Pop corn per il mese di Giugno-Consigli su film, serie tv ed altro. #film #cinema


“Michael” non è soltanto un film musicale o celebrativo: è soprattutto il racconto di un uomo consumato
dalla propria immagine. La sua forza sta proprio in questa tensione continua tra il bisogno disperato di
essere amato e l’impossibilità di sentirsi davvero visto come persona.
Il film mostra Michael Jackson come una figura quasi divisa in due. Da una parte c’è il performer assoluto:
perfezionista, magnetico, capace di controllare ogni gesto e trasformare il dolore in spettacolo. Dall’altra
c’è un bambino rimasto emotivamente incompiuto, cresciuto troppo in fretta dentro una famiglia dove
l’amore sembra spesso passare attraverso il successo. La pressione del padre non viene raccontata solo
come durezza educativa, ma come una forma di colonizzazione psicologica: Michael impara presto che il
suo valore coincide con la sua capacità di stupire.
Ed è qui che il film diventa interessante. La fama non appare come un premio, ma come una gabbia
identitaria. Michael non sa più distinguere il sé autentico dal personaggio pubblico. Ogni trasformazione
estetica, ogni ossessione per il controllo, ogni ricerca di perfezione sembra nascere da un conflitto
profondo con la propria immagine e con il proprio corpo. Il volto cambia continuamente perché l’identità
stessa è instabile.
Il film suggerisce anche un aspetto molto doloroso: Michael vive l’infanzia come qualcosa che gli è stata
sottratta. Per questo tende a idealizzare il mondo infantile, cercando rifugio in spazi sospesi, quasi irreali,
lontani dalla brutalità del mondo adulto. Non viene mostrato come semplice eccentricità, ma come
tentativo di sopravvivenza emotiva. La sua casa, i giochi, l’universo fiabesco che costruisce attorno a sé
sembrano il tentativo di creare retroattivamente un’infanzia sicura che non ha mai avuto.
Anche il rapporto col pubblico è ambiguo. Michael desidera amore universale, ma più viene idolatrato più
appare isolato. Il film rende bene questa contraddizione: milioni di persone lo guardano, ma nessuno
sembra davvero raggiungerlo. La celebrità estrema lo trasforma progressivamente in simbolo, e i simboli
finiscono per perdere il diritto alla fragilità umana.
Le scene musicali allora assumono un significato psicologico preciso: il palco è l’unico luogo in cui il caos
interiore trova ordine. Quando canta o danza, Michael sembra finalmente integrare tutte le sue fratture.
Fuori dal palco, invece, riemergono solitudine, diffidenza e bisogno compulsivo di controllo.
Il limite del film è forse quello di non affondare completamente nelle zone più oscure del personaggio,
mantenendo una certa protezione narrativa. Però proprio questa scelta crea un effetto particolare: Michael
rimane in parte indecifrabile, quasi irraggiungibile. E forse è coerente con la sua figura reale, perché il film
lascia la sensazione che nessuno, nemmeno lui stesso, abbia mai saputo davvero chi fosse Michael
Jackson lontano dalle luci.
Jaafar Jackson sostiene il film sulle spalle con una prova molto più complessa di quanto possa sembrare. Il
rischio principale era imitare Michael Jackson in modo superficiale, trasformandolo in una caricatura fatta
di tic, voce sussurrata e movimenti iconici. Invece Jaafar riesce spesso a evitare questo pericolo perché non
copia soltanto l’estetica di Michael: cerca di entrarne nella vulnerabilità.
La cosa più impressionante non è tanto la somiglianza fisica, che comunque colpisce, ma il modo in cui
occupa lo spazio. Sul palco ha una presenza quasi ipnotica: riesce a riprodurre quella miscela di fragilità e
controllo assoluto che rendeva Michael unico. I movimenti non sembrano semplici coreografie imparate;
danno l’impressione di nascere da una tensione interiore continua, come se il corpo fosse sempre
attraversato da energia nervosa.

Nelle scene private, invece, Jaafar abbassa completamente il ritmo. Parla piano, evita spesso lo sguardo
diretto, mantiene posture chiuse. Questo crea un contrasto molto forte con il Michael performer: davanti al
pubblico appare gigantesco, quasi sovrumano; da solo sembra un uomo che fatica ad abitare sé stesso.
Dal punto di vista psicologico, la sua interpretazione funziona perché non trasforma Michael in un santo né
in un mostro. Lo rende umano ma irrisolto. C’è sempre la percezione di qualcuno che cerca disperatamente
approvazione e sicurezza emotiva, pur essendo adorato dal mondo intero. Jaafar comunica bene questa
dipendenza dallo sguardo degli altri: ogni applauso sembra nutrirlo e svuotarlo allo stesso tempo.
Anche nei momenti di silenzio l’attore riesce a trasmettere molto. Spesso il volto appare come “spento”
fuori dalla scena, quasi dissociato, mentre durante le performance si illumina improvvisamente. È come se
il personaggio esistesse davvero solo quando viene guardato. Questa dualità è probabilmente l’aspetto più
riuscito della sua interpretazione.
Il fatto che Jaafar sia il nipote reale di Michael aggiunge un livello emotivo ulteriore. In alcuni momenti
sembra quasi portare addosso non soltanto un ruolo, ma un’eredità familiare enorme. E il film funziona
soprattutto quando lui smette di “interpretare Michael Jackson” e lascia emergere la fatica umana dietro il
personaggio.

Maria Alessia Del Vescovo

“Quanto basta” è un film italiano del 2018, diretto da Francesco Falaschi, che riesce ad affrontare un tema
molto delicato, quale l’ autismo o più precisamente la Sindrome di Asperger, con grande semplicità,
sensibilità e umanità. È una commedia che alterna momenti ironici ad altri più profondi e commoventi,
lasciando allo spettatore non solo emozioni, ma anche molte riflessioni sul valore delle relazioni,
sull’inclusione e sulla possibilità di cambiare grazie all’incontro con l’altro.
Il protagonista del film è Arturo, interpretato da Vinicio Marchioni, uno chef di talento che ha costruito la
propria vita puntando tutto sul successo professionale. È un uomo molto preparato nel suo lavoro, ma allo
stesso tempo arrogante, impulsivo e incapace di gestire i rapporti umani. Dopo una lite violenta e alcuni
problemi con la giustizia, Arturo viene condannato a svolgere lavori socialmente utili presso un centro per
ragazzi autistici ed è qui che incontra Guido, interpretato da Luigi Fedele, un giovane con sindrome di
Asperger che possiede una memoria eccezionale e una grandissima passione per la cucina.
All’inizio il rapporto tra i due appare difficile. Arturo è infastidito dal comportamento rigido e preciso di
Guido, mentre Guido fatica a comprendere il carattere impulsivo dello chef, tuttavia, proprio attraverso la
cucina, i due iniziano lentamente a conoscersi e a creare un legame sincero. Arturo comprende che Guido
non è definito dalla sua condizione, ma è una persona ricca di capacità, sensibilità e intelligenza. Guido,
invece, trova in Arturo qualcuno disposto finalmente a credere in lui e a valorizzare il suo talento.
Uno degli aspetti più belli del film è proprio il modo in cui affronta il tema dell’autismo. Spesso il cinema
rischia di raccontare queste realtà in maniera superficiale o stereotipata, mentre “Quanto basta” riesce a
trovare un equilibrio molto umano. Guido non viene mai trattato con pietismo, ma viene presentato nella
sua completezza, un ragazzo con difficoltà, ma anche con sogni, desideri e grandi capacità. Il film mostra
quanto spesso siano i pregiudizi e l’incapacità degli altri di comprendere la diversità a creare le vere
barriere.
Molto significativo è anche il percorso di crescita di Arturo. All’inizio del film appare concentrato solo su sé
stesso e incapace di mettersi nei panni degli altri ma l’incontro con Guido lo costringe a rallentare, ad
ascoltare e a guardare la vita in modo diverso. Piano dopo piano, Arturo smette di sentirsi superiore e
scopre il valore dell’empatia e della responsabilità ed è interessantissimo vedere come il cambiamento non
avvenga attraverso grandi discorsi, ma grazie alla quotidianità, ai piccoli gesti e al tempo condiviso insieme.

La cucina assume nel film un ruolo simbolico molto importante, non è soltanto il luogo dove si preparano i
piatti, ma diventa uno spazio di incontro e comunicazione ed è proprio attraverso il cibo che i personaggi
imparano a conoscersi, a fidarsi e a collaborare. La cucina rappresenta anche l’idea dell’equilibrio, proprio
come in una ricetta serve “quanto basta” di ogni ingrediente, così nella vita servono equilibrio, pazienza,
ascolto e sensibilità nei rapporti con gli altri.
Il titolo del film, infatti, racchiude un messaggio molto profondo, “Quanto basta” non riguarda solo la
cucina, ma anche la vita stessa. A volte basta poco per cambiare il destino di una persona, uno sguardo
diverso, un’occasione, qualcuno che creda davvero nelle nostre capacità. Il film invita a riflettere sul fatto
che ogni persona ha bisogno di essere accolta e valorizzata per ciò che è, senza essere giudicata solo dalle
proprie fragilità o difficoltà.
E questo mi ha riportato alla mente la frase del Libro di Isaia: “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei
prezioso e ti amo”.
Arturo è proprio questo che fa, impara ad amare gli altri senza giudizio, nel trascorrere della pellicola
incomincia a guardare Guido come un amico prezioso, qualcuno da guidare , rinuncia alla propria occasione
di rilancio lavorativo per stare accanto al suo “allievo”.
In conclusione “Quanto basta” è un film che parla di amicizia, inclusione, crescita personale e seconde
possibilità. È una storia semplice ma capace di lasciare un messaggio importante: la diversità non deve fare
paura, perché ogni persona possiede un valore unico che merita di essere riconosciuto ed amato, ogni
persona è figlia amata del Signore e come tale deve essere rispettata e accolta.
Alessandra Fusco


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