Sant’Alberto Magno, il Doctor Universalis. Un breve profilo #dottoridellachiesa

LA VITA
Alberto Magno (1193/1205/1206 – 1280) era il figlio maggiore di un potente e ricco signore tedesco di rango militare. Dopo la formazione elementare, studiò le arti liberali a Padova mentre il padre combatteva al servizio di Federico II in Lombardia. All’inizio dell’estate del 1223, Giordano di Sassonia, successore di Domenico come maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, giunse a Padova con l’intento di persuadere alcuni studenti a farsi domenicani. All’inizio la sua predicazione non sembra aver avuto particolarmente successo, ma poi una decina di giovani fecero richiesta di ammissione. Tra questi un tedesco che egli ci dice aver “rinunciato a ricchi benefici” ed essere “veramente nobile di mente e di corpo”. Quest’ultimo è generalmente stato identificato proprio con Alberto di Lauingen, colui che passerà alla storia come Sant’Alberto Magno, il Doctor Universalis.

Dopo aver superato la feroce opposizione della sua famiglia, entrò nel noviziato e successivamente fu inviato in Germania per studiare teologia. Poco dopo il 1233, fu nominato docente di teologia nel nuovo priorato di Hildesheim, poi a Friburgo, in Brisgovia, a Ratisbona per due anni e a Strasburgo. In questi anni redasse i suoi primi scritti, influenzato in gran parte da Ugo di San Vittore e Guglielmo di Auxerre.

Intorno al 1241 fu inviato all’Università di Parigi per prepararsi al magistero in teologia. Il clima intellettuale della “città dei filosofi” era molto diverso da quello della sua Germania, perché qui incontrò il “nuovo Aristotele”, recentemente tradotto dal greco e dall’arabo, e la ricchezza del sapere arabo introdotto dalla Spagna. Alberto arrivò a Parigi proprio quando i commenti di Averroè su Aristotele stavano diventando disponibili. Presso il convento domenicano di St. Jacques, soddisfece i requisiti universitari per il baccellierato in teologia, tenendo per due anni lezioni sulla Bibbia, rispondendo alle dispute e poi esponendo le Sentenze di Pietro Lombardo per due anni (1243-1245 circa). Ma Alberto era più interessato ad acquisire nuove conoscenze che a tenere lezioni sulle Sentenze. Nel 1245 si iscrisse come maestro di teologia sotto Guéric de Saint-Quentin e continuò a tenere lezioni dalla cattedra domenicana “per stranieri” fino alla fine dell’anno accademico 1248. Alberto fu il primo domenicano tedesco a diventare maestro.

Molto probabilmente fu a Parigi che iniziò la sua monumentale presentazione dell’intero sapere umano all’Occidente latino, parafrasando e spiegando tutti gli scritti aristotelici e pseudo-aristotelici e aggiungendovi contributi degli arabi. A quanto pare, invitato dai suoi confratelli più giovani a spiegare per iscritto la Fisica di Aristotele, intraprese un lavoro sistematico atto a introdurre gli studiosi a tutte le branche delle scienze naturali, della logica, della retorica, della matematica, dell’astronomia, dell’etica, dell’economia, della politica e della metafisica. Questo vasto progetto richiese circa 20 anni per essere completato ed è una delle meraviglie dell’erudizione medievale. Mentre ci lavorava probabilmente ebbe tra i suoi discepoli il giovane Tommaso d’Aquino, che arrivò a Parigi nell’autunno del 1245.

Nell’estate del 1248 Alberto fu inviato a Colonia per organizzare e presiedere il primo studium generale in Germania, che era stato autorizzato dal capitolo generale domenicano in giugno. A Colonia dedicò tutte le sue energie all’insegnamento, alla predicazione, allo studio e alla scrittura fino al 1254. Tra i suoi discepoli in questo periodo ci furono Tommaso d’Aquino e Ulrico di Strasburgo. Nel 1253, Alberto fu eletto provinciale dei domenicani tedeschi, carica che ricoprì fedelmente per tre anni. Nonostante gli oneri amministrativi, la visita annuale di ogni monastero e convento e i lunghi viaggi a piedi, continuò la sua prolifica attività di scrittura e di ricerca scientifica.

