Il Primo Concilio di Lione -13 Storia dei concili. #cronachedalcristianesimo #concilii #cronachedelcristianesimo.

Papa Innocenzo IV convocò un Concilio generale a Lione nel giugno 1245. Lì, infatti, Innocenzo era fuggito dall’imperatore Federico II, che, come il Barbarossa, era deciso ad affermare la supremazia imperiale, si era impadronito di gran parte del territorio papale ed aveva persino fatto arrestare 100 prelati mentre si recavano ad un precedente concilio convocato a Roma nel 1241 per metterlo alla sbarra. La sede di Lione era in un territorio rivendicato dall’Impero, ma che di fatto era indipendente, la sua diocesi era di una sufficiente prosperità da poter ottemperare alle esigenze del Concilio, in più la città era molto prossima al regno di Francia, il cui sovrano, Luigi IX (poi proclamato santo dalla Chiesa) si era mantenuto neutrale negli anni precedenti rispetto al conflitto tra l’imperatore e il papa. All’imperatore fu ordinato di presentarsi al Concilio per difendersi dall’accusa di eresia.

L’ecumenicità del Concilio fu contestata durante il suo stesso svolgimento, in quanto, di fatto, poteva contare su un numero abbastanza esiguo di partecipanti. La qualità di concilio ecumenico fu però conferita a questa assemblea da Innocenzo IV fin dalla prima sessione, quando, all’appello fatto da Taddeo di Suessa, rappresentante dell’imperatore, ad un futuro papa e ad un futuro concilio, egli rispose che i principi secolari e i prelati erano stati tutti convocati e che il numero ridotto dei presenti aveva per causa l’ostruzionismo esercitato proprio dall’imperatore.

Il sinodo si aprì il 26 giugno ed ebbe tre sessioni: 28 giugno, 5 luglio e 17 luglio 1245. Nella prima sessione pubblica Innocenzo si rivolse a un’assemblea di tre patriarchi, 140 vescovi e un certo numero di religiosi e secolari, tra cui Baldovino II, l’imperatore latino di Costantinopoli. Il papa parlò delle “cinque ferite” della Chiesa: i peccati del clero, la perdita di Gerusalemme, la minaccia greca all’Impero Latino di Costantinopoli, l’invasione mongola (tartara) dell’Ungheria, e soprattutto la persecuzione di Federico (resa evidente dal fatto che pochissimi erano i vescovi tedeschi o italiani presenti). Il 5 luglio, Taddeo di Suessa, difese abilmente il suo signore, insistendo sul fatto che nessuno dovrebbe essere condannato per eresia senza essere ascoltato. Taddeo non poteva però contestare l’accusa rivolta a Federico di aver usato violenza verso i vescovi e verso la Chiesa. Un rinvio di 12 giorni (fino al 17 luglio) fu a questi concesso per consultarsi con l’imperatore. Innocenzo trascorse questo intervallo di tempo consultandosi con i vescovi presenti al Concilio. Quando Federico non si presentò il 17 luglio, il papa riesaminò il caso e pronunciò la sentenza di scomunica e deposizione; la maggior parte dei prelati firmò il documento. Matteo da Parigi (che ci ha lasciato una cronaca dettagliata di questi eventi) afferma che gli elettori furono lasciati liberi di scegliere un successore di Federico, ma che il papa avrebbe nominato personalmente un nuovo re per il Regno di Sicilia (di cui era formalmente il sovrano). A questa decisione l’imperatore rispose con forza e seguirono alcuni anni di turbolenza, che terminarono però nel 1250 a causa della morte improvvisa di Federico II. Il che segnò la vittoria definiva del papato nell’ormai secolare lotta contro il potere imperiale.

Il Concilio decretò di prelevare un ventesimo su tutti i benefici ecclesiastici per la durata di tre anni al fine di soccorrere i regni cristiani in Terra Santa. Per ciò che concerne i mongoli, il metropolita di Kiev fece conoscere ai convenuti loro costumi e le loro credenze e si decise di inviare un’ambasceria presso di loro, nonché il rafforzamento delle difese lungo tutte le vie attraverso le quali questi avrebbero potuto penetrare in Europa.

In merito alla difesa dell’Impero Latino di Costantinopoli, si decise di conferire tutti i privilegi dei crociati a coloro che si fossero impegnati a difenderlo dagli attacchi dei “greci scismatici”. La riforma della Chiesa fu oggetto di quattro canoni sull’elezione e il potere dell’eletto, il potere dell’arcivescovo, la negligenza dei prelati e l’alienazione dei beni delle chiese. Vennero emanate norme per lo svolgimento dei conclavi. Alcuni vescovi, specialmente Roberto Grossatesta, domandarono invano che fossero ridotti i privilegi e le immunità dell’Ordine di Citeaux. Tutto quanto il Concilio concesse fu che i cistercensi sarebbero stati obbligati a pagare le decime.

Secondo una radicata tradizione, il Concilio decise che i cardinali avrebbero portato il cappello rosso come i canonici di Lione. Essi lo presero per la prima volta a Cluny nel novembre 1245. L’ottava della Natività della Vergine, che non era osservata dappertutto, fu estesa alla Chiesa universale.

Il concilio biasimò il contegno deplorevole tenuto nel governo da Sancio II, re del Portogallo, e decise di affiancargli il fratello Alfonso. Il 17 luglio, furono approvati dodici canoni che dovevano precisare l’interpretazione da dare ai rescritti; un tredicesimo canone si occupava dell’usura che faceva strage nel mondo cristiano e regolava le modalità dei prestiti.

Adriano Virgili

Alcuni riferimenti bibliografici:

Pietro Palazzini (a cura di), Dizionario dei concili, Roma, Città Nuova, 1963-1968, VI Voll.

Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei concili ecumenici, Torino, UTET, 1978

Pierre-Thomas Camelot, Paul Christophe, Francis Frost, I concili ecumenici, Brescia, Queriniana, 2001

Klaus Schatz, Storia dei Concili. La Chiesa nei suoi punti focali, Bologna, EDB, 2012

Marina Benedetti (a cura di), Storia del cristianesimo. L’età medievale (secoli VIII-XV), Roma, Carocci, 2015

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