nutrita dal desiderio reciproco, tra due amanti che, rimanendo sostanzialmente anonimi (è impossibile decifrarne, con certezza, anche solo l’estrazione sociale: è del tutto preclusa un’identificazione precisa), finiscono con il diventare immagine universale dell’amore tra uomo e donna, da cui traluce l’amore di Dio. L’autore del Cantico ci tiene a lasciare un messaggio di amore libero (ma non: libertino), in cui il desiderio non è sinonimo di tentazione e peccato, ma benedetto, perché richiamo diretto a Dio.
È tutt’ora dibattuto quale sia il rapporto tra l’interpretazione spirituale del Cantico e la sua canonizzazione, se sia, cioè precedente alla canonizzazione e – in qualche modo – vi contribuisca, oppure – al contrario – sia stata utilizzata successivamente, per giustificarne o avvalorarne l’avvenuta canonizzazione. Non è da escludere, del resto, che fosse già nelle intenzioni dell’autore la possibilità di una duplice lettura (celebrazione dell’amore umano e anche dell’amore divino).
La realtà, infatti, è che – come spesso accade nella Scrittura Sacra – la ricchezza più preziosa di questo testo risieda proprio nell’essere allusivo ed aperto ad interpretazioni plurali: perché scegliere, finché è possibile far coesistere differenti piani di lettura, che contribuiscono a rendere l’opera capace di solcare epoche e tradizioni, continuando a parlare alla mente e al cuore dell’uomo e della donna di ogni luogo e di ogni tempo.

Agostino e il desiderio

Agostino, Dottore della Chiesa, vescovo, filosofo e santo del IV secolo, non è stato sicuramente estraneo al fascino del desiderio, in tutte le sue forme. Sappiamo infatti dalle Confessioni, una profonda autobiografia che non tralascia alcun dettaglio che potrebbe essere valutato “compromettente” per un alto ecclesiastico di santa romana chiesa, come non gli sia mancata un’ardua lotta per uno sguardo casto. Del resto, con onestà, se, da un lato, considera il figlio nato da un’unione precedente alla conversione al cristianesimo come un dono prezioso, percepisce, invece di aver spesso ceduto alla lussuria, invece che seguire l’amore.
Tuttavia, nel suo percorso frastagliato e complicato, non intende rinunciare al desiderio, anzi ne ha una concezione positiva e propedeutica per la ricerca filosofica, dal momento che scrive che «le passioni, il desiderio in particolare, sono mezzi per progredire verso la verità»4. L’uomo, come essere di desiderio, necessita di esso anche per acuire le sue capacità più spirituali ed intellettuali: «Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessare mai di desiderare. Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce» 5

I sensi “dimenticati” come vera “anticamera” d’amore

A ben notare, una caratteristica colpisce immediatamente, prestando attenzione anche solo ai tre versetti riportati (ma si ha modo di averne conferma nell’intera opera). Molto più della vista, senso più che abusato, nella nostra epoca, sono tatto, gusto e olfatto ad avere la parte del leone, nel componimento. Il bacio come espressione massima di desiderio d’intimità, molto più di ogni altro gesto, perché è proprio tale espressione a garantire l’attivazione di tutti i sensi, contemporaneamente e, in particolar modo , oltre al tatto, anche gusto ed olfatto. L’intero cantico è pervaso, del resto, da percezioni olfattive con una densità davvero strabiliante: fiori e profumi diventano, senz’ombra di dubbio, in canale privilegiato di comunicazione tra i due amanti. Che sia più evidente la funzione liturgica (come nel caso della mirra) oppure quella afrodisiaca (come nel nardo, di evangelica memoria6), ogni sensazione olfattiva lascia una scia che non può essere facilmente eliminata. Il passaggio dell’amore lascia traccia di sé – impalpabile, eppure inconfondibile. Gusto ed olfatto sono due sensi pressoché inscindibili, come notiamo dolorosamente, ad ogni ostruzione di naso o gola, dovuta al raffreddamento, nei mesi invernali o a causa di allergie.

Il desiderio d’oggettività

L’amato è – per definizione – bello, agli occhi di chi l’ama. È inevitabili. Gli occhi innamorati sanno esaltare la bellezza dell’oggetto d’amore, acuendo in positivo la percezione estetica. Tuttavia, è veramente pregevole – oltreché realistico il desiderio di oggettività che traspare dal terzo versetto. Lungi dall’essere motivo di gelosia, se “tutte le ragazze” si innamorano, evidentemente, è perché ne trovano motivi validi. Come se la donna, rivolgendosi direttamente al lettore, lo invitasse a convenire con lei: “Vedi anche tu come ho buoni motivi per amare una simile creatura!”.

Saper rinnovare il desiderio

Immergerci nel Cantico dei Cantici, proprio in un periodo come la Quaresima, al di là della prudenza dei Padri, può essere un modo per ricordarci che, come cristiani, non siamo chiamati a raggiungere una sorta di nirvana, eliminando le passioni e le emozioni che abitano il cuore umano.
«La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. […]Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e, dilatandolo, lo rende più capace», scrive ancora Agostino7: non si tratta di eliminare, ma di purificare, cioè togliere il superfluo, per raggiungere l’essenziale. Solo facendo spazio, l’uomo si “allarga”, diventando, quindi, “più capace”, letteralmente, nell’amore. Perché l’uomo è fatto per il desiderio: è nel desiderio che si affina, purifica, ma – anche – intensifica l’amore. Per il proprio simile, così come per Dio. È questo il senso profondo di ogni pratica penitenziale prevista, in Quaresima: nutrire il Desiderio, per alimentare l’Amore.

Maddalena Negri


Fonte immagine: Pixabay

1 vd. Mt 26, 41
2 Come, ad esempio, è ormai appurato, sia per il libro di Isaia, che per quello di Proverbi.
3 In queste interpretazioni (allegorico-tipologiche), l’uomo e la donna sono immagine, alternativamente, del rapporto di Cristo e della Chiesa o della relazione amorosa tra Dio e l’anima credente.
4 AGOSTINO, La città di Dio
5 AGOSTINO, Esposizione sul salmo 37
6 Cfr. Gv 12, “l’unzione di Betania”
7 AGOSTINO, Commento alla lettera di san Giovanni, 4.6

Riprendo, in più punti, gli appunti tratti da M. Scandroglio, Profeti e scritti. Introduzione e letture – seconda parte, Appunti ad uso personale degli studenti Ftis, 2023 – 2024.
Il riferimento per le citazioni di s. Agostino è questo intervento della prof.ssa Muller, docente di storia della filosofia medievale presso l’università Cattolica del Sacro Cuore.


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