Nel 1256 si trovava nella curia papale di Anagni con l’Aquinate e Bonaventura per difendere la causa degli ordini mendicanti contro gli attacchi di Guglielmo di Saint-Amour e di altri maestri secolari. Qui tenne anche una disputa contro la dottrina averroista sull’intelletto. Tenne conferenze alla curia sull’intero Vangelo secondo Giovanni e altri libri neotestamentari; per questo motivo è annoverato tra i “Maestri del Sacro Palazzo”. Rinunciando alla carica di provinciale, riprese l’insegnamento a Colonia (1257-60). Nel 1259 il capitolo generale chiese a lui e ad altri quattro maestri di teologia di redigere un piano di studi da seguire in tutto l’ordine.

Alla fine dello stesso anno, Alberto fu nominato vescovo di Ratisbona. Questi cercò in ogni modo di poter schivare tale incarico, ma il 5 gennaio 1260 papa Alessandro IV gli ordinò di insediarsi sulla sua cattedra episcopale senza alcun indugio. Solo grazie all’elezione di un nuovo papa poté dimettersi dal tale incarico (1262); scelse quindi la casa di studi di Colonia come sua residenza. Qui riprese volontariamente l’insegnamento, ma l’anno successivo ricevette da papa Urbano IV l’ordine di predicare la crociata in Germania e in Boemia (1263-64). Dal 1264 al 1266 visse nella casa domenicana di Würzburg. Nel 1268 si trova a Strasburgo e dal 1269 fino alla morte risiede a Colonia, scrivendo nuove opere e revisionando quelle precedenti.

Solo altre due volte, per quanto ne sappiamo, intraprese lunghi viaggi fuori Colonia. Partecipò al Concilio di Lione nel 1274 e nel 1277 si recò a Parigi, al culmine della controversia averroista, per difendevi le idee del suo allievo Tommaso d’Aquino (morto nel 1274). Quest’ultimo viaggio fu apparentemente un fallimento. Qualche tempo dopo aver redatto le sue ultime volontà, nel gennaio 1279, la salute e la memoria cominciarono a venirgli meno. Indebolito da molteplici fatiche, austerità e veglie, morì all’età di “ottant’anni o più”, per citare Bartolomeo di Lucca e Bernardo Gui. Il suo corpo fu deposto nella chiesa domenicana di Colonia, dove si trova ancora oggi.

Alberto è l’unico teologo medievale ad essersi meritato il titolo di “Magno” e sembra che questo fosse già in uso prima della sua morte. In Germania è sempre esistita una profonda devozione per il venerabile vescovo. Fu beatificato da Gregorio XV nel 1622. Con il decreto In Thesauris Sapientiae (16 dicembre 1931), Pio XI lo ha dichiarato santo della Chiesa universale con il titolo aggiuntivo di dottore. Con il decreto solenne Ad Deum (16 dicembre 1941) Pio XII lo ha costiuto patrono celeste di tutti coloro che coltivano le scienze naturali.


IL PENSIERO
I secoli cristiani precedenti ad Alberto furono fondamentalmente agostiniani in filosofia e teologia, trasmettendo il platonismo cristiano dei Padri attraverso i monasteri e le scuole. Le traduzioni latine del XII secolo delle opere di Avicenna, Avicebron, Costa ben Luca, Isaac Israeli e del Liber de Causis potevano essere facilmente accolte nella filosofia cristiana, grazie al tendenziale platonismo che emergeva nelle stesse. Quando il “nuovo Aristotele” raggiunse le scuole, attraverso le oscure versioni latine dei suoi scritti dall’arabo e dal greco, alcuni interpretarono il pensiero dello Stagirita alla stregua di quello di una sorta di panteista. Su questa linea si posero, ad esempio, Amalrico di Bène e Davide di Dinant nel loro insegnamento parigino. Ciò indusse le autorità ecclesiastiche a censurare la loro opere e quelle di Aristotele. Solo in un secondo tempo, quando poté essere studiata con maggiore attenzione, l’opera dello Stagirita fu rivalutata, spesso però sottoponendola ad una lettura di tipo platonizzante, come con Roberto Grossetesta o Ruggero Bacone.

Tuttavia, esiste una divergenza fondamentale tra le visione platonica e e quella aristotelica, in particolare per quanto riguarda il pensiero scientifico e la natura dell’uomo. Per Platone, lo studio della natura non è strettamente scientifico, ma solo problematico; per la certezza bisogna rivolgersi alla matematica e quindi alla contemplazione delle forme pure nella metafisica. Inoltre, Platone concepisce l’uomo come un’anima imprigionata in un corpo, piuttosto che come un composto unico di anima e corpo. Aristotele, invece, considera lo studio della natura autonomo, indipendente dalla matematica e dalla metafisica, degno di essere perseguito a pieno titolo e veramente “scientifico” nel senso tecnico utilizzato dai greci. Inoltre, Aristotele è il primo a elaborare compiutamente la dottrina della potenza e dell’atto, utilizzandola per spiegare come il corpo e l’anima dell’uomo costituiscano un’unità assoluta nella natura. Solo con la traduzione latina delle opere del commentatore arabo Averroè, dopo il 1230, i pensatori cristiani cominciarono a rendersi conto di queste differenze radicali, che nelle stesse erano ben segnalate.

