Il dolore per il peccato nasce dall’amore per Nostro Signore. 3. Mercoledì santo #settimanasanta2022

14Allora uno dei Dodici, detto Giuda Iscariota, andò dai principi de’ Sacerdoti 15e chiese loro: «Che cosa siete disposti a darmi, e io ve lo consegno?». Ed essi gli fissarono trenta monete d’argento. 16E da quel momento egli cercava l’occasione buona per tradirlo. 

17Il primo giorno degli azzimi, i discepoli vennero a Gesù e gli domandarono: «Dove vuoi che ti prepariamo per mangiare la Pasqua?». 18Gesù rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: – Il Maestro dice: “Il mio tempo è vicino; io farò la Pasqua presso di te co’ miei discepoli”-». 19Ed essi fecero come Gesù aveva loro ordinato e prepararono la Pasqua. 

20Calata la sera, si mise a tavola coi Dodici. 21Mentre mangiavano disse: «In verità vi dico che uno di voi mi tradirà». 22Essi, grandemente contristati, presero a dirgli l’un dopo l’altro: «Son forse io, o Signore?». 23Egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quegli mi tradirà. 24Il Figliuol dell’uomo se ne va come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo per opera del quale il Figliuol dell’uomo è tradito. Sarebbe stato meglio per quest’uomo che non fosse mai nato». 25Giuda, il quale lo tradiva, prese la parola e disse: «Son forse io, Maestro?». E Gesù: «Tu l’hai detto».

Questo episodio del Vangelo ci dà modo di riflettere sulla dinamica del peccato. Anzitutto, va detto che l’anima umana opera tramite tre facoltà: le prime due, ovvero le facoltà superiori, sono l’intelletto e la volontà. La terza è la sensibilità che da una parte ci permette di desiderare il bene e dall’altra di combattere ciò che fa ostacolo al suo ottenimento[1]. Normalmente, dapprima l’intelletto conosce il bene e in seguito la volontà, liberamente, si muove per ottenere il bene conosciuto. Purtroppo accade anche che la volontà si diriga verso qualcosa che oggettivamente è un male e che essa “spinga” l’intelletto a considerare quel qualcosa come un bene (un effettivo auto-inganno). Il peccato, essenzialmente, consiste in una avversione nei confronti di Dio e in una conversione alle creature: parafrasando S. Agostino potremmo dire che pecca chi ama se stesso fino al disprezzo di Dio. Nella fattispecie Giuda ha dapprima disprezzato Nostro Signore, il Suo disegno di Redenzione per l’umanità, e ha poi rivolto il proprio amore a qualcosa di contingente e finito: le trenta monete d’argento. La dinamica del peccato di Giuda sembra chiara, eppure val la pena di notare un particolare molto trascurato. Spesso, anche tra i cattolici, si pensa che il peccato vero e proprio consista in un atto esterno (nella fattispecie il tradimento effettivo di Giuda) che deve esser compiuto, deve concretizzarsi, prima di poter dire che la tal persona “ha peccato”. Ma in effetti il Vangelo ci spiega, ad una attenta lettura, che così non è. Giuda aveva peccato ancor prima di concretizzare il tradimento, determinando la propria volontà al male. In effetti, si può mostrare che il peccato di Giuda è stato duplice: dapprima si è deciso per il tradimento e poi ha effettivamente tradito. Sembra un unico atto, ma sono due atti distinti e Giuda ha mortalmente peccato già col primo atto della volontà, pur senza concretizzare il tradimento. Tale tesi è sostenuta anche da Nostro Signore, a più riprese nel Vangelo, come nel celebre monito “chi guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore[2]. L’adulterio non si è consumato, ma la persona, avendo determinato la propria volontà all’adulterio, ha già violato l’ordine sapiente di Dio e si è colpevolmente distaccato dalla grazia che Lui dona all’anima per la salvezza. In effetti, anche in questo Vangelo vale quanto detto: come faceva Gesù a sapere che Giuda lo avrebbe effettivamente tradito? Certamente perché essendo vero Dio, Egli ha la capacità di “vedere il cuore dell’uomo”, ovvero scrutarne la volontà e conoscere l’oggetto al quale essa si è determinata. La volontà di Giuda si era già determinata al tradimento ed è per questo che Nostro Signore può affermare, già nell’Ultima Cena, quanto sarebbe accaduto.

La lettura di questo passo del Vangelo, serve a farci attentamente meditare sul ruolo della nostra volontà nel peccato e dunque evitare, rifugiandoci nel Cuore Immacolato di Maria, che nella tentazione essa si determini al male ancor prima dell’atto esterno. Insomma dobbiamo volere il bene, con tutte le nostre forze. In questa settimana santa, meditiamo molto su come anche un singolo peccato mortale sia stato sufficiente perché Nostro Signore Gesù Cristo patisse la propria Passione. Questo, certamente, alimenterà l’amore per Nostro Signore e ci farà provare un vivo dolore per i nostri peccati, specialmente per le conseguenze che hanno causato nel Nostro amato e dolcissimo Redentore. Questo è il senso, da riscoprire, delle parole nell’Atto di Dolore: “mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno d’essere amato, sopra ogni cosa”.

Fabio Fuiano


[1] Per chi desiderasse approfondire maggiormente, cfr. S. Tommaso, Summa Theologiae, Ia-IIae, q. 85, a. 3.

[2] Mt 5,27-32.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Sito web creato con WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: