Origene, scrittore ecclesiastico del III secolo, è il primo a menzionare un presunto vangelo scritto da Simon Pietro. Egli ci informa che questo testo parlava dei “fratelli” di Gesù come figli avuti da Giuseppe da un precedente matrimonio (Comm. Matt. 10.17), ma non è chiaro se avesse una conoscenza diretta dello stesso. Successivamente, è Eusebio di Cesarea a menzionare il Vangelo di Pietro, classificandolo tra gli scritti non accettati dalla Chiesa come Scrittura (Eccl. Hist. 3.3.2; 3.25.6). Eusebio narra la storia di Serapione, vescovo di Antiochia alla fine del II secolo, che proibì l’uso del Vangelo di Pietro dopo aver appreso che era popolare tra i doceti, un gruppo di credenti eretici.
Con il termine docetismo, dal greco dokeo (sembrare), si indicavano due principali forme di credenza. La prima, associata a Marcione di Sinope, sosteneva che Gesù non fosse un vero essere umano, ma aveva solo l’apparenza di essere un uomo in carne ed ossa. La seconda, legata a gruppi gnostici, vedeva Gesù come un uomo in carne e ossa, al quale il Cristo divino si era unito temporaneamente. Secondo questa credenza, il Cristo divino aveva però abbandonato Gesù prima della sua morte, lasciandolo morire da solo. In entrambi i casi, la sofferenza di Cristo sulla croce era stata solo apparente.
Non sappiamo eventualmente quale di queste credenze fosse sostenuta dai doceti a cui si riferiva Serapione. Ciò che sappiamo è che, una volta appreso che la Chiesa di Rhossus, sotto la sua giurisdizione, ne faceva uso, se ne fece mandare una copia e la lesse. Decise che, sebbene la maggior parte del racconto fosse ortodossa, c’erano alcune “aggiunte” che potevano sostenere una comprensione eretica del vangelo. Serapione scrisse un trattato illustrando i problemi del libro e lo inviò alla chiesa di Rhossus insieme a una lettera che ne proibiva l’uso futuro.
Circa un secolo dopo, Eusebio raccontando di tale vicenda (Eccl. Hist. 6.12), fa menzione di questa lettera, ma non riporta i passaggi problematici descritti da Serapione. Ciò rende impossibile sapere con certezza se il Vangelo di Pietro giunto fino noi sia lo stesso che questi aveva letto alla fine del II secolo. In ogni caso, il testo scomparve dalla circolazione per secoli.
Quello che oggi chiamiamo Vangelo di Pietro fu ritrovato in una delle più notevoli scoperte archeologiche di testi cristiani del XIX secolo. Nell’inverno del 1886-87, un’équipe archeologica francese guidata da M. Grébaut stava scavando ad Akhmîm, nell’Alto Egitto, in un cimitero con tombe datate dall’VIII al XII secolo d.C. In una tomba, ritenuta di un monaco cristiano, fu trovato un libro contenente, tra l’altro, una copia frammentaria di un vangelo scritto a nome di Pietro.
Il manoscritto pergamenaceo (P. Cair. 10759) di trentatré fogli (sessantasei pagine), di dimensioni medie di 13 × 16 cm, contiene una piccola antologia di quattro testi in greco, tutti frammentari: il Vangelo di Pietro, l’Apocalisse di Pietro, il Libro di Enoc e il Martirio di San Giuliano. La prima pagina è ornata da una croce; la seconda pagina inizia a metà frase: “…ma nessuno dei Giudei si lavò le mani, né Erode né alcuno dei suoi giudici. Poiché non volevano lavarsi, Pilato si alzò”. Questo inizio indica che lo scriba aveva davanti a sé solo un testo parziale. Le sezioni da 2 a 10 del manoscritto contengono il resoconto del processo, della morte e della risurrezione di Gesù, terminando ancora una volta a metà di una frase, seguita da due pagine vuote prima dell’inizio del testo successivo.
Non è possibile sapere cosa altro contenesse originariamente il nostro testo: se fosse solo un racconto della passione (come il Vangelo di Nicodemo, di epoca successiva) o un vangelo completo della vita e del ministero di Gesù fino alla passione, come i vangeli canonici.
Boriant, nell’editio princeps, ha indicato il manoscritto di Akhmm come databile l’VIII e il XII secolo. Successivamente, van Haelst lo ha collocato tra il VI e l’VIII secolo, una datazione che ha ricevuto un ampio sostegno.
Il racconto del Vangelo di Pietro fornisce una versione alternativa della passione e della risurrezione di Gesù, simile ai racconti dei vangeli del Nuovo Testamento, ma con notevoli differenze e poche ampie concordanze verbali. Questo vangelo accusa in modo esplicito i “giudei” di essere i responsabili diretti della morte di Gesù. Nel testo, non è il governatore romano Pilato a ordinare l’esecuzione di Gesù, ma il re Erode. I giudei vengono diffamati per aver chiesto la morte di Gesù e, dopo la crocifissione, si rendono conto del male fatto e temono il giudizio e la fine di Gerusalemme come punizione divina per l’esecuzione di Gesù (v. 25).
Oltre ad accusare i giudei e a scagionare Pilato, il testo fornisce dettagli narrativi non presenti in altri resoconti evangelici della passione. Uno dei ladroni, sulla croce, rimprovera i soldati romani per aver ucciso Gesù. Per tutta risposta, i soldati decidono di non spezzargli le gambe, in modo da prolungare la sua sofferenza sulla croce.
L’episodio più importante e famoso è il racconto dell’uscita di Gesù dal sepolcro il terzo giorno. I vangeli canonici si limitano a indicare che Gesù era risorto quando le donne trovano il sepolcro vuoto. Il Vangelo di Pietro, invece, descrive Gesù che esce dal sepolcro alto come una montagna, con la croce che emerge dietro di lui e parla al cielo, affermando che il messaggio di salvezza è stato proclamato nel regno dei morti.
