Anacoretismo e cenobitismo: due mondi per l’unico monachesimo #cronachedelcristianesimo #lanternadelcercatore

Archeologia e architettura

Gli archeologi, nel 1964, riescono a rinvenire resti archeologici delle celle monastiche del V secolo, nel Basso Egitto (a Kellia): le fonti letterarie ci danno sufficienti conferme per pensare che esse non siano molto diverse da quelle del secolo precedente[1]. La cella è costituita da “almeno due stanze: una per la preghiera e una per la vita ordinaria”[2]; se ne aggiunge una terza, nel caso in cui un monaco anziano abbia bisogno di qualcuno che lo aiuti. L’arredamento è ridotto all’essenziale: per dormire e mangiare si possono trovare delle stuoie, mentre non sono presenti non né letti, né tavoli, né sedie, al contrario di qualche stoviglia e gli attrezzi necessari all’agricoltura.

Silenzio e umiltà

“Non abbandonare mai la cella” è il leitmotiv degli scritti monastici: attraverso questa stabilitas, forzata, il monaco cerca di raggiungere l’ «esichia»[3], che alcuni riscontrano, addirittura, nella forma di vita degli stiliti, come san Simeone, vivendo su un’alta colonna. L’obiettivo del monaco è quello di “assimilare la propria vita a quella di Cristo”[4], lottando contro i vizi[5] e, in particolare, contro la superbia, per mantenersi nell’umiltà di Gesù casto, povero, obbediente: per questo, in teoria, la “fuga del mondo” riguarda anche la vita intellettuale. In teoria, però; perché gli scritti monastici lasciano trasparire fini teologi e grandi pensatori, che la storia ci riporta, in alcuni casi, disposti a lasciare la solitudine monastica per sostenere impegni pastorali[6]. Tuttavia, la vita monastica è particolarmente consona alla diaconia, per cui, salvo eccezioni, il sacerdozio è sempre stato storicamente vissuto in modo minoritario, quando non rigettato espressamente.
Come suggerisce il contenuto della cella, la vita quotidiana è sobria e il lavoro era utile per “regolare la vita rendendola ordinata e per concentrare la mente”[7]. Tuttavia, anche nelle comunità anacoretiche, l’esercizio della carità fraterna assume, via via, un ruolo rilevante: dal lavoro collettivo per costruire le celle dei nuovi monaci in minor tempo, al giorno del sabato sera, motivo di incontro liturgico ed umano[8].

La vocazione cenobitica: due comunità a confronto

Pacomio, autore di una regola monastica, nel 324, coglie l’importanza della vita comune, non tanto nel reciproco sostegno, quanto, soprattutto, basandosi sulla Scrittura[9], sulla possibilità di “adempiere continuamente il precetto della carità”[10]. La prima esperienza, a Tabennesi, dove fonda il primo monastero, si rivela fallimentare (Pacomio si era illuso che l’esempio potesse essere sufficiente ai suoi adepti). Successivamente, scrive una regola di vita alla quale conformarsi: ce ne sono giunte quattro, che, pur rimaneggiate – sia dopo la morte, sia dallo stesso autore – possono ritenersi “molto vicine a quella che scrisse lo stesso Pacomio”[11]. Le comunità di Pacomio pongono l’accento proprio sulla simmetria tra il rapporto con Dio e con i fratelli: si tratta di “veri e propri villaggi”[12], vale a dire, gruppi di case circondate da mura, in cui si alternano lavori alla sussistenza propria e dei poveri.

Basilio, sin dall’inizio, nelle sue Regole brevi, identifica la necessità della vita fraterna di chi “ha liberamente scelto di percorrere la medesima strada”[13]. Ciò gli deriva anche dalla sua esperienza personale: da un lato, il compagno di studi, Gregorio di Nazianzo, è un punto di riferimento e un importate rapporto d’amicizia, lungo tutta una vita; dall’altro, la decisione per la vita monastica è legata all’esempio della sorella Macrina, infine, la stessa stesura delle sue Regole è frutto di una serie di colloqui tra i discepoli ed il maestro, oltre che dalla Scrittura, immancabile riferimento monastico.
Basilio non istituisce un vero e proprio ordine, ma una serie di “fraternità”: la sua importanza è, tuttavia, ulteriormente evidenziata dalla menzione del suo nome, e di quello di Pacomio, al termine della regola benedettina, quali “antecedenti” illustri, nel solco dei quali si vuole inserire l’abate norcino.

