“Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2 Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3 dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. 4 Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5 Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 6 Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7 All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8 Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono” (Gen 18,1-8)
Il testo si apre con un’affermazione sorprendente: “Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre”. Ma subito dopo non vediamo un’apparizione gloriosa, bensì tre uomini che si avvicinano nella calura del giorno.
Questo è il modo tipico in cui Dio si manifesta nella Scrittura: non travolge, non impone, ma entra nella storia con discrezione, nella forma dell’umano, nella fragilità di un incontro ordinario e qui si rivela un tratto fondamentale della fede biblica: Dio non si impone con il potere, ma con la prossimità.
Talvolta passa accanto a noi sotto il volto di chi non ci aspettavamo, sotto il peso del quotidiano, nelle occasioni semplici che rischiamo di non notare.
Abramo corre incontro ai suoi ospiti, non sa ancora chi siano davvero quei visitatori, eppure corre, si
affretta, si piega a terra e non perché abbia timore, ma perché il suo cuore è pronto a riconoscere il mistero dell’altro.
Egli corre, si affretta, si premura , è quasi come se l’ospitalità precedesse la rivelazione, come se fosse la condizione per riconoscere Dio. L’ospitalità è infatti l’atteggiamento spirituale dell’uomo aperto, dell’uomo che non vive ripiegato sulle proprie certezze ma lascia spazio, crea una breccia nella propria giornata affinché un Altro possa entrare.
La cura che Abramo dedica ai suoi ospiti : acqua, riposo, pane, carne tenera, latte non è semplice
gentilezza: è un atto di culto. Tutto ciò che prepara è abbondante, quasi esagerato: l’ospitalità biblica non è la misura del necessario, ma l’eccedenza della gratuità.
Preparare un vitello tenero e buono per i tre ospiti, è un dettaglio che a prima vista sembra quasi
domestico, ma in realtà è profondamente rivelativo. In una società nomade e pastorale come quella di Abramo, il vitello non era un alimento comune, era un bene raro, costoso, destinato ai grandi banchetti, ai momenti di festa più importanti, e usato talvolta nei sacrifici.
Scegliere un vitello significa donare ciò che costa di più. Abramo non offre agli ospiti un pasto semplice o “di tutti i giorni”, non propone l’essenziale, ma l’eccezionale.
È un atto di ospitalità radicale: dare il meglio che si possiede a chi arriva come un viandante sconosciuto. Il testo sottolinea che Abramo “prese un vitello tenero e buono”, non un vitello qualunque: il migliore.
E di quel vitello, lui stesso si occupa della scelta, come a dire che il dono non è delegabile in ciò che conta, è il contrario della logica del risparmio spirituale, del dare all’altro solo ciò che ci avanza.
Per Abramo, l’ospite merita il superfluo trasformato in dono, il bene più prezioso trasformato in
comunione. La Scrittura suggerisce che quando l’uomo offre ciò che ha di più prezioso, Dio risponde offrendo una vita nuova; quando noi prepariamo una tavola generosa, Dio prepara per noi una promessa che supera ogni attesa.
E in questi giorni di Avvento prepariamo allora anche noi un buon spezzatino di vitello come quello offerto da Abramo ai tre “uomini”.
-Spezzatino di vitello “alla maniera di Abramo”-
Ingredienti (per 4 persone)
-800 g di vitello (spalla o cappello del prete), tagliato a pezzi
-3 cucchiai di olio d’oliva
-1 cipolla grande, tritata
-2 spicchi d’aglio schiacciati
-1 cucchiaino di cumino in polvere
-1 cucchiaino di coriandolo in polvere
-1 cucchiaino di paprika dolce (facoltativa)
-1 foglia di alloro
-Sale q.b.
-Pepe q.b.
-300 ml di brodo o acqua
-2 cucchiai di latte
Preparazione:
Scaldare l’olio in una pentola di terracotta o ghisa.
Aggiungere i pezzi di vitello e farli rosolare bene su tutti i lati finché prendono colore.
Toglierli e tenerli da parte.
Nella stessa pentola in cui abbiamo fatto rosolare la carne aggiungere la cipolla e l’aglio.
Far appassire a fuoco lento finché diventano morbidi e dorati.
Unire cumino, coriandolo e paprika e mescolare per far sprigionare il profumo.
Rimettere lo spezzatino nella pentola e aggiungere l’alloro, il sale e il pepe. Coprire con il brodo o l’acqua.
Portare a bollore, poi abbassare la fiamma e far cuocere piano 1 ora – 1 ora e mezza, finché la carne
diventa tenera.
Spegnere il fuoco e quando il sugo non bolle più, unire il latte e mescolare per ottenere una crema.
Per un tocco finale si puoi aggiungere un cucchiaino di burro chiarificato sopra il piatto caldo prima di servire.
Alessandra Fusco
“Immagini licenza creative commons”
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