Tra gli scolastici latini, Alberto fu il primo a fare proprio l’approccio aristotelico al mondo fisico e a difenderne l’autonomia contro “l’errore di Platone” sostenuto dai suoi contemporanei. A rigore, le esposizioni di Alberto su Aristotele non sono né commenti né parafrasi; sono opere originali in cui le idee dei filosofi peripatetici vengono radicalmente riscritte e le opinioni errate confutate.

Alberto non seguì quindi ciecamente l’autorità di Aristotele. Nelle sue opere filosofiche e teologiche, non esita a rifiutare alcune opinioni, come l’eternità del mondo e l’animazione delle sfere. “Chi crede che Aristotele fosse un dio,” scrive il Nostro, “deve anche credere che non abbia mai sbagliato; ma se si crede che Aristotele fosse un uomo, allora senza dubbio era soggetto a errori proprio come noi” (Phys. 8.1.14). In materia di scienza sperimentale, Alberto rifiuta spesso le presunte osservazione dello Stagirita, dichiarandole contrarie alle sue stesse osservazioni. Nel suo trattato sulle piante insiste: “L’esperimento è l’unica guida sicura in queste indagini” (Veg. 6.2.1). Nella pratica come nella teoria, si rese conto che “lo scopo della scienza naturale non è semplicemente quello di accettare le affermazioni di altri, ma di indagare le cause che sono all’opera in natura” (Mineral. 2.2.1).

Alberto fu un instancabile studioso della natura, a tal punto che alcuni dei suoi avversari lo rimproveravano di trascurare la teologia a favore delle scienze naturali. Già durante la sua vita circolavano incredibili leggende che gli attribuivano il potere di mago o stregone. Nelle generazioni successive tali leggende si moltiplicarono e gli vennero attribuiti diversi trattati di magia naturale che ebbero notevole fortuna nel Rinascimento e ai quali, bizzarramente, si deve una parte del successo che questi riscosse in quest’epoca.

In teologia non ebbe lo stesso successo del suo illustre discepolo Tommaso d’Aquino nel rileggere le dottrine cristiane alla luce degli insegnamenti aristotelici. La famosa Summa Theologiae dell’Aquinate è una perfetta applicazione degli Analitici Posteriori di Aristotele al deposito della fede, utilizzando fin dall’inizio le profonde implicazioni dei principi metafisici aristotelici. Questo non si può dire delle opere teologiche di Alberto. Tuttavia, queste ultime si distinguono nella letteratura medievale per la loro solida erudizione, l’ampiezza dell’indagine e la chiarezza della presentazione.

Così come Tommaso d’Aquino, Alberto Magno sostenne l’autonomia dell’indagine filosofica rispetto alla Rivelazione, insistendo comunque sul fatto che nessuna verità della ragione poteva contraddire la rivelazione, ciò in nome dell’armonia tra ragione e fede. Allo stesso tempo, sostenne la superiorità della rivelazione e il diritto dei teologi di usare tutta la conoscenza umana per cercare di penetrare intellettualmente i misteri divini. Questa visione fu portata avanti dall’Aquinate e da altri, tanto che oggi è parte integrante della teologia cattolica.

La fama di Alberto fu così ampia che le sue numerose opere conobbero una diffusione quasi senza pari. A lui, come ho già accennato sopra, furono anche attribuite diversi scritti spuri, a volte di natura magica o fantastica. D’altra parte, molte opere che si sa essere state scritte da lui non sono ancora state scoperte. Di conseguenza non disponiamo di un quadro davvero esaustivo delle stesse e del suo pensiero. Con l’andare del tempo, quest’ultimo fu in larga parte assimilato a quello del suo grande allievo Tommaso d’Aquino, tanto che ad un certo punto la scuola “albertista” fu de facto assimilata a quella “tomista”. Solo in tempi recenti gli storici della filosofia e della teologia sono tornati a prendere in considerazione le differenze presenti tra il pensiero di Alberto e quello di Tommaso, che, per quanto non radicali, fanno del primo un qualcosa di distinto dal secondo e in gran parte da riscoprire nella sua originalità.

Adriano Virgili

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