Caravaggio.4. Il Valzer delle Bugie #caravaggio #zerafa

Un mistero da risolvere, un capolavoro scomparso, un investigatore d’eccezione. Briciole Filosofiche e Club Theologicum presentano un nuovo giallo estivo ispirato a uno degli episodi più affascinanti della storia dell’arte:

il furto del celebre dipinto “San Girolamo scrivente” di Caravaggio.

Chi ha osato trafugare il capolavoro? Quali interessi si nascondono dietro la sua scomparsa? E come riuscirà Zerafa a risolvere un enigma che sembra senza soluzione? Chi sosterrà il frate?

L’estate del mistero è cominciata.

Se non hai letto i capitoli precedenti:

Episodio .3. https://bricioledifilosofia.com/2026/06/21/caravaggio-3-la-lettera/

Episodio .2. https://bricioledifilosofia.com/2026/06/14/caravaggio-2-incubi/

Episodio.1.https://clubtheologicum.com/2026/06/07/caravaggio-1-ombre-su-san-giovanni-gialloestivo-furtocaravaggio-mariuszerafa/


Il 12 dicembre portò con sé il freddo pungente dell’inverno maltese.

Ma non solo quello.

Portò anche un plico che, tra le mani di Padre Zerafa, sembrava pesare molto più dei pochi grammi registrati dalla bilancia postale. L’attesa aveva logorato i nervi di tutti, trasformando le giornate in un pendolo sfiancante tra speranza e disperazione.

Quando la busta venne finalmente aperta, il respiro della storia dell’arte si mescolò improvvisamente alla volgarità spietata del crimine.

La prima cosa che scivolò fuori fu quasi inattesa. Una foto scattata con Polaroid.

Zerafa fu quasi sconvolto. La prese tra il pollice e l’indice, quasi temendo di contaminarla o, peggio, di ferirla. Era un piccolo quadrato di carta lucida, incorniciato dal classico e rassicurante bordo bianco tipico delle macchine istantanee, ma al suo interno si consumava una tragedia visiva. La fotografia aveva catturato il capolavoro con la spietatezza di una luce artificiale, piatta e crudele. Il flash economico della fotocamera era esploso contro la superficie del dipinto, rimbalzando sulla vernice a olio e creando un alone biancastro che sfregiava, come una cicatrice luminosa, il buio sacro voluto da Caravaggio.

In quella piccola finestra di plastica e chimica, il San Girolamo appariva come un prigioniero umiliato, costretto a mostrare il proprio volto ai suoi carcerieri. I colori, un tempo vibranti di una tensione spirituale ineguagliabile, risultavano smorti, distorti dalla scarsa qualità della pellicola e dalle ombre nette e sgraziate proiettate da un’illuminazione di fortuna.

Ma fu un altro dettaglio a far gelare il sangue nelle vene di Zerafa. Concentrandosi sui margini dell’immagine immortalata nella Polaroid, si rese conto della violenza subita dall’opera. Non c’era più traccia del telaio originario. Il dipinto era stato tagliato, strappato dal suo rifugio con una lama passata frettolosamente lungo i bordi. I contorni sfrangiati della tela, visibili perfino nella sgranatura della foto, raccontavano di un’estrazione brutale. Quella Polaroid non era solo una prova che il quadro fosse sopravvissuto; era la documentazione clinica di una mutilazione.

Zerafa trasalì.

Il chiaroscuro del Merisi, concepito secoli prima per rivelare la fragilità dell’anima attraverso la luce divina, era stato violentato dal bagliore freddo della criminalità moderna. Ogni volta che Zerafa posava gli occhi su quella superficie lucida, sentiva il peso di una responsabilità schiacciante: quell’opera stava soffocando, annaspando, morendo arrotolata in chissà quale umido nascondiglio. Quel piccolo quadrato fotografico era il suo unico, disperato grido d’aiuto.

Insieme alla fotografia, la busta custodiva l’ultima, inconfutabile reliquia: un minuscolo frammento della tela originale. Zerafa lo sfiorò con i polpastrelli, chiudendo gli occhi per concentrarsi sulla trama. La sensazione tattile confermò ciò che l’occhio aveva già intuito. Non si trattava di una tela qualsiasi.

