Teologia e cultura. 2. Intervista a Fr. Renaud Escande, autore dell’Ordine dei Predicatori. #renaudescande #clubcultura

1) Caro fra Renaud Escande, benvenuto nel Club Theologicum! Quando ha iniziato il suo lavoro di redattore presso le Éditions du Cerf e quando ha terminato la sua funzione? Come procede la missione?

Ho iniziato il mio lavoro come editore [Du Cerf] nel 2002 e l’ho terminato nel 2022. Vent’ anni… è una bella pagina della mia vita che viene voltata.

L’editoria è una professione che richiede pazienza, passione e umiltà. È necessario avere pazienza per entrare lentamente e delicatamente nei pensieri di un autore, per capire e seguire le sue argomentazioni, per correggerle forse, e per riscriverle spesso. Per quanto riguarda la passione, ho sempre visto un editore come una persona che si appassiona alle passioni degli altri. Un editore non può essere uno specialista di ogni argomento, ma se un manoscritto è in grado di suscitare l’entusiasmo dell’autore per l’argomento che desidera trattare, allora viene accettato e può iniziare il lavoro di editing vero e proprio. Infine, l’umiltà, perché il mestiere di editore è un mestiere oscuro. L’editore è e deve rimanere al servizio di un testo e di un autore. Non è nulla senza di loro. Per questo non ho mai capito quegli editori che amano prendersi le luci della ribalta. In qualche modo usano i testi piuttosto che servirli. In questo, hanno già la loro ricompensa.

2) Quali sono le difficoltà dell’editoria cattolica oggi?

L’editoria cattolica – e l’editoria religiosa in generale – subisce una doppia penalizzazione, penso alla situazione in Francia. Innanzitutto, come tutti i mestieri del libro, anche l’editoria sta soffrendo del – deciso declino del livello culturale della popolazione e soprattutto delle giovani generazioni. Dunque da diversi decenni stiamo assistendo a un lento declino dei libri in Francia. E questo problema non sarà certo risolto dal Ministero della Cultura, ma invece dal Ministero dell’Istruzione… Naturalmente non voglio dire che i giovani non leggano più o meno di prima, ma lo fanno in modo diverso. I libri sono innanzitutto un esercizio solitario, di lunga durata, paziente ed esigente, che sviluppa uno spirito critico. Ma questa pratica non corrisponde più tanto ai nostri stili di vita superconnessi, fluidi e tribali.

Anche la stessa editoria religiosa e cattolica sta subendo un drastico calo della pratica religiosa. Se in Francia i lettori sono sempre più vecchi e rari, i lettori “cattolici” si sono sciolti come neve al sole… Certo, assistiamo anche a un rinnovamento del sentimento religioso nelle giovani generazioni, un fatto che non va ignorato. Ma come editore, ho spesso notato che le opere “religiose” che oggi hanno un relativo successo sono innanzitutto opere di testimonianza, in cui l’autore racconta la sua esperienza di Dio. Questi testi sono spesso meno riflessivi, più semplici e più brevi. Riflettono, a mio avviso, un fenomeno profondo che conosciamo in Francia, ossia un certo anti-intellettualismo, o una sorta di misologia che, a lungo andare, può diluire l’identità cristiana in una sorta di spiritualismo vago, individualista e dubbioso.

3) Che ruolo deve avere la letteratura (soprattutto i libri) nella vita di ogni cristiano di oggi?

Oltre alla Bibbia, i libri rimangono essenziali per la vita cristiana. Il libro è un compagno di viaggio sui sentieri tortuosi della vita; un amico a cui rivolgersi nei momenti di crisi; un faro che ci tiene sulla strada; un testimone rassicurante nella notte della fede; uno sfidante che può spingerci ad andare oltre nelle nostre domande; un maestro che può infrangere tutte le nostre certezze e invitarci a riprendere il cammino.

“Siamo nani seduti sulle spalle di giganti”. Questa frase, attribuita a Bernardo di Chartres (XII secolo), dice bene come i libri, questa immensa massa di testi, frutto della riflessione, della preghiera e dell’esperienza di tutti coloro che mi hanno preceduto, possano aiutarmi a vedere più in alto, più lontano e più chiaro. Sono la condizione della mia libertà.

Infine, chi non potrebbe essere d’accordo sul fatto che la letteratura, con il suo genio, dice a suo modo qualcosa su Dio e sul suo mistero? Teologi come Han Urs Von Balthasar hanno utilizzato i capolavori della letteratura mondiale come base per esplorare il mistero della fede. Dostoevskij, Dante, Malaparte, Balzac, Proust… sono, tra gli altri, agrodolci nella mia vita spirituale.

4) Scrittura e fede: dalle cronache dell’Antico Testamento, attraverso i Vangeli, l’epistola paolina e l’apocalisse giovannea. La fede cattolica è sempre stata espressa per iscritto. Qual è il rapporto tra il libro, l’opera scritta e la fede, secondo lei?

È un rapporto intimo, quasi organico. È una necessità. La scrittura è un’esperienza (ex-per-ience), ciò che alla fine rimane di un cammino: quello di Dio, il mio, quello della Chiesa.

Certo, non siamo una religione del Libro, ma il Libro rimane la testimonianza di questo Dio innamorato dell’uomo che non smette mai di parlargli. Il testo e la sua lettura infinita sono una conditio sine qua non della mia fede. Lo nutrono, lo correggono, lo potano e lo fanno fruttificare.

Tolle lege, “Prendi e leggi”. Questo è ciò che Agostino udì un giorno mentre giaceva sotto un fico… Ogni cristiano dovrebbe fare propria questa parola. Ogni cristiano dovrebbe fare sua questa parola: “Prendi il libro e leggi… troverai in esso una parola per la tua vita”.

5) Come frate domenicano pensa che il dialogo con la cultura sia uno dei ruoli dell’Ordine dei Predicatori? La cultura può essere un aiuto alla contemplazione profonda, secondo la tradizione domenicana del “Contemplari et contemplata aliis tradere”?

La fede non si può esprimere in nessun altro luogo se non in un luogo di cultura.

Dio non si è incarnato in un posto qualsiasi. Ha vissuto una lingua, in un Paese, in uno stile di vita. Così cultura e fede rimangono in un fecondo rapporto circolare. La fede evangelizza la cultura e la cultura incarna la fede in un determinato luogo e tempo.

Questo rapporto con la cultura rimane, credo, al centro dell’intuizione di Domenico: raccontare agli uomini e alle donne di oggi questa buona notizia sempre attuale. E per farlo, dobbiamo amare la cultura del nostro tempo, sapendo discernere in essa i semi in cui Dio può essere sempre meglio espresso.

Forse è così che capisco la frase sublime di Arthur Rimbaud: “Dobbiamo essere assolutamente moderni”.

Un bel programma! Davvero entusiasmante!


Grazie mille.

fr Gabriele Giordano M. Scardocci OP

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