Riflessione a margine di “Donwton Abbey”, per diventare galantuomini nella vita di ogni giorno

In questi giorni nelle sale con un sequel dedicato al grande schermo, Downton Abbey continua a far parlare di sé a distanza di anni dalla prima puntata della popolare serie televisiva, trasmessa sui canali della BBC. Tra i numerosi fan della serie, non stupisce incontrare numerosi autori di spiritualità che hanno profittato di Downton Abbey per offrire al loro pubblico riflessioni di stampo morale (qui, una delle mie preferite, scritta dal punto di vista di una ebrea ortodossa).

In un mondo in cui la violenza, lo scandalo e le scene spinte sembrano esser diventati elementi imprescindibili per un prodotto di successo, scalda il cuore vedere come abbia potuto sbancare al botteghino una serie in cui non volano botte, non si vede un singolo nudo nell’arco di sei stagioni e la trama si sviluppa con quella stessa garbata compostezza che sembra regolare le vite dei protagonisti.

Dirò di più: a farci amare Downton Abbey è proprio quell’atmosfera ovattata di tempi passati che non ritorneranno più… ma che evidentemente ci affascinano ancora. Come fa notare l’articolo che linkato sopra, lo spettatore non ama, di Matthew, i momenti in cui irride l’antiquato lifestyle di Downton; al contrario, gioisce quando finalmente ci si adegua e accetta l’aiuto del suo valletto per vestirsi. Non una singola volta (il che è davvero sorprendente) Downton Abbey solletica il nostro spirito guerriero inneggiando alla rivoluzione e al sovvertimento dei costumi. E, se lo facesse, probabilmente non ci piacerebbe più – ché non sarebbe più Downton Abbey.

C’è qualcosa di veramente affascinante in quella cultura aristocratica fatta di decoro e di buone maniere che la serie tv mette in scena

osserva nel suo The Catholic Gentleman l’autore Sam Guzman, autore del blog omonimo.

La studiata formalità e l’adesione all’etichetta che regolavano la quotidianità della upper-class britannica rendono evidenti lo stridente contrasto con quanto accade oggi in una società in cui non è infrequente vedere gente che va a far la spesa in pantofole e pigiama. Lord Grantham, impeccabilmente vestito nei suoi abiti di classe e forte di un eloquio perfetto e forbito, è senza dubbio l’archetipo del gentleman.
Ma è necessario possedere una proprietà di centinaia d’acri con un palazzo nobiliare nel mezzo, per poter essere un gentleman? […] O, al contrario, la qualifica di gentleman è qualcosa alla portata di tutti?

Il fatto che Sam si definisca (e a buon diritto!) un vero gentleman cattolico, pur senza essere un billionaire, dovrebbe bastare a dirimere la questione.

In effetti – osserva l’autore, e non a torto – la nobiltà non è mai stata il prerequisito per potersi dire gentiluomini. Semmai, è vero il contrario: conoscere le buone maniere e saper vivere secondo l’etichetta erano i pre-requisiti indispensabili per chiunque avesse ambito a ritagliarsi un posto a corte (dove, non a caso, la cortesia regna sovrana).

Un’espressione francese che un tempo era conosciuta da tutti i gentiluomini della upper-class è “noblesse oblige” (letteralmente, la nobilità obbliga): uno slogan che, nella sua semplicità, sottolineava come i privilegi derivanti da un certo ruolo e da un certo status sociale debbano necessariamente costringere chi ne gode ad essere generoso, garbato ed onorevole.

Ma perché prendersi la briga di comportarsi da gentiluomo, oggi?

Qualcuno lo fa per sedurre una signora: toh. Aprire la portiera della macchina al primo appuntamento, aiutare una donna a indossare il cappotto, sistemare la sedia dietro di lei prima di prendere posto: questi son tutti atteggiamenti galanti, che nel corteggiamento funzionano ancora abbastanza bene.

