Gionathan, Giobbe, Nicodemo, Domenico di Guzmàn: stringere amicizia con Dio. #santopadredomenico2021

Per iniziare ascoltiamo insieme questa canzone dei San Marino United Artists cliccando qui Sogno

Introduzione.

Ho ascoltato questa canzone per la prima volta nel dicembre 2020, quando fu rilasciata su Youtube dai giovani artisti sammarinesi. Anche San Domenico di Guzmàn, santo padre fondatore dell’Ordine dei Predicatori, aveva un sogno.

Predicare e riportare la parola di Dio in tutta l’Europa. Doveva specialmente ripartire da Tolosa, il su della Francia, dove i catari avevano ormai dilagato e le strane idee catare erano divenute di senso comune.

Tolosa collocazione geografica

Rotte dei castelli catari

Il pericolo cataro.

Anche il catarismo a Tolosa era divenuto cultura. I suoi principi, le sue dottrine e le sue pratiche avevano sostituito totalmente la fede cattolica. Siamo nel … XIII secolo, non appena quattrocento anni prima la Francia era parte del Sacro Romano Impero.

Perché le idee dei catari erano così problematiche?

Perché i catari ritenevano che ci fossero due principi all’origine della realtà che conosciamo. Un principio buono, spirituale e trascendente. Un dio Buono diremo. E un principio cattivo, materiale e immanente: il Dio Cattivo, diremo semplicemente.

Per combattere il Dio Cattivo era necessario purificarsi e appunto diventare puri / perfetti (in greco kataròs, puro da cui il nome di questa setta), tramite il consolamentum (o battesimo NELLO Spirito). Successivamente dunque il cataro doveva combattere continuamente la carne e la materia. Rifiutare di pagare contratti, avere proprietà private e persino di contrarre matrimonio.

Assumere il consolamentum dunque implicava secondo i catari stessi, assumersi gli oneri della perfezione.

In realtà, è un rischio attuale, quello dei catari. Da un lato crescere nel perfezionismo idealistico, in cui si vive per ideali astratti senza guardare la realtà.

Ma la difficoltà maggiore era l’eliminazione di tutta la materialità. Della riduzione dei rapporti e delle relazioni al minimo, pur di mettere al centro il Principio del Bene.

San Domenico capì a quale rischio andava incontro Tolosa, nel trattenere dentro di sé i catari.

Cioè, la eradicazione persino dei sentimenti e delle grandi amicizie che potevano sorgere fra gli uomini. Mettere il Principio dinanzi alle persone, per i catari, era sacrosanto. Ma nell’ottica di Domenico e della fede cattolica era annientare il senso primo ed ultimo dell’Incarnazione.

Era annientare il senso dell’amicizia fra Dio e l’uomo.

Ecco allora il sogno di Domenico: difendere e promuovere una amicizia vera e autentica fra gli uomini fra loro e con Gesù.

Croce catara / occitana

Per approfondire.

Il Sogno di San Domenico: L’amicizia coi frati.

San Domenico fu lui per primo ad un tempo padre e ad un tempo grande amico dei frati.

In un momento di grande fame, in cui non avevano neanche un po’ di pane da mangiare, si riunì con loro nel convento di San Sisto. Nel refettorio cominciò a pregare perché i suoi cari frati, potessero ricevere la grazia dell’amicizia di Dio e della provvidenza materiale.

Sentiamo il racconto del miracolo del pane:

Refettorio di San Sisto, presso convento San Sisto in Roma.