L’autore di questo racconto scrive in prima persona in due occasioni: una volta senza identificarsi (“Io e i miei compagni”, v. 26) e un’altra volta come il discepolo Pietro (“Io, Simon Pietro, e Andrea, mio fratello”, v. 60). Questo vangelo sembra dunque antico e scritto a nome di Pietro. È lo stesso Vangelo di Pietro conosciuto e proscritto da Serapione alla fine del II secolo?
Sfortunatamente, è impossibile saperlo con certezza. Gli studiosi hanno identificato questo testo con quello di Serapione quasi subito dopo la sua scoperta, ad esempio nell’editio princeps di Bouriant del 1892, un’identificazione accettata senza dubbi da molti specialisti successivi (ad esempio, Robinson, Swete, Harnack). Questa identificazione sembra a prima vista ovvia: Serapione parlava di un Vangelo di Pietro, e ora abbiamo un antico vangelo che afferma di essere stato scritto da Pietro. Inoltre, le enfasi teologiche di questo testo coincidono con ciò che Eusebio ci dice del Vangelo di Pietro, ritenuto un testo docetista. Alcuni passaggi specifici sembrano sostenere questa interpretazione: al v. 10, si dice che Gesù “taceva come se non avesse dolore”; al v. 19, il suo grido “Mia potenza, o potenza, mi hai abbandonato” sembra indicare il Cristo divino che lascia il corpo dell’uomo Gesù; e l’affermazione che sulla croce “fu assunto” sembra riferirsi al suo spirito, non al corpo fisico.
Tuttavia, diversi studiosi nel XX secolo hanno messo in dubbio che questi passaggi siano necessariamente di natura docetista. Il v. 10 potrebbe indicare che Gesù taceva “come se” non avesse dolore, non che effettivamente non avesse dolore. Il grido del v. 19 è solo una parafrasi del grido di abbandono di Marco 15,34; e il suo “essere assunto” potrebbe essere semplicemente un eufemismo per “morire”. Inoltre, anche nei vangeli canonici il corpo di Gesù risorto non è un corpo umano normale, ma questo non li rende di natura docetista.
Per risolvere questi problemi, è utile tornare a ciò che Eusebio ci dice nel suo racconto di Serapione e il Vangelo di Pietro. Non vi è alcuna indicazione da parte di Eusebio (o di Serapione) che il vangelo fosse effettivamente scritto da una prospettiva docetista, ma solo che il libro, pur essendo per la maggior parte ortodosso, era aperto a un’interpretazione docetista (per questo era usato dai doceti). Il vangelo che abbiamo davanti a noi potrebbe corrispondere a questa descrizione: è in gran parte paragonabile ai vangeli del Nuovo Testamento, con alcuni passaggi che potrebbero essere interpretati in chiave docetista (sebbene non sia certo che fossero intesi in questo modo). Per questi motivi, la maggior parte degli studiosi oggi considera il “nostro” Vangelo di Pietro come quello a cui si riferiva Serapione alla fine del II secolo. Se questa identificazione è corretta, qual è il rapporto del libro con i vangeli canonici e qual è la sua datazione? La prima questione ha suscitato molte discussioni accademiche e varie proposte:
- Il Vangelo di Pietro è un pastiche dei vangeli canonici con aggiunte leggendarie (opinione della maggior parte dei primi commentatori).
- L’autore del Vangelo di Pietro ha letto i vangeli canonici e ha costruito il suo racconto basandosi sul suo ricordo di essi (Klauck).
- L’autore ha scritto indipendentemente dagli altri vangeli, basandosi su tradizioni orali relative a Gesù (Ehrman).
- Il Vangelo di Pietro si basa su una fonte antecedente ai vangeli canonici e conserva meglio questa fonte, rappresentando la forma più antica della tradizione della morte e risurrezione di Gesù (Crossan).
L’ultima opzione ha avuto pochi sostenitori. Dato che ci sono poche concordanze testuali con gli altri vangeli, è difficile stabilire che l’autore li abbia usati come fonti letterarie. È quindi più probabile che abbia costruito il suo testo sulla base di tradizioni orali e/o di ricordi di racconti letti in precedenza.
La questione della datazione del nostro testo è strettamente legata alla domanda se si tratta del libro conosciuto da Serapione e se il suo autore conosceva i vangeli del Nuovo Testamento. Se la risposta a queste due domande è affermativa, il libro deve essere datato alla metà del II secolo, quando i vangeli canonici erano già in circolazione e prima di Serapione. Recentemente, D. Lührmann ha sostenuto che ci sono prove concrete a favore di una datazione al II secolo. Secondo lui, esistono tre frammenti antichi del Vangelo di Pietro: P.Oxy. 294, P.Oxy. 400 e il frammento di Fayûm P.Vindob. G 2325. I primi due sono del II secolo e l’altro del III, il che suggerisce che il libro potrebbe essere circolato quasi mezzo millennio prima del codice di Akhmîm.
Pochi studiosi hanno accettato pienamente la tesi di Lührmann, ma le sue identificazioni potrebbero essere corrette. Che questi frammenti risalgano o meno al Vangelo di Pietro, ci sono ragioni per datare il testo a un periodo successivo ai vangeli canonici, probabilmente all’inizio o alla metà del II secolo. In particolare, l’accresciuta animosità nei confronti dei “giudei” per il loro coinvolgimento nella morte di Gesù e le aggiunte leggendarie ai racconti della sua morte e risurrezione si inseriscono bene in questo periodo.
Adriano Virgili
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