Bernhard Lichtenberg, una figura di rilievo nella Chiesa cattolica tedesca durante il periodo nazista, è ricordato come un simbolo di resistenza morale e spirituale contro le atrocità del regime di Adolf Hitler. Nato il 3 dicembre 1875 a Ohlau, nella Slesia, Lichtenberg fu ordinato sacerdote nel 1899 e, dopo vari incarichi in diverse parrocchie, nel 1932 divenne canonico della cattedrale di Berlino. La sua vita prese una svolta drammatica con l’avvento del nazionalsocialismo, un’ideologia che egli non poteva in alcun modo conciliare con i suoi profondi valori cristiani. Fin dai primi anni del regime nazista, Lichtenberg espresse apertamente il suo dissenso contro le politiche discriminatorie e violente nei confronti degli ebrei e di altri gruppi perseguitati. Con l’approvazione delle leggi di Norimberga nel 1935, che privavano gli ebrei tedeschi dei loro diritti civili e politici, Lichtenberg intensificò la sua attività di denuncia. Nel contesto di una società sempre più dominata dalla paura e dalla repressione, egli utilizzò il pulpito della cattedrale di San Hedwig per pronunciare omelie di fuoco che condannavano le ingiustizie e la brutalità del regime.
Lichtenberg non si limitò a parole di condanna; il suo impegno si tradusse anche in azioni concrete. Egli organizzò aiuti per gli ebrei perseguitati, offrendo loro rifugio e assistenza. Inoltre, protestò contro la sterilizzazione forzata dei disabili e la soppressione delle vite considerate “indegne di essere vissute” nel programma di eutanasia nazista, conosciuto come Aktion T4. Le sue azioni non passarono inosservate e attirarono l’attenzione della Gestapo.
Dopo la notte dei Cristalli, il pogrom antiebraico del 9-10 novembre 1938, Lichtenberg pregò pubblicamente per gli ebrei perseguitati e per i prigionieri dei campi di concentramento, sfidando apertamente il regime e continuò a farlo ad ogni messa nei mesi e negli anni a seguire. Questa preghiera pubblica divenne un atto di resistenza simbolica di grande rilevanza. La sua coraggiosa presa di posizione gli valse l’arresto il 23 ottobre 1941. Accusato di “sovversione del potere dello Stato” e di “aiuto ai nemici del Reich”, fu condannato a due anni di reclusione nella prigione di Tegel a Berlino. La detenzione di Lichtenberg fu segnata da condizioni estremamente dure. Nonostante la malattia e il deterioramento della sua salute, egli continuò a mantenere il suo spirito indomito e la sua fede incrollabile. Le sue lettere dalla prigione testimoniano una profonda spiritualità e un impegno costante per la giustizia e la dignità umana. Lichtenberg offrì un esempio luminoso di resistenza morale, dimostrando che la fede poteva essere una fonte di forza contro l’oppressione.
Scontata la sua pena, gli fu offerta la libertà in cambio dell’impegno da parte sua ad astenersi dal pronunciare omelie pubbliche fino al termine della guerra. Lichtenberg rifiutò la proposta e chiese invece di poter accompagnare i deportati ebrei e cristiani, al fine di servire in questo ministero pastorale. Fu quindi condannato alla deportazione nel campo di concentramento di Dachau. Tuttavia, la sua salute, già gravemente compromessa dalle dure condizioni carcerarie, non gli permise di sopportare il viaggio. Morì il 5 novembre 1943 a Hof, in Baviera, durante il trasferimento verso Dachau.
Nel 1965, Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah in Israele, lo riconobbe come Giusto tra le Nazioni per il suo coraggio nel difendere gli ebrei durante l’Olocausto. Nel 1996, papa Giovanni Paolo II lo beatificò, riconoscendo ufficialmente la sua vita di virtù eroiche e il suo martirio.
Lichtenberg è ricordato non solo per la sua opposizione al nazismo, ma anche per il suo impegno per i diritti umani e la dignità di ogni persona. Egli rappresenta un esempio potente di come la fede possa ispirare azioni di grande coraggio e di come la voce della coscienza possa risuonare anche nei momenti più bui della storia. La sua vita e il suo sacrificio continuano a essere fonte di ispirazione per chiunque si impegni per la giustizia e la pace.
Adriano Virgili
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