Sotto lo stesso sole – Una suora domenicana “entra ed esce dal carcere”: la sua testimonianza. #lanternadelcercatore

Non sono una cifra in matematica, ma c’è un’equazione che mi va a genio e cioè: estate = Álvaro Soler. Che ci volete fare, ogni suo singolo si affaccia alla radio in punta di piedi, preferibilmente in fin di primavera, e si trasforma in uno stalking massivo, aggravato dalla canicola che offusca i sensi e dalla recidiva reiterata dell’autore. Testi melanconici amalgamati con incalzanti riff dal sapore latin pop. Ci sa fare!

Perché parlo di ciò? Ecco, sono le ore 15 di un anonimo e fiammeggiante martedì di agosto. La periferia di Roma è semideserta. Uscire di casa è un atto di riparazione dei peccati propri e altrui. Mi accingo a parcheggiare l’auto, deposito gli effetti personali, supero il check-in, attraverso l’area verde, saluto chi incrocio, imbocco la rampa di scale e d’un tratto la musica di El mismo sol mi raggiunge in filodiffusione. Mi entusiasma il passo, mi pare che mi rinfreschi pure le idee. Mi fa volare in una dimensione graziosamente vacanziera, ove Álvaro fa da padrone e da vero caballero mi accompagna col suo ritmo irresistibile e ingannevole, mentre percorro in solitaria il lungo corridoio sotterraneo, quello che collega gli uffici direzionali al cuore pulsante del più popoloso carcere femminile d’Italia. Benvenuti a Rebibbia! Se avete un po’ di immaginazione vi porto in sezione con me!

In carcere non si entra mai per caso, qualche volta si entra per errore, molti vi entrano per lavoro, moltissimi entrano per disposizioni giudiziarie e poi vi sono alcuni che entrano per gratuità. Quindi chiariamo subito che in questo agglomerato edilizio, giovane quanto i Rolling Stones, la persona “stonata” sono io. Epperò, come dice Álvaro, per quanto diverse possano essere le nostre provenienze e i nostri orizzonti, quando varchiamo la soglia delle porte meccanizzate, «siamo tutti qui, insieme, sotto lo stesso sole»; un sole che scalda o che ustiona, un sole che aumenta il livello vitaminico o che provoca eritema cutaneo. Ognuno ha il suo rapporto personale col sole, che sempre sole rimane. Il sole è lo stesso, il carcere è lo stesso, l’ordinamento penitenziale è lo stesso, anche i codici d’onore sono gli stessi. Ma per quanto mi sforzi di cercare, non ho ancora trovato un detenuto uguale a un altro.

Da quasi un anno frequento il “Rebibbia femminile”, un carcere che sarcasticamente ti accoglie all’ingresso con la migliore selezione di musica commerciale, diffusa dagli altoparlanti di servizio… «per ravvivare l’ambiente», dicono. Un carcere abitato da 336 donne e 3 bimbi, a fronte di 260 posti regolamentari. Per il 66% si tratta di italiane. Fra le straniere vi sono molte bosniache. L’età media si aggira intorno ai 40 anni1.

 Per lo Stato, io sono una volontaria ex art. 17 della Legge 354/1975. Per la Chiesa, sono un’operatrice di pastorale carceraria in legame con l’USMI2. Per me, sono una suora che “entra ed esce dal carcere”.

Quando ho cominciato non sapevo bene che piega avrebbe preso la mia presenza. Ero pronta a farmi “tutta a tutti”, come direbbe San Paolo (cfr 1Cor 9,22). Ad oggi non svolgo lavori particolari, non faccio catechismo, né incontri di preghiera, non accedo al guardaroba della Caritas.

Quando entro in sezione mi viene chiesto di sedermi ad un tavolo, prendere la lista che “la scrivana”3 ha preparato durante la settimana ed incontrare una per una le donne che hanno richiesto di parlare con me. Quasi sempre non riesco a riceverle tutte, sono tante e non certo per mio merito. A volte sono spinte da curiosità squisitamente femminile, altre volte sperano che io abbia in tasca la comunità-alloggio ideale a proseguire la pena in forma extracarceraria, altre volte hanno bisogno di vestiti, o francobolli, o buste da lettera, o un rosario da indossare al collo, o sigarette da fumare ad occhi chiusi, magari sognando che sia crack. A volte mi chiedono di telefonare alla loro mamma per dirle che ce la stanno mettendo tutta a cambiare vita. Una volta ho telefonato a un fidanzato per dirgli “ti amo” da parte della mittente. A volte – il più delle volte – si siedono davanti a me perché hanno bisogno di parlare, di piangere, di ridere, di sperare, di una neutral zone… e non fanno neanche troppa differenza tra una suora e una psicoterapeuta.

Quando le detenute per qualche ragione disciplinare sono in regime “a cella chiusa”, le agenti di polizia penitenziaria mi accompagnano fino alle sbarre della loro cella, io mi siedo sull’uscio e le incontro così. Quando una detenuta è malata, chiedo alle agenti il permesso di entrare in cella, mi siedo accanto alla branda e la incontro così. Quando una detenuta attraversa un momento di particolare sofferenza, le agenti più attente vengono delicatamente a dirmelo, io la faccio chiamare e se ha voglia di parlare la incontro così.

«Permesso, grazie, scusa»: le tre parole che papa Francesco raccomanda di custodire in famiglia, io cerco di applicarle scrupolosamente in carcere, là dove una buona fetta della popolazione arranca come me in matematica e conosce solo una modesta equazione del tipo famiglia = violenza, o al contrario famiglia = salvezza, o ancora famiglia = clan, oppure prescinde totalmente dalla variabile famiglia.