Ma perché mai un uomo dovrebbe cedere il suo posto a sedere a una coetanea in perfetta salute che è appena salita sull’autobus?
Perché dovremmo sforzarci di sorridere alla commessa del supermercato, quando è stata una giornata stortissima, siamo esausti e vorremo solo insultare il mondo?
O peggio ancora: cosa ci trattiene dal prendere a insulti il deficiente che ci sta mettendo una vita a fare una dannata manovra per parcheggiare, e intanto blocca l’intera strada, il semaforo sta per diventare rosso e tu sei già in ritardo per il lavoro? Ormai, va di moda ironizzare sul fatto che un “vaffa…” di tanto in tanto è altamente terapeutico…

Per citare la bellissima definizione che ne dà The Catholic Gentleman,

le buone maniere sono l’amore nelle piccole cose. Sono il modo in cui amiamo il nostro prossimo più di noi stessi. Sono un modo di mostrare amore che si manifesta in piccoli gesti di gentilezza, in piccoli sacrifici sopportati per il bene degli altri e motivati da nessuna altra ragione all’infuori di questa: essere persone di buon cuore.
Colui che si comporta con buon garbo riconosce l’intrinseca dignità di ogni persona e dunque tratta con onore e riverenza chiunque incontri. […] Come scrisse una volta il cardinal Newman, “si potrebbe dire che il gentiluomo è colui il quale non infligge dolore”.

Tristemente, i veri gentiluomini sono sempre più rari da incontrare.

Qualcuno potrebbe dire che è naturale: i tempi cambiano, la società si evolve, le vecchie convenzioni del passato diventano obsolete.
In realtà, il problema non è un generico mutamento dei costumi: a far cadere in rovina i gentiluomini è stato un mutamento dei valori su cui si regge la nostra società.

Nel mondo del lavoro, nel rapporto con le istituzioni, oggigiorno il Vero Uomo è quello che riesce a farsi strada a gomitate, a sbaragliare la concorrenza, a mostrarsi più furbo degli altri – magari anche a ingannare quei fessi che tanto son così scemi da non accorgersene.

Sono tutti segni di un radicato narcisismo e di un egocentrismo generalizzato i cui effetti sono gravemente tossici

scrive Sam – e, senza arrivare agli estremi (pur frequenti) di chi si vanta di aver frodato il fisco e di aver danneggiato altri pur di far carriera, io trovo estremamente indicativo e triste anche il solo fatto che la proverbiale “serata tra uomini” finisca spesso con l’identificarsi in “mangiamo porcherie in pigiama sul divano, e rutto libero”.

Una siffatta serata mi sembra ‘na cosa di uno squallore unico, ma è pur vero che non fa male a nessuno. Invece, danneggia moltissimo la nostra crescita umana e spirituale la convinzione che le buone maniere siano qualcosa di superfluo e démodé, utile tutt’al più a strappare un secondo appuntamento alla ragazza che ci piace.

E invece sono essenziali, anzi sono

null’altro se non la Regola Aurea messa in azione. Sono il “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.

Secondo The Catholic Gentleman, le buone maniere altro non sono che una applicazione pratica della Giustizia: e cioè, dare al nostro prossimo ciò che gli spetta di diritto. E cioè,

rispetto e gentilezza, perché ogni persona che incontriamo è un’anima fatta ad immagine somiglianza di Dio.

***

Essere beneducati non è facile e non viene naturale, soprattutto se non siamo stati cresciuti tra i sontuosi corridoi di Downton e non abbiamo assimilato fin da piccoli le regole dell’etichetta.
Ma se anche la vita avesse voluto riservarci una tale sorte, non è detto che l’educazione ricevuta in infanzia sarebbe bastata a farci rimanere gentiluomini anche in età adulta: l’intera nostra società rema contro questo buon proposito. A partire dagli slogan pubblicitari, e giù giù a cascata in ogni aspetto della nostra vita, il mondo di oggi ci martella con messaggi tipo: tu sei il centro del mondo; tu sei il meglio e meriti il meglio; tu hai il diritto di essere viziato.

Ma noi dobbiamo resistere a questa cultura dell’ “io” e iniziare a vivere una vita per gli altri.
Ben difficilmente questa vita sarà sempre glamour. Anzi, potrebbe essere decisamente scomoda. Potrebbe persino farti ricevere occhiate storte da ti considererà troppo antiquato […]. Ma, alla fine dei conti, una vita passata a servire gli altri porterà sempre una gioia duratura, mentre un’esistenza vissuta nell’egoismo si chiuderà sempre con il rimpianto.

In quanto Cattolici, è nostro compito essere gentiluomini. Non gentiluomini in modo adulatorio e lusinghiero, ma gentiluomini in modo altruista e sacrificale. […] Dobbiamo sforzarci di vedere le persone non come seccatori da evitare o come concorrenti su cui vincere, ma, al contrario, come creature viventi che meritano il nostro amore e il nostro rispetto.

Solo se riusciremo ad entrare in quest’ottica potremo davvero dire di essere gentiluomini.
E direi che a quel punto saremo anche sulla buona strada per poterci definire “bravi cristiani”.

Articolo apparso originariamente sul blog “Una penna spuntata”

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