Intanto il beato Domenico si era messo a pregare sulla mensa. Ed ecco – secondo quanto egli aveva promesso per ispirazione dello Spirito Santo – apparire all’improvviso in mezzo al refettorio, inviati dalla Divina Provvidenza, due giovani bellissimi, carichi ciascuno, davanti e di dietro, di due bianche tovaglie piene di pane. Cominciando a servire dagli inferiori, una dal lato destro e l’altro a sinistra, diedero a ciascun frate un pane intero di mirabile bellezza. Quando poi giunsero al beato Domenico ed ebbero dato anche a lui un pane intero, fattagli la reverenza di capo, scomparvero all’improvviso e dove andassero e da dove fossero venuti fino a oggi nessuno lo sa. Il beato Domenico rivolto ai frati allora esclamò: «Mangiate, o fratelli, il pane mandatovi dal Signore». Poi ordinò ai religiosi che servivano a tavola di passare del vino. Ma quelli risposero: «Padre Santo, non ce n’è». Ripieno di spirito profetico il beato Domenico allora ordinò: «Andate alla botte e servite ai frati il vino che il Signore vi ha messo». Così, quelli andarono come era stato loro ordinato e trovarono la botte piena colma di ottimo vino; ne attinsero e ne portarono ai frati. E il beato Domenico ripeté: «Bevete, fratelli, il vino che il Signore vi ha mandato».

Voleva ai frati un grande bene.

Era molto attento anche alla loro salute:

Un frate buono e discreto, affermò di aver vegliato per sette notti per scoprire che facesse di notte il Santo Padre Domenico. 

Raccontò dunque che mentre pregava alle volte egli stava in piedi, altre volte inginocchiato o prostrato per terra; e continuava a pregare fino a che non lo prendeva il sonno. Risvegliandosi, si metteva a visitare gli altari e ciò faceva sin verso mezzanotte. Allora senza rumore, visitava i frati, ricoprendo quelli che avesse trovato scoperti poi tornava in chiesa, riprendendo a pregare senza più interrompersi. (Dal Vitae Fratrum, n 77)

Questo gran bene gliene ha voluto fino all’ultimo. Come Gesù, che amò i suoi sino alla fine, San Domenico si rivolse in punto di morte a Dio:

“Padre Santo disse Tu sai che ho perseverato con tutte le mie forze nell’adempimento della tua volontà e che ho custoditi e conservati tutti coloro che mi avevi affidati. Ora li consegno a te; custodiscili e conservali tu”

Il santo padre fondatore dell’Ordine con questi due esempi ci mostra come l’amicizia è sempre stata favorita all’interno dell’Ordine. Penso anche alle grandi amicizie del Beato Giordano di Sassonia, Fra Enrico e la Beata Diana degli Andalò, monaca domenicana. All’amicizia fra il Beato Raimondo da Capua e santa Caterina da Siena, tanto per citarne alcune.

San Domenico trovò nella Sacra Scrittura tante belle storie di amicizia. E si convinse che, innanzitutto, l’amicizia è il dono di Dio per la nostra vita di fede.

L’amicizia nella Bibbia

  1. Gionathan e Davide – Il patto di amicizia basato sullo Spirito di Dio.

Una delle prime e più belle storie di amicizia è quella di Gionathan e Davide.

Essa iniziò subito dopo che Davide sconfisse Golia nel famoso combattimento.

Dal primo libro di Samuele 1,

18 Quando ebbe finito di parlare a Saul, l’anima di Gionathan rimase legata all’anima (nepesh /anima) di Davide, e Gionathan l’amò come l’anima sua.Quel giorno Saul lo prese con sé e non gli permise più di ritornare a casa di suo padre. Gionathan fece quindi un patto (berit / foedus) con Davide, perché lo amava (‘havah / diligere) come la sua anima. Poi Gionathan si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide, e vi aggiunse pure le sue vesti, la sua spada, il suo arco e la sua cintura. Davide andava ovunque Saul lo mandava e riusciva bene. Così Saul lo mise a capo degli uomini di guerra, ed era gradito a tutto il popolo e anche ai servi di Saul.

Gionathan è in questi testi un giovane generoso e anche audace perché confida nel Signore (1 Sam 14 si lancia da solo contro i filistei e li sconfigge), intraprendente e intrepido. Non è temerario ma confida totalmente in Dio, nella sua presenza e difesa. Gionathan nella sua piccolezza, spregiudicatezza, sproprozionatamente inferiori nel numero rispetto ai filistei è simbolo anche che la vittoria di Dio avviene anche tramite la nostra piccolezza, temerarietà e spregiudicatezza.