Girando il frammento, il domenicano maltese notò la foderatura. Riconobbe immediatamente la trama e la tecnica: era il tipo di supporto applicato anni prima durante un delicato e specifico restauro avvenuto a Roma, presso l’Istituto Centrale. Pochi giorni dopo, stringendo quel frammento come fosse un reperto sacro, Zerafa si recò dal Ministro. L’incontro fu breve e denso di gravità. Non servirono lunghe perizie. Di fronte a quella foderatura inequivocabile, la sentenza di Zerafa fu assoluta: «È lui. Non ci sono più dubbi».

La certezza, tuttavia, non fece che inasprire la guerra psicologica. Il telefono del convento divenne uno strumento di tortura. Le chiamate dei ricattatori si fecero più frequenti, scandite da silenzi minacciosi, richieste esorbitanti e toni sbrigativi. Zerafa, intuendo di dover rovesciare le dinamiche di potere, decise di giocare d’astuzia.

Driin.

«L’avete tagliato fuori dal telaio»

«Lo avete gravemente danneggiato. Nello stato in cui l’avete ridotto, questo quadro non vale più niente sul mercato. Nessuno vi pagherà le cifre che chiedete».

Ad ogni telefonata, ripeteva, freddo, tutto questo al suo interlocutore senza volto. Con voce calma e rassegnata, iniziò a sminuire metodicamente il valore dell’opera.

Fu un valzer di ombre e bluff, una danza estenuante che si trascinò per settimane.

Un valzer di bugie.

«E va bene.» disse il ricettatore sfiancato.

«…?»

«35.000 lire maltesi.»

«Bene e dunque…»

 «Lo scambio deve avvenire dentro Malta.»

«Ma, se dovesse succedergli qualcosa?»

«Prendere o lasciare»

«Ma così rischiamo di distruggerlo! Facciamo lo scambio a Firenze»

«Malta: Prendere o lasciare»

Mentre il frate ingaggiava la sua battaglia verbale, un’altra guerra, silenziosa e invisibile, si stava combattendo tra le mura del priorato e quelle dell’ufficio. Durante tutto il mese di dicembre, una squadra di tecnici aveva invaso gli spazi, montando, smontando e modificando apparecchiature di intercettazione sui telefoni, nel tentativo disperato di agganciare il segnale dei ladri. Fu un lavoro frustrante, fatto di falsi allarmi e linee cadute.

«Va bene allora a Malta ma…»

Click!

Avevano abbassato. Zerafa si decise a contattare Borg il più presto possibile.

Si fermò a riflettere.

“è una questione di realtà dei dati. Come diceva Tommaso D’Aquino nel De veritate? La conoscenza avviene per assimilazione: l’intelletto si conforma all’essere, che lo precede. La sgranata Polaroid inviata dai ladri tentava di impormi una menzogna, riducendo il San Girolamo a mera merce svalutata. Ma l’essere del capolavoro resisteva, intelligibile, attendendo solo giustizia. Il fondamento della stessa verità è ciò che la precede. Poggia sull’essere. Per Agostino «Il vero è ciò che è». I criminali sminuivano la tela tagliata dal telaio; io, pur di abbassare il riscatto a 35.000 lire maltesi, fingevo di assecondare la loro logica. Eppure difendevo l’atto di esistere del quadro, sacro e intoccabile. Eppure esiste unacondizione formale (ciò che la determina): è l’adaequatio. L’adeguazione perfetta tra mente e realtà. Si compì quando mi inviarono un frammento dell’opera. Riconoscendo al tatto la foderatura di un vecchio restauro romano, il mio intelletto si è allineato all’evidenza: era lui. Affermavo con Aristotele che «ciò che è, è». Ed alla fine di tutto? C’è l’effetto. O (ciò che ne consegue): È la manifestazione dell’esistenza. Il fine della mia estenuante trattativa fatta di intercettazioni e silenzi non era riavere un oggetto, ma compiere un atto teologico: strappare l’opera all’oscurità del crimine per farla tornare a dichiarare la propria esistenza, riaccendendo la luce divina che l’arte custodisce.”

Zerafa fece un grande sospiro. E chiamò Borg.

Fr Gabriele Scardocci OP

Giovanni Covino. https://bricioledifilosofia.com/


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