Elisabetta e il suo no.23 dicembre. #novenadigitale2022

A monte la luce

che scorre intorno alle cose

deve aver cambiato il suo corso

Al mattino in casa

la senti circolare

diversamente di stanza in stanza

senza scomodare a prima vista

il loro assetto secolare

ma noi, così abituati

all’arcipelago delle nostre presenze

sentiamo fra i cuori

la leggera pressione dell’aria spostata

dalla nuova piccola anima.[1]

Così il poeta francese Jean Pierre Lemaire descrive “lo sbarco” in casa della piccola Myriam, la nuova arrivata: la luce è quella di sempre, ma al tempo stesso sembra essere un’altra, le mura familiari sono investite di un’energia d’altro segno che rimescola le carte e preme sul cuore dei suoi abitanti in modo quasi impercettibile.

Un turbinio di emozioni, di abbracci, un ronzio di visite doni dev’essere la casa di Elisabetta e Zaccaria, ora che il tempo del parto si è compiuto e che Giovanni è finalmente un bimbo in carne ed ossa, non più solo una promessa improbabile dell’angelo, o quel mini-profeta in pectore che esulta al primo incontro con il Messia.

La gioia di amici e parenti è tanto più forte ora quanto insperata e forse temuta è stata, nei mesi precedenti, la notizia di una gravidanza in età avanzata. Oltre all’episodio della Visitazione non abbiamo da Luca altri dettagli sul prima, ma possiamo presumere che, a partire da quel primo annuncio che ha ammutolito il padre per incredulità, non sia stata esattamente una “dolce”attesa. Perché sì, Zaccaria è un giusto, un uomo di Dio, frequenta il tempio con assiduità e disinvoltura, ma pur non essendo un sepolcro imbiancato non è pronto quel giorno, su due piedi, all’irrompere di una promessa più grande nella sua vita scandita nel tempo ordinario. Di Elisabetta non sappiamo neppure come abbia appreso  la notizia, se anche lei abbia potuto credere grazie a un annuncio ad hoc di cui non vi è traccia scritta, o se si sia dovuta fidare di quanto accaduto a suo marito.

Certo è che già nell’episodio della Visitazione la avevamo incontrata spalancata alla grazia di Dio, pronta a riconoscere il Salvatore, forse già trasformata da dentro, nel legame intimo e viscerale che la sua femminilità stabiliva col Mistero.

Ma tornando al presente, siamo all’ottavo giorno dalla nascita e, nell’entusiasmo dell’imminente festa di rito, monta il chiacchiericcio di tutti sul nome da dare al piccolo: non vi è dubbio che debba chiamarsi come suo padre, entrare cioè a far parte di un gruppo, identificarsi con la sua storia e la sua parabola.

E allora assistiamo senza troppi preamboli narrativi alle loro rispettive prese di posizione in merito: dapprima alla sintetica risposta di lei, che scandisce innanzitutto un “no” e rimanda al mittente i tentativi di invasione di campo, tracciando chiari i confini di un territorio misterioso, che già fra nei contorni del suo stesso corpo ha imparato, per amore, a non considerare un possesso.

“Si chiamerà Giovanni” in quanto “dono di Dio”, che nella sua misericordia raccoglie l’infertilità di questa coppia così come il limite sterile di ciascuno di noi, per esaudire, per porvi dentro uno scarto, un’accelerazione tutta Sua che da soli non potremmo darci. Ma la dinamica del “Dio con noi” va ben oltre una manifestazione di onnipotenza, perché quanto è vero che il Signore getta gratuitamente un piccolo seme nella vita di ogni uomo, anche in situazioni degne della sola rassegnazione, è vero anche che poi sa attendere che sia la nostra maturità ad accoglierlo, la nostra perseveranza a coltivarlo, il nostro coraggio a proteggerlo, sia pure dalle buone intenzioni di chi ci sta attorno e si pronuncia, come i vicini di questo Vangelo, che se vogliamo stanno anche alle parti più tradizionaliste del nostro essere che non amano fare balzi in avanti.

Non ancora rassegnati, i parenti tornano alla carica con Zaccaria, il quale dal canto suo utilizza il solo mezzo rimastogli, la scrittura, per ribadire che le logiche umane devono fare un passo indietro davanti al miracolo che ha trasformato lui e il suo destino: “Giovanni è il suo nome”.

Com’è cambiato quest’uomo dalla prima sua reazione titubante, è già un padre a cui affidare le decisioni importanti, un uomo che non si sottrae davanti alla sua responsabilità: forse è questo il segno di senso opposto che il Signore vuole manifestare restituendogli allora il bene prezioso della parola, sciogliendo in lui e in ognuno di noi il nodo amaro che impedisce di proclamare una fede certa, quel nodo che si costituisce quando preferiamo un discreto scetticismo, una sospensione del giudizio, perché la voce dell’amore vero ci scuote nel profondo.

“Che sarà mai questo bambino”, si chiedono quindi gli altri, riconoscendo infine la sua estranea unicità. Che forti di mille ostacoli superati, di tante cadute rilette in un disegno più grande, anche noi possiamo in questo tempo di avvento farci padri e madri forti e amorevoli; che il dono che il Signore ha in serbo, come un bimbo fragile e prezioso, trovi nella nostra casa uno spazio nuovo, seppur inapparente, per crescere e farsi grande.

Martina Cicogna

Foto di Gerd Altmann da Pixabay


[1] En amont la lumière/ qui ruisselle autour des etres/ a du changer de cours/Le matin dans la maison/on la sent qui circule/ autrement de pièce en pièce/sans déranger visiblement/leur disposition séculaire/mais nous, si bien habitués à l’archipel de nos présences/nous éprouvons entre nos cœurs/l’infime pression du courant déplacé/par la nouvelle petite âme.

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