Su questo assomiglia molto a Davide. Perciò non appena c’è l’incontro con Davide, cambia la vita di entrambi. È un’amicizia basata sullo Spirito di Dio che come sappiamo adombrava Davide, inviato da Saul per proteggere il popolo di Israele. Per questo che Gionathan e Davide legano le loro anime, si donano un affetto e una fiducia incondizionata in un patto autentico e leale. Qui il testo ebraico usa la parola berit che indica anche il patto di alleanza fra Dio e l’Uomo.

Ecco allora che quindi l’amicizia fra Davide e Gionathan è benedetta da Dio.

Essa coinvolge il nepesh di entrambi: cioè l’anima, la vita e la persona. Questo termine indica tutti e tre questi significati. Dunque il testo indica un’amicizia fortissima, fondata su Dio, che offre all’amico tanto caro la propria vita, la persona e la vita.

Questo è un porre al di sopra del proprio bene, il bene dell’altro. Pensiamoci già da adesso. Ci torneremo fra poco.

Il segno visibile di questa amicizia è lo scambio delle vesti che avviene fra Davide e Gionathan. Quest’ultimo dona l’armatura, le armi, tutto il suo vestiario. In un certo senso, dona una parte della sua identità regale (era figlio di Saul ricordiamolo), all’amico Davide.

Che proprio ricevendo questo dono da Gionathan, nell’amicizia più forte, diviene un guerriero fortissimo tanto da essere messo a capo dell’esercito giudaico[1]. Successivamente Gionathan salverà Davide dall’invidia e dalla superbia di Saul, che accecato dall’ira per i successi di Davide, cercherà di ucciderlo (1 Sam 19, 1 – 20, 17)

Questa storia ci insegna allora i passi di un’amicizia fondata in Dio, e che Domenico ebbe anche lui coi suoi frati: un’alleanza autentica, basata sulla fiducia reciproca e che diviene feconda e portatrice di Grazia e di Vita.

Un’amicizia dunque fondata sullo spirito di Dio che diviene carità. Un’amicizia che passa anche nei momenti di sofferenza.

2. Giobbe e i quattro amici – L’amicizia nella sofferenza.

Su questo m soffermo allora ad un altro personaggio biblico, cioè Giobbe. L’amicizia è infatti un aiuto di Dio nei momenti di sofferenza.

Se dovessi pensare all’amicizia nell’amicizia penso al film Il Ritorno del Re, della trilogia del Signore degli Anelli, tratto dal libro di J.R.R. Tolkien. Nel momento terribile della salita al monte Fato, l’Anello del Potere infligge mille sofferenze a Frodo. Il suo amico di sempre Samvise Gamge, senza batter ciglio lo accompagna. È fedele. Sa che non può portare il Fardello, il Peso dell’anello al posto del suo amico Frodo. Ma Frodo ad un certo punto, stremato, cade a terra. In lacrime Samvise, si fa coraggio, e sfidando il destino avverso afferma: «Non posso portare l’Anello per voi, ma posso portare voi!». E così si carica l’amico sulle spalle e prosegue la scalata.

Frodo e Sam sul monte Fato.

Penso che questa sia una delle metafore più belle nella storia della letteratura inglese a proposito del tema dell’amicizia. Si può credere che Dio doni in un’amicizia vera che sostiene e sorregge nella sofferenza più dura, che accompagna nei momenti di buio e di dolore più duri. Accompagnare, senza sostituirsi, fino a risolvere la sofferenza. Fino a ritrovare la luce. Proprio questo tema mi sembra sia rintracciabile nel libro di Giobbe.

Il pio Giobbe fa esperienza di terribili tragedie che lo colpiscono: la morte dei figli, la distruzione delle sue proprietà e una terribile malattia che lo rende inerme (Gb 1 e 2).

Successivamente a tutte queste cose (Gb 2,14) si presentano a casa sua quattro amici: Elifaz, Bildad, Zofar ed in seguito anche il giovane Eliu. Certamente sono amici un po’ “discoli”.

I primi tre affermano che la causa delle disgrazie è Giobbe stesso, mentre Eliu, il più giovane, riesce a mettere un po’ d’ordine nei discorsi che si sono fatti ma anche lui tratta Giobbe senza mezzi termini perché se da un lato non gli computa la colpa delle tragedie, lo rimprovera di aver perso il buon senso:

Slide 10 giobbe

Giobbe

Dal libro di Giobbe 34, 5 – 9.