«Bajo el mismo sol!». Quanto è importante sentirsi “sotto lo stesso sole”, che non significa sentirsi “tutti uguali”, ma piuttosto sentirsi “tutti implicati” nel processo di accompagnamento di un detenuto, senza però confondere le distinte competenze. Perché se non c’è un rapporto di cordiale ed istituzionale fiducia tra le varie istanze che operano all’interno del carcere – volontari, agenti di polizia, educatori, assistenti sociali, psichiatri, direzione – anche gli sforzi eticamente più meritevoli finiscono per disperdersi.

Il passaggio dalla tristezza al suicidio è assai rapido in carcere. Altrettanto il passaggio dalla rimessa in libertà alla fatale overdose, se l’uscita di un detenuto tossicodipendente non è sostenuta da un progetto terapeutico intra ed extra murario. Gli atti di autolesionismo a mezzo di oggetti rudimentali – i cosiddetti “tagli” – sono praticati così diffusamente che io non arrivo a distinguere se la detenuta se li è inferti per disperazione o per omologazione. Soltanto una minima parte viene rilevata nelle statistiche ufficiali.

Eppure, ed è questo l’aspetto più scomodo da spiegare, nei meandri delle sezioni c’è un desiderio di vita che mi lascia spiazzata. C’è una fame di affetto che mi fa balbettare. Vite tolte e vite donate; vite maltrattate e che hanno maltrattato; vite usurpate, in dare e in avere, come nella contabilità aziendale. Affetti ammalorati, affetti distorti, affetti mancati o esasperati. Dentro ogni carcere c’è un condensato di umanità più fervido del “pippiare” del ragù napoletano.

Tutto è soggetto a giudizio in carcere. Si entra per un giudizio (provvisorio o definitivo) e si passa per una moltitudine di altri giudizi o pseudo-giudizi, ufficiali o ufficiosi, necessari o voluttuari: il giudizio del magistrato di sorveglianza, il giudizio del direttore, il giudizio dell’educatore preposto a relazionare sul percorso di risocializzazione, il giudizio degli agenti, il giudizio sugli agenti, il giudizio dei compagni di cella… Forse è per questo che mi piace tanto il mio apostolato, perché quando incontro una detenuta e costruisco un dialogo, la mia urgenza non è elaborare un giudizio e neanche inculcare una morale. La mia urgenza è accogliere ed essere accolta. È un’urgenza di recordare, di “riportare al cuore”, come esorta la Lettera agli Ebrei: «Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere» (Eb 13,3). È l’urgenza di rubare un sorriso e regalare alla detenuta un barlume di sollievo al momento di rientrare in cella.

Anche quest’oggi, verso la metà del pomeriggio, incontro Carmela4, quasi fosse il tè delle cinque. È una donna d’onore, Carmela, nel senso più siciliano che ci possa essere. Allattata al seno di “mamma mafia”, fino a quando è diventata lei stessa una insigne domina di cosa nostra. Un giorno sono stata informata che mi voleva incontrare e ho avvertito un brivido di timore misto a una manciata di adrenalina. Sicché, per ridimensionare il mio ego, mentre mi recavo da lei ho pregato il rosario. Quando mi hanno accompagnato nella sua cella isolata e hanno chiuso la porta alle mie spalle, ho trovato un sorriso grande e caldo che mi aspettava. Mi osservava da tempo, Carmela, da dietro il finestrino del blindato, e qualcosa le si era mosso nel cuore: le ricordavo sua figlia. Per prima cosa mi mostra una foto di famiglia attaccata alla parete e… sì, dai, la somiglianza ci sta! Non sapevo bene come approcciare, cosa dire e cosa non dire. Soprattutto non mi volevo complicare la vita. Poi ho trovato un argomento ad hoc, che puta caso stava a cuore ad entrambe: la parmigiana di melanzane. E la conversazione è andata alla grande. È una donna forte, Carmela, tanto dentro quanto fuori del carcere. E non poteva essere altrimenti, sotto il sole cocente della Sicilia e della mafia che l’ha cresciuta. Ma il cuore di mamma non fa sconti a nessuno e quando mi parla dei suoi figli Carmela è sempre sopraffatta dalla commozione. Da quel dì ci siamo ricavate uno spazio regolare di ascolto, semplice e affabile, e di molte altre cose abbiamo parlato, al di là del campanilismo culinario, che nella sua apparente innocenza ci ha aperto la strada e ci ha permesso di sostare bajo el mismo sol.

Avrei ancora molto da raccontare ma mi rendo conto che si è fatta l’ora di andare. Il carrello del vitto sta già passando per i corridoi ed è tempo per me di ritornare nella società dei liberi, mentre ogni detenuta rientra nei suoi 3 mt2 pro capite di cella, che le agenti chiudono dall’esterno.

Se nel frattempo voi siete arrivati a leggere fin qui, che sia per curiosità o per benevolenza, poco importa. Ciò che invece conta è che ognuno di noi, anche nei momenti in cui tira fuori il peggio di sé, possa trovare qualcuno che non disdegni di avvicinarsi e abbia la semplicità di intrattenersi, fosse solo per un po’, fosse solo per condividere l’olio Johnson, o il sogno di una vita migliore… sotto lo stesso sole.

suor Federica Casaburi

Congregazione Romana di San Domenico •Roma

federica.casaburi@gmail.com

Domenicane CRSD Italia (FB)

www.crsdop.org


1 I dati si riferiscono a giugno 2022. Il report completo, è consultabile all’indirizzo https://www.antigone.it/osservatorio_detenzione/lazio/52-casa-circondariale-di-rebibbia-femminile.

2 Unione delle Superiori Maggiori d’Italia.

3 La “scrivana” è la detenuta addetta a compilare le domande di colloquio presentate dalle detenute.

4 Il nome utilizzato è di pura fantasia.

Foto di 畅 苏 da Pixabay

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