Caravaggio.1. Ombre su San Giovanni. #gialloestivo #furtocaravaggio #mariuszerafa

Malta, 31 Dicembre 1984.

Il giorno moriva su La Valletta. Un vento freddo, carico del sale dello Ionio, s’insinuava nei vicoli della capitale, mentre le acque del Porto Grande si agitavano scure. Era la vigilia di Capodanno e la maggior parte dei maltesi si preparava al cenone, attendendo il rintocco delle campane che avrebbero salutato il 1985. Ma non tutti.

Nella penombra della Co-Cattedrale di San Giovanni, il tempo non correva verso il futuro. Strisciava, denso e silenzioso, come un predatore. L’aria era pregna dell’odore secolare di cera, incenso e pietra umida. Un odore di sacro. Un odore che stava per essere profanato.

Tre figure si muovevano con un’economia di gesti che tradiva premeditazione. Il primo srotolò un cartello di tela cerata: “LAVORI DI MANUTENZIONE – AREA NON ACCESSIBILE”. Lo appese, isolando l’Oratorio, la cappella che custodiva i tesori più grandi di quel luogo di culto. Un gesto semplice che trasformava un santuario in una scena del crimine.

Il secondo si avvicinò alla meta. Scrutava la tela con la freddezza di un chirurgo: era il San Girolamo Scrivente di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il santo, ritratto nella sua vecchiaia ascetica, era immerso in un buio squarciato da una luce divina, la mano destra ferma sul libro, pronta a vergare l’ultima parola della Vulgata.

Mentre il terzo uomo, il più giovane, fungeva da palo, l’uomo più alto estrasse un taglierino. Il primo taglio fu un sussurro, un sibilo sacrilego che lacerò il silenzio. Tagliava lungo il bordo interno della magnifica cornice dorata. Quando l’ultimo lembo di tela venne reciso, il dipinto si afflosciò. Lo deposero a terra, ma la pesante cornice si staccò dal gancio e cadde con un tonfo sordo. Il rumore fu come un colpo di cannone, eppure nessun allarme risuonò. Erano ancora soli.

Con dita avide e tremanti, arrotolarono il capolavoro. Il volto di San Girolamo scomparve nelle spire scure della tela. Aprirono una finestra laterale dell’Oratorio e, senza una parola, gettarono il Caravaggio nel vuoto. Atterrò su un cumulo di cartoni, un fagotto anonimo nell’oscurità. Il furto era compiuto.

Dietro di loro, rimaneva solo una cornice vuota, un cartello beffardo e un silenzio più terribile di prima. Il San Girolamo era sparito.

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Padre Marius Zerafa, frate domenicano e direttore dei Musei Nazionali di Malta, amava il silenzio della sua stanza, luogo di preghiera e di studio. Aveva dedicato la vita a Dio e all’arte, entrambi manifestazioni del sublime che, per lui, erano facce della stessa medaglia. Dirigere i musei non era un lavoro, era una vocazione. Ogni dipinto era un figlio da proteggere. E il figlio prediletto, quello più geniale e tormentato, era senza dubbio il San Girolamo Scrivente.

Marius stava rileggendo le pagine di Bellori sul carattere impossibile del Merisi – un uomo che dipingeva la santità col fango delle strade, trovando la luce divina nelle tenebre più fitte – quando il telefono squillò.

«Pronto, padre Zerafa.»

Dall’altro capo del filo, una voce rotta dal panico. Era Carmelo, l’anziano custode della Co-Cattedrale.

«Padre… per l’amor di Dio, venga subito! Il San Girolamo… non c’è più! La cornice è a terra, vuota! C’è un buco nel muro!»

Il mondo di Marius Zerafa si capovolse. Lasciò cadere la cornetta e, senza nemmeno infilarsi il cappotto sulla tonaca, si precipitò nella notte gelida. Guidò verso La Valletta come un automa. Si sentiva come un padre a cui hanno comunicato il rapimento del figlio. Un’infinita, schiacciante colpa lo opprimeva.

Quando entrò nell’Oratorio, superando i cordoni della polizia, vide il vuoto. Era peggio di quanto avesse immaginato. Lo spazio nudo sulla parete sembrava un’entità viva, una ferita nera che sanguinava oscurità. Era un’amputazione. Avevano amputato l’anima di quel luogo.

L’ispettore capo Antoine Borg si avvicinò con calma professionale. «È un disastro incalcolabile,» mormorò Zerafa.

«Lo vedo,» annuì Borg. «Hanno usato una lama affilata, non sono dilettanti. Ma deve prepararsi al peggio, Padre. Opere di questo calibro di solito spariscono per sempre.»

«No,» disse Zerafa, con una fermezza che sorprese persino sé stesso. Si avvicinò alla parete vuota, posandovi una mano, quasi a cercarne l’energia. «Io non mi preparerò al peggio. Io mi preparerò a combattere. Questo dipinto non è solo tela. È un testamento. È un grido. E io lo troverò.»

L’ispettore rimase in silenzio. Vedeva un uomo ferito, ma non sconfitto, e per la prima volta quella sera, sentì un barlume di speranza.

Fuori, le campane annunciarono la mezzanotte e l’arrivo del 1985. Per tutti era un nuovo inizio; per Padre Zerafa, davanti al buio profanato del suo museo, era l’inizio di un combattimento.

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Tornato in camera, nel silenzio sacro, Zerafa sentiva che iniziava un momento cruciale. Era solo un dipinto. Di valore inestimabile, certo, ma pur sempre un dipinto. Oppure no?

“Com’è che diceva il padre Antonio Ryo Marin nelle sue lezioni?” pensò. “L’aspetto negativo della vita cristiana si riduce alla lotta contro tutto quanto costituisce un impedimento alla nostra santificazione”.

In effetti, il furto non era solo una violazione del settimo comandamento o un delitto contro la giustizia. In quel caso, era un atto diretto contro la bellezza. E la bellezza è un attributo di Dio. Dio è verità e bontà, ma soprattutto è bellezza. Nel corso dei secoli, gli artisti hanno cercato di offrire al mondo questa bellezza trinitaria che supera le capacità umane.

Perché l’arte poteva farlo? Perché, appunto, la bellezza è dono stesso di Dio, che incarnandosi in Cristo si mostra per quello che è: un Dio bello, origine dell’amore, che vuole comunicare salvezza tramite la bellezza.

“Dunque, per me questo è quasi un comandamento,” rifletté Zerafa. “È un combattimento spirituale ritrovare il Girolamo. È una lotta perché la giustizia e la bellezza siano di nuovo offerte al mondo, a Malta e a La Valletta. È un combattimento per far rifiorire le anime contro un mondo che, ancora oggi, è pieno di tenebre, di egoismi e di persone che si ritengono superiori a Dio.”

La sua non era la semplice ricerca di una tela rubata. Sperava che quel ritrovamento potesse diventare una riscoperta. Non solo per riavere un capolavoro che testimoniava la fede di un uomo oppresso e tormentato come Caravaggio, ma per restituire al mondo un barlume di luce. Sperava che quel combattimento portasse a riscoprire, come direbbe Gilbert Keith Chesterton, ciò che c’è di bello nel brutto del mondo.

Si strinse nell’abito domenicano, pregò il rosario e poi si addormentò, affidandosi alla grazia per la battaglia che l’attendeva.


Un testo di

Fr Gabriele Scardocci OP

Giovanni Covino https://bricioledifilosofia.com/

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