5Giobbe ha detto: ‘Io ho ragione,
Dio mi ha fatto torto:
6ha mentito per non riconoscere
il mio diritto,
ora sono ferito a morte,
eppure non ho colpa’.
7Che forza, questo Giobbe!
Per lui offendere è semplice
come bere l’acqua,
8va in giro assieme ai delinquenti,
cammina in compagnia dei malfattori.
9Giobbe ha detto:
‘Non serve a niente
cercare la benevolenza di Dio’.

Sì, certo, i primi tre non hanno avuto molto tatto. Ma anche Eliu in modo molto diretto e schietto gli ha mostrato che Giobbe ha offeso Dio.

Un modo e nell’altro tutti e quattro hanno fatto bene: sono stati con lui, il loro amico sofferente, mostrando la loro presenza e piangendo in silenzio con lui. Uno dei suoi amici inoltre ha cercato di aprirgli uno sguardo diverso sulle tragedie che sono successe, indipendenti da lui da Giobbe, ma comunque a partire da esse può riconoscere dei limiti nella sua vita di fede e di rapporto con Dio.

 San Tommaso D’Aquino nella Summa Theologiae (II, q. 38 aa  2 -5) afferma l’importanza e la quasi necessità degli amici nei momenti di tristezza; in fatti in questi momenti l’ottenere un piacere (lecito ovviamente), un pianto, un bagno caldo ed una bella dormita, ma soprattutto la presenza compassionevole degli amici allevia la tristezza: infatti la compassione degli amici mostra al povero triste e sofferente che è amato da tutti e specialmente da Dio. Inoltre il suo giogo pesante, lo sente come ripartito con gli amici presenti.

I quattro amici di Giobbe sono allo stesso tempo forse un po’ bigotti o diretti, rompiscatole e veritieri, infantili e maturi. Ma sono con lui. Fino alla fine delle sofferenze. Giobbe pregherà davanti a Dio anche per i loro errori. Nel cuore non potrà dimenticare quei volti amici che lo hanno ascoltato in momenti così terribili. Anche noi possiamo essere “Amici di Giobbe” per tutti coloro che stanno passando momenti bui, momenti no. Proprio come Elifaz, Bildad, Zofar siamo chiamati da Dio con tutte le nostre imperfezioni. E come Eliu, siamo chiamati a ricordare la verità dell’Amore di Dio. Nulla è impossibile a Dio. Proprio quando incarneremo Eliu mostreremo lo splendido volto dello Spirito Santo, che è Spirito Consolatore, ospite dolce dell’Anima. Dio ci chiama e ci chiamerà sempre a mostrare nel nostro viso, il viso Consolatore del suo Amore.

Dall’amicizia nello Spirito di Dio come patto di lealtà e affetto autentico, passando per i momenti di sofferenza, il Signore ci guida all’amicizia con Lui, un’amicizia che nasce da acqua e spirito e nella carità.

3. Gesù e Nicodemo – L’amicizia che nasce da acqua e Spirito. L’amicizia in Dio come carità.

 Dal vangelo secondo Giovanni 3, 1 – 12

1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. 2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito

Gesù e Nicodemo

Nicodemo vuole incontrare Gesù. Certamente, per Nicodemo, Gesù è un rabbì, un dottore che conosce tante risposte. Penso che questa non sia una semplice conoscenza o un’amicizia solamente dal punto di vista formale. Al contrario, è un’amicizia davvero profonda: Nicodemo pur di parlare con Gesù corre da lui di notte.

Mi sembra strano che si corra da qualcuno che non si conosce in piena notte; senza sapere se sta dormendo, se ha degli anziani in casa, e principalmente senza sapere è in casa o se è fuori. Nicodemo corre da lui nella sua notte, piena di dubbi e desideroso di confrontarsi con chi davvero poteva rispondere alle sue domande.

L’Amico con la A maiuscola: Gesù.

