
Non ero potuta andare a vedere Buen Camino e partecipare al rito collettivo della risata liberatoria nel
periodo Natalizio proprio perché, alla faccia del buen camino, mi ero fratturata il malleolo con conseguente
gesso e pit stop prolungato. Ma nel frattempo ho continuato a leggere recensioni e raccogliere commenti.
Quelli un po’ altezzosi e delusi degli intellettuali, quelli entusiastici di gente che giura di aver riso dall’inizio
alla fine e quelli quasi adoranti e mistici che praticamente hanno avuto una rivelazione.
Allora, partiamo da un dato di fatto: il film ha incassato più di 75 milioni di euro ( più 10 euro miei di
domenica scorsa), questo significa che ha avuto un successo incredibile: la gente ha voglia di ridere e il
buon Checco Zalone ha buon credito. E avevo voglia di ridere anch’io: se devo essere sincera io non sono
una gran fans di Zalone, ma i suoi film li trovo abbastanza divertenti anche se per me rimane insuperabile
Quo Vado: lì si che ho riso fino alle lacrime. In questo film ho riso il giusto, le gag di Zalone sono sempre
azzeccate, e apprezzo tantissimo il suo politicamente non corretto.
Nel film dà vita ad un personaggio abbastanza fastidioso: vanesio, sbruffone, egocentrico al massimo, e c’è
da capire assolutamente la povera figlia Cristal che, ogni volta che il padre apre bocca, avrebbe voglia in
sequenza di farlo sparire o di sparire lei stessa. E in effetti Cristal cerca di sparire, sia dal padre (che
funziona più o meno da bancomat), sia dalla madre intellettualoide con il nuovo compagno: intellettuali
snob contro il sistema e società dei consumi, ma ovviamente in un appartamento enorme e super lussuoso.
E così zitta zitta (ma forse non troppo) fa la cosa più semplice e normale: è alla ricerca di qualcosa, di sé
stessa probabilmente e quindi si mette in cammino sul sentiero di Santiago di Compostela. Con altri
pellegrini, con altri camminatori, vuole fare tutte le tappe, tutte le cose che fanno gli altri, provando una
libertà e una gioia che si intravede nel suo sorriso. La ragazza è alla ricerca di qualcosa, vuole di più che
l’ultima borsetta da parecchie migliaia di euro con cui il padre cerca di dissuaderla. Si perché il Zalone, il
ricco e viziato Zalone, riluttante , ma nello stesso tempo tenace, si mette a seguirla (la madre con il
compagno che guardano dall’alto al basso lo zotico Zalone, si limitano a fare denuncia alla polizia); lui, il
padre no. Stupido sbruffone, convinto che i soldi possono tutto (e infatti possono tanto, ma non tutto), non
molla la fanciulla. Non c’è niente di sentimentale, di eclatante in quello che fa, e nemmeno di rivelatore:
rimane sempre il solito ricco, irrimediabile e irrecuperabile cafone, convinto di se stesso, ma come posso
dire: uno sbruffone, “sincero”, genuino.
Quindi il padre Zalone, che non ricorda nemmeno quando è nata la figlia, la segue, anche perché sul
cammino incontrano tutti e due Alma. Una bella donna che in qualche modo li affianca, si fa carico dei due:
con tranquillità, senza essere invadente, senza troppo parole, ma con quelle giuste, con una scintilla
divertita e ironica, a volte stupita, ma gentile, nel suo sguardo. Ed è quella che dice le parole giuste:
“Checco un padre, se lo vuole, può fare miracoli”. E Checco, quando la figlia cade e vuole smettere il
Cammino, la sprona, la prende in braccio, la spinge in carozzella fino al termine. E al termine il buon Zalone,
dopo aver fatto figure e figuracce, ma con nonchalance, arriva insieme agli altri pellegrini del gruppo che si
è formato spontaneamente, e lì finalmente la bella e cortese Alma si svela, con un coup de thèatre che ha
fatto urlare al miracolo le anime pie e storcere il naso agli intellettualoidi.
Vi è un punto del film che mi ha fatto sussultare: quando il padre dice alla figlia, mentre cerca di convincerla
a prendere la borsetta super lussuosa e a tornare a casa, che lei è una pariolina, non è adatta a fare la
pellegrina: lì tutta il dolore, e la rabbia quasi impotente della figlia che si sente “definita” e confinata in
ruolo, mentre lei vuole qualcosa di diverso, mi ha colpito e fatto pensare a quante volte noi ingabbiamo gli
altri, soprattutto i figli, in un giudizio che sembra una condanna.
Il finale è tutto lì: nello svelamento di Alma, e nel continuare a camminare di Checco che forse deve
mettere a punto un po’ la sua visione della vita. E viene raggiunto da Cristal che lo chiama finalmente papà.
Che dire? Film divertente, un po’ irriverente come è nel suo stile, ma anche originale nella tematica, ho
trovato un po’ fuori contesto tutta la parte della malattia del protagonista, ma sembra che anche quella
abbia avuto il suo perché, e pure la sua utilità.
Insomma, non ho urlato al miracolo, ma mi è piaciuto e, come a molti, mi ha fatto venire voglia di fare il
Cammino di Santiago. Del resto, volenti o no, consapevoli o no, siam tutti pellegrini verso una meta: la cosa
bella e necessaria sarebbe incontrare una Alma che ci affianchi con gentilezza nel nostro cammino. E
questo è l’augurio che mi faccio, oltre, naturalmente, a quello di poter farsi quattro risate in tutta serenità.
