Un mistero da risolvere, un capolavoro scomparso, un investigatore d’eccezione. Briciole Filosofiche e Club Theologicum presentano un nuovo giallo estivo ispirato a uno degli episodi più affascinanti della storia dell’arte: il furto del celebre dipinto “San Girolamo scrivente” di Caravaggio.
Chi ha osato trafugare il capolavoro? Quali interessi si nascondono dietro la sua scomparsa? E come riuscirà Zerafa a risolvere un enigma che sembra senza soluzione? Chi sosterrà il frate?
L’estate del mistero è cominciata.
Se non hai letto i capitoli precedenti:
- Caravaggio, 1. Ombre su San Giovanni.
- Caravaggio, 2. Incubi.
- Caravaggio, 3. La lettera.
- Caravaggio, 4. Il valzer delle bugie.
- Caravaggio.5. L’indagine silenziosa
Le notti al priorato, nei giorni più cupi e stagnanti dell’indagine, sembravano dilatarsi all’infinito. Padre Marius, chiuso nel silenzio della sua stanza, cercava conforto non nei manuali di criminologia, ma nelle pagine a lui più familiari della Summa Theologiae. In quel periodo fatto di estenuanti attese e squilli di telefono improvvisi, la mente del domenicano maltese tornava costantemente a un interrogativo profondo: cosa stavano realmente tenendo in ostaggio quei criminali? Non si trattava di semplice tela coperta di pigmenti antichi. La posta in gioco era qualcosa di infinitamente più grande. Era il Bello.
Zerafa sapeva bene che, pur non avendo San Tommaso d’Aquino dedicato un trattato sistematico ed esclusivo all’estetica, la nozione di bellezza pervade l’intera sua opera metafisica come un fiume sotterraneo. Pensò:
“Il pulchrum, il bello, si affianca ai trascendentali dell’essere: l’unum, il verum, il bonum. Ogni ente, in quanto esiste, è uno, vero, buono e, intrinsecamente, bello. I trascendentali sono le determinazioni proprie di ogni ente in quanto ente. Ma cosa definisce questa bellezza che i ladri hanno brutalmente strappato al suo tempio e alla vista dei fedeli?”
Ci pensò un poco. Poi prese carta e penna ed iniziò a scrivere qualcosa.
“San Tommaso individua tre condizioni necessarie per la bellezza, tre pilastri che tragicamente vanno sgretolarsi nell’oblio di quel furto.
La prima è l’integritas sive perfectio, l’integrità o perfezione. Un’opera è bella quando è compiuta, priva di deformità o menomazioni.”
Zerafa si convinse che questo concetto aveva smesso di essere teoria filosofica nel momento in cui il frate si era trovato nello studio del poliziotto Borg per mostrare la Polaroid appena ricevuta dai ricattatori. Le immagini disordinatamente e in modo confusionario entravano ed uscivano nella sua mente. Continuò:
“San Tommaso insegna che la prima condizione del bello è l’integritas. Un’opera mutilata perde la sua compiutezza ontologica. Non hanno solo danneggiato un bene dello Stato; l’hanno sfregiata, ferendo l’essere stesso del dipinto.”
Si fermò ancora. Riprese.
“La seconda condizione è la debita proportio sive consonantia, la giusta proporzione o armonia.Nel pensiero dell’Aquinate, l’armonia non è solo la corretta disposizione geometrica delle parti, ma la relazione opportuna di ogni cosa con il suo fine e, in ultima istanza, con il Creatore. Caravaggio aveva concepito quel San Girolamo per un luogo sacro, per intessere un dialogo silenzioso con Dio e con gli uomini immersi nella penombra, dove il rosso del manto del Santo e il teschio sul tavolo richiamavano la transitorietà della vita e l’eternità dello spirito. Sradicandolo dal suo luogo d’elezione, i ladri ne avevano distrutto la proportio, trasformandolo in un oggetto estraniato e decontestualizzato.
Tuttavia, era la terza condizione a tormentare maggiormente l’animo del frate.
“La claritas, lo splendore. Per Tommaso, la bellezza è la forma che risplende e manifesta se stessa; è la verità e il bene che fioriscono e si rendono visibili. Il Merisi è il maestro assoluto della claritas, di quella luce divina che fende le tenebre del peccato e della finitezza umana. Eppure, adesso, quella stessa luce era prigioniera del buio, arrotolata in un nascondiglio umido in una zona più o meno ignota.
Quella brutalità sorda a ogni splendore si manifestava a ogni squillo del telefono.
Ricordò ogni momento della telefonata coi rapitori di Caravaggio e di come Zerafa era rimasto a fissare la cornetta muta. Quell’uomo aveva il Caravaggio tra le mani, eppure, spiritualmente, non lo possedeva affatto.
Smise di ricordare e continuò a pensare.
“Nella Summa Theologiae, San Tommaso formula una definizione di bellezza fulminea e insuperabile: «Pulchra dicuntur quae visa placent», ovvero, si dicono belle le cose che, viste, piacciono. Qui risiede la differenza abissale tra coloro che amano l’arte di Dio e quei criminali. Il pulchrum ha un rapporto privilegiato e costitutivo con il piacere, una delectatio che, quando coinvolge l’intelletto umano di fronte alla vera bellezza, si eleva a gaudium, a pura gioia. E questo gaudio avviene “al solo guardarla”, senza alcuna necessità di possederla materialmente o di trarne profitto.
I ricattatori, al contrario, non vedono alcuna bellezza. Per loro il San Girolamo non era un fine da contemplare, ma un mezzo da sfruttare per far soldi. Avevano ridotto un trascendentale a mero valore di scambio. Vogliono appropriarsene fisicamente, vittime della folle illusione che l’avidità potesse incatenare lo splendore, ignorando che la molteplicità esasperata del vizio rende l’animo cieco e incomprensibile la grazia.”

Fu in quelle lunghe notti di riflessione che Zerafa comprese appieno la statura della sua missione. “Non sto semplicemente collaborando con le autorità per sventare un’estorsione; sto, in primo luogo, combattendo la mia battaglia metafisica. Tempo fa dissi, per la verità, eppure c’è altro. Come lo scienziato è attratto dalla realtà perché essa è vera e buona, è per me necessario e vitale di salvare il bello. Recuperare il dipinto significa compiere un atto di giustizia ontologica. Significa restituire all’opera la sua integritas attraverso un futuro, meticoloso restauro; riportarla alla sua consonantia riappenderla tra le navate; ma soprattutto, significava liberare la sua claritas. Io direi soprattutto che, con l’aiuto di Dio, recuperare il Caravaggio, significa offrire un dono di contemplazione di Dio. Perché giustizia ed amore vanno insieme. E contemplare è amare Dio.”
Zerafa doveva strappare quell’opera dalle tenebre dell’ignoranza affinché potesse tornare a risplendere, restituendo all’umanità la grazia di poterla guardare e, semplicemente, di provarne gioia.
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