Gesù innanzitutto gli dice

3b «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 

Lo introduce al senso di novità, di freschezza, e di apertura che sono richiesti per vedere il regno di Dio. In questo caso, quel tou theou in greco va inteso in forma epesegetica, quel regno che è Dio. Se nessuno nasce di nuovo… non vede Dio.

Ecco allora che Gesù svela la modalità di nascere di nuovo. Il grande mistero della rinascita è donato a Nicodemo quando gli spiega è il mistero battesimale.

5 c «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 

La rinascita dal sangue e dall’acqua, è la grazia battesimale con la quale possiamo entrare nell’ottica della fede, dell’accoglienza in piena di Dio. Come dicevamo Nicodemo è maestro in Israele. Ascoltando Gesù in amicizia, pone come una intelligenza della fede.

L’amicizia allora è anche questo: ridiventare sempre nuovi ogni giorni. Fare un cammino di fede che rinnova sempre, al proprio interno, comprendendo insieme quello che si crede, i principali misteri della fede, affinchè essi diventino da fede che opera nella carità.

Dicevo ai ragazzi, del gruppo di gioventù domenicana San Tommaso a Roma che dall’intelletto e dalla comprensione della fede soggiunge la carità, l’amore verso Dio e il prossimo. E la carità dice San Tommaso, è di nuovo… una forma di amicizia. Anzi la forma di amicizia più forte.

In essa si vuole il bene del prossimo e di Dio sopra tutto. Anche al di sopra del proprio. La carità, l’amore incondizionato è il fine di tutta la vita cattolica che riunisce tutti gli stati di vita. Perciò amare di carità i propri amici è decentrarsi dalle istanze e i desideri dell’io egoistico, per accendere l’accoglienza, l’abbraccio dell’Io ecclesiale. Di quell’io che si dona agli altri e che riceve dagli altri e specialmente dal Tu per eccellenza, che è il Dio Trinitario, dell’Eterno Padre, dell’Uomo Dio, il Logos Gesù Cristo, e lo Spirito Santo Dono Amore.

L’amicizia nella carità è dunque ripetere l’azione di Dio che si è donato a tutta l’umanità.

Dunque abbiamo visto i tre passaggi del Sogno di Domenico, che è innanzitutto il Sogno di Dio, per ciascuno di noi: crescere nell’amicizia, come patto autentico di tenerezza e vicinanza, anche nei momenti di sofferenza, affinchè insieme si cresca nella comprensione della fede e così divenga carità per tutto il mondo e tutta la chiesa.

Questo sia davvero il cammino comunitario di ciascuno di noi, già da ora quando torneremo a casa.

Scriveva William Shakespeare

In nulla mi considero felice se non nel ricordarmi dei miei buoni amici.

L’amicizia è un dono da ricordare sempre. C’è una bontà che riceviamo da altri perché siamo accettati liberamente per chi siamo e non per cosa facciamo. L’amico è colui che ci aiuta e ci sprona a credere nei nostri sogni e nei nostri progetti, tramite i quali, riusciamo a diventare via via sempre più santi e più gioiosi.

Coltiviamo sante amicizie, per vivere una vita gioiosa e soddisfacente come San Domenico, che coltivava la gioia degli apostoli, in comunione con Gesù.

Fr Gabriele Giordano M. Scardocci OP

Gesù dolce, Gesù amore


[1] Riprendo e amplio le riflessioni di B. Costacurta, Con la cetra e con la fionda, EDB, 2014, 137 – 140, ED Bologna 2014.

Tutte le immagini sono licenziate.

Una risposta a "Gionathan, Giobbe, Nicodemo, Domenico di Guzmàn: stringere amicizia con Dio. #santopadredomenico2021"

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  1. CATARI (ALBIGESI, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili ecc. e in Italia patarini).
    Nome (dal lat. medievale catharus, «puro») con il quale comunemente sono indicati gli eretici dualisti medievali , diffusi soprattutto nella Francia settentrionale e meridionale nel 13° secolo. In polemica con la Chiesa, predicavano un rinnovamento morale fondato sull’antitesi tra bene e male, spirito e materia ed erano organizzati in una vera e propria gerarchia ecclesiastica.
    Per saperne di più al link : https://it.wikipedia.org/wiki/Crociata_albigese

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