Cristina Vercelli

Ci sono film che raccontano grandi avventure, e altri che, con pochi personaggi e uno spazio ristretto,
riescono a parlare dell’animo umano con sorprendente profondità. The Banshees of Inisherin, diretto da
Martin McDonagh, appartiene decisamente alla seconda categoria. Ambientato su una piccola isola
immaginaria della costa irlandese nel 1923, mentre sul continente infuria la guerra civile irlandese, il film
mette in scena una storia semplice e allo stesso tempo inquietante: l’improvvisa rottura di un’amicizia.
Pádraic e Colm sono stati amici per tutta la vita. Ogni giorno si incontrano al pub, scambiano parole
tranquille, condividono il tempo lento dell’isola. Un giorno però Colm decide che non vuole più parlare con
Pádraic. Senza spiegazioni convincenti, senza un vero litigio. Semplicemente, decide di interrompere ogni
rapporto.
Questa decisione inspiegabile è il motore di tutto il film.
Pádraic, interpretato con grande delicatezza da Colin Farrell, è un uomo semplice, quasi ingenuo. Non
riesce a capire perché l’amico lo respinga così bruscamente. Continua a cercarlo, a parlargli, a chiedergli
spiegazioni. Colm invece è determinato: vuole dedicare il tempo che gli resta nella vita a qualcosa che lasci
una traccia, alla musica, alla composizione. Non vuole più perdere tempo con conversazioni che considera
vuote.
All’inizio questa scelta può sembrare quasi comica. Ma lentamente la vicenda assume un tono sempre più
amaro. Colm arriva addirittura a minacciare di mutilarsi se Pádraic continuerà a parlargli. Da quel momento
la storia scivola verso una spirale di dolore e incomprensione che coinvolge anche gli altri abitanti dell’isola.
La bellezza del film sta nel modo in cui questa storia apparentemente minima diventa una riflessione
profonda sulla natura umana. In un piccolo mondo isolato, dove tutti si conoscono e dove il tempo sembra
scorrere più lentamente, emergono con chiarezza alcune dinamiche universali: l’orgoglio, la solitudine, la
paura di essere insignificanti, il bisogno di essere riconosciuti.
Ma soprattutto emerge una domanda: cosa succede quando il cuore dell’uomo si chiude?
Nel film non c’è una grande colpa originaria. Non c’è un tradimento clamoroso. Eppure, passo dopo passo,
la distanza tra i due amici diventa un abisso. L’ostinazione di Colm e la disperazione di Pádraic generano una
catena di eventi sempre più dolorosi.
È difficile non vedere in questa vicenda una sorta di parabola sull’orgoglio umano. Quando una relazione si
spezza e nessuno dei due è disposto a fare un passo verso l’altro, il male cresce quasi da solo. Come una
crepa che lentamente allarga il muro.
In questo senso il film sembra suggerire qualcosa che la tradizione cristiana conosce molto bene: il male
spesso non nasce da grandi gesti drammatici, ma da piccoli indurimenti del cuore. Da un rifiuto, da una
parola non detta, da un perdono che non arriva.
Anche l’ambientazione contribuisce a questo significato simbolico. L’isola è splendida, con i suoi prati verdi,
il mare e le scogliere battute dal vento. Ma proprio questa bellezza naturale rende ancora più evidente la
chiusura dei personaggi. In mezzo a un paesaggio così vasto e luminoso, gli uomini sembrano incapaci di
trovare una via di riconciliazione.
Sul continente, intanto, si combatte una guerra civile tra irlandesi. Le esplosioni si sentono in lontananza.
Non è difficile cogliere il parallelo: anche le grandi guerre nascono spesso da fratture che nessuno ha voluto
sanare.
C’è poi una figura enigmatica che attraversa il film: una vecchia donna del villaggio, quasi una presenza
profetica, che osserva gli eventi con uno sguardo misterioso. Il suo personaggio richiama la figura folklorica
della banshee, spirito della tradizione irlandese che annuncia la morte. Non è una presenza apertamente
soprannaturale, ma introduce un senso di destino e di inquietudine che accompagna tutta la storia.
Eppure, nonostante la cupezza di alcuni momenti, il film non è privo di compassione. I personaggi non sono
mostri: sono uomini fragili, feriti, incapaci di trovare una strada diversa.
Forse è proprio qui che si trova il punto più interessante per uno sguardo spirituale. The Banshees of
Inisherin non offre una soluzione esplicita, ma mostra con chiarezza quanto sia fragile il tessuto delle
relazioni umane. Senza pazienza, senza misericordia, senza la disponibilità a perdonare, anche un’amicizia
di una vita può dissolversi.
Il Vangelo ricorda spesso l’importanza della riconciliazione: “Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì
ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono e va’ prima a riconciliarti con il tuo
fratello”. È un invito semplice e radicale allo stesso tempo. La pace non nasce da sola: va cercata, custodita,
ricostruita.
Guardando il film, viene quasi spontaneo chiedersi cosa sarebbe successo se uno dei due amici avesse
trovato la forza di fare quel passo.
Forse proprio questa domanda, lasciata sospesa alla fine della storia, è il dono più prezioso che il film offre
allo spettatore: ricordarci quanto sia importante non lasciare che il silenzio, l’orgoglio o la stanchezza
distruggano i legami che rendono umana la nostra vita.
Alessandra Fusco
Immagini licenza creative commons
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Bella la recensione del film di Zalone👏
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