L’evoluzione del monachesimo in Occidente: l’esempio di Camaldoli

Non essendoci molti deserti, in Occidente, si preferiscono le piccole isole, del mar Tirreno o del mar Ligure (come l’isola Gallinara, di fronte ad Albenga, in cui, nel V secolo, fu fondato il monastero di san Martino, dai monaci irlandesi di san Colombano).
Un esempio di monachesimo ancora attivo, che mantiene vive entrambe le forme (anacoretismo e cenobitismo) è quello di Camaldoli (AR). Infatti, a pochi chilometri di distanza, si trovano l’Eremo (ad altitudine superiore, tra le foreste casentinesi) e il monastero. Fondato da san Romualdo, nel X secolo[14], riformando la regola benedettina, in senso maggiormente anacoretico. Attualmente, potremmo dire che sia in atto il processo opposto, poiché, pur nelle differenze, è ampiamente vissuta la dimensione della condivisione della preghiera e l’accoglienza dei pellegrini (vista come evangelium paganorum); memori di quanto scritto da Pacomio e da Basilio, potremmo, tuttavia,  affermare che questo rappresenta un ritorno alle origini, verso le prime forme “regolate” di cenobitismo orientale –.


L’architettura della cella non è molto dissimile da quella vista precedentemente, presso l’eremo di Kellia. Anche in questo caso, la sobrietà si accompagna alla pragmaticità: una stanza come legnaia, un corridoio utile anche come camminamento qualora la neve impedisca di uscire, una piccola stanza per dormire (con il giaciglio in una nicchia, per meglio conservare il calore, separato da una sottile parete dall’angolo per lo studio) e, anche in questo caso rivolta ad est, una cappella per la preghiera; all’esterno, un piccolo orto per procurarsi il necessario per sopravvivere.
I vari spazi sono  tra loro separati, di modo che vi sia uno spazio per ogni attività: testimonianza di come sia sempre stata ben viva la necessità non solo di un tempo, ma – anche – di uno spazio apposito per ogni azione, perché l’ordine mentale passa anche dall’ordine esteriore.
Interessante, infine, notare, come, al di là di questa composizione basilare, non c’è un edificio eremitico uguale all’altro: alcuni sono più grandi, altri più piccoli, memoria in pietra che – pur nell’identica vocazione – ciascuno porta con sé il proprio bagaglio di esperienze e di esigenze differenti, rispetto ai confratelli.

Maddalena Negri

Fonte immagini: sito di Camaldoli


[1] “I cambiamenti più vistosi furono quelli dell’ultima ora, quando i monaci, per difendersi dalle scorribande dei predoni libici, dovettero vivere insieme, in edifici protetti da mura e torri”, scrive D. Marchini, Primi Secoli, Anno V, n. 14, dicembre 2002, La condurrò nel deserto» (Os 2,16), p. 16

[2] Ibidem

[3] «Silenzio interiore che, preparato e aiutato da quello esteriore, poneva l’anima in una condizione di pace e tranquillità, continuamente alimentata dalla preghiera»  p. 17, idem

[4] Ibidem

[5] Visti come ispirati dal demonio, per cui è un tipico motivo della letteratura monastica la “lotta contro il demonio”(p.18, idem), a partire dalla stessa, famosa, Vita di Antonio, scritta da Atanasio intorno al 356-57

[6] Come Basilio di Cesarea, che fu anche vescovo

[7] P.17, idem

[8] “Il sabato sera i monaci si ritrovavano tutti presso la chiesa, per celebrare insieme l’Ufficio, l’Eucaristia e prendere un pasto in comune”

[9] 1Gv 4,20: Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede

[10] D. Marchini, Primi Secoli, Anno V, n. 14, dicembre 2002, «Un cuor solo e un’anima sola», p.19

[11] Ibidem

[12] Ibidem

[13] P. 20, idem

[14] Vatican News

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