Frastornati dall’amore. 4. Giovedì santo. #settimanasanta2022

«Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo»
(Gv 13, 7) 

Il Giovedì Santo è, forse, per eccellenza, la giornata sacerdotale. Nella commemorazione della Cena del Signore, non solo facciamo memoria di quel preciso momento storico in cui fu solennemente istituita la prima Eucaristia, ma – anche – la rendiamo, al contempo, presente nella celebrazione eucaristica a cui partecipiamo.   

Il giovedì mattino ha luogo una cerimonia particolare, cioè la Messa del Crisma (o: Messa Crismale), in cui sono consacrati tutti gli oli che saranno successivamente utilizzati per i sacramenti (Battesimo, Cresima, Ordine), testimonianza di come la Settimana Autentica possa considerarsi, a tutti gli effetti, fulcro dell’intera vita liturgica della Chiesa, quasi attirandola a sé dalla Croce, come anticipato nel Vangelo di Giovanni («et ego si exaltatus fuero a terra omnia traham ad me ipsum» [1]). In questa celebrazione, sono invitati tutti i presbiteri della diocesi, che si stringono intorno al vescovo e rinnovano le promesse scaturite il giorno dell’ordinazione sacerdotale.  

Per ogni sacerdote, la Messa nella Cena del Signore – in cui risuonano, con particolare intensità, i gesti e le parole che il Maestro compì, per la prima volta, a Gerusalemme, più di due millenni fa, in un vespro denso di tensione, di fatica, di imbarazzo – si anima di un significato particolarmente intenso, risvegliando le emozioni di quella prima volta, in cui, rivestito della grazia sacerdotale, ha ripetuto le parole della consacrazione, si è fatto strumento di Dio nel renderLo presente tra di noi e Lo ha poi distribuito ai suoi fratelli. Come credere che un uomo possa stare “al posto di Dio”? Impossibile. Non fosse che si tratta di una Sua scelta. “Fate questo in memoria di me”: è il sigillo di ceralacca che rappresenta il passaggio di testimone da Cristo alla propria Chiesa, che, curiosamente, avviene proprio nel momento stesso della sua istituzione. Quale uomo mai potrebbe dirsi degno di toccare il corpo di Cristo e sopravvivere? Come Mosè innanzi al roveto ardente (Es 3, 5) – e come, per analogia, i monaci di Cluny [2] , che si toglievano le scarpe prima di accostarsi alla Comunione, anche noi dovremmo toglierci i calzari di fronte al Re che s’inabissa tra di noi, per prendere posto, tra le nostre assemblee, anche quando sono un po’ scalcinate e i canti e le nostre posture abitano quella che s. Bernardo definirebbe regio dissimilitudinis. «Ciò che è impossibile all’uomo, è possibile per Dio» (Lc 18,27). Ecco perché è con grato stupore che si può accogliere che il Re dei Re, liberamente scelga di mettersi nelle mani della sua creatura, totalmente consegnato (tradito) a lei.   

Essendo diversa la struttura del Vangelo di Giovanni, rispetto ai sinottici, solo apparentemente in modo sorprendente, manca del tutto dell’istituzione dell’Eucaristia, il cui posto è occupato (nel capitolo 13) dalla lavanda dei piedi. Semplificando all’osso, potremmo dire che, mentre i sinottici raccontano l’istituzione dell’Eucaristia, Giovanni ci aiuta a penetrarne la profondità.  

Cristo si cinge un asciugamano e, mentre i commensali sono già seduti, si pone a servirli con il compito più propriamente eseguito dal servo (lavare i piedi ai padroni, dal momento che, camminando con i sandali ai piedi, questi si impolveravano durante il viaggio). Pietro pare risentirsi o, forse, come quando il Maestro salì per la prima volta sulla sua barca, sopraffatto dall’inadeguatezza, dopo essersi gettato in ginocchio, lo implorò: “Allontanati da me, che sono un peccatore” (Lc 5, 8). Pietro, nonostante non riceva spiegazioni, recede immediatamente dalla ‘ribellione’, non appena si prospetta la possibilità di “non aver parte con Cristo”, cioè di esserne separato. In questo episodio è dunque evidente come primario, per il principe degli apostoli, rimanga la relazione con Gesù di Nazaret, anche quando sorgono incomprensioni o asperità. Diventa un’occasione propizia perché Cristo metta in chiaro che i discepoli sono “già mondi”, tuttavia, egli si china su di loro, in questo gesto di umiltà e servizio, perché “la grazia supera la necessità” [3] e, in quest’immagine, abbiamo la possibilità di contemplare come sia parte del modus operandi di Dio oltrepassare il “minimo sindacale” elargendo all’uomo, da sempre, con larghezza e liberalità, i propri doni (la “misura ben pigiata, scossa e traboccante” di Lc 6, 36: a ciascuno secondo la propria capacità, cioè non oltre quanto possa contenere, ma non una goccia di meno di quanto questi può ricevere).  

L’Eucaristia s’inserisce pienamente nel mistero pasquale: la Cena del Signore, nel contesto della Pasqua ebraica, richiama ciò che avverrà il Venerdì Santo e troverà compimento nella Risurrezione, inserendosi in una relazione biunivoca, per cui, del resto, se al Venerdì Santo non seguisse la Pasqua di Risurrezione, rimarrebbero come vuote. Nel sacrificio di Cristo, che si ripresenta su ogni altare del mondo, la morte è vinta dall’amore, perché abbiamo la testimonianza proprio di Colui che ne ha sciolto i legami, nel Quale tutti noi formiamo un unico Corpo, in comunione con Lui e tra noi.  

“Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” dice l’Apostolo. Ecco perché tante cose si capiscono dopo e noi rimaniamo, come Pietro, un po’ frastornati, di fronte alla grandezza dell’amore di Dio che si dona a noi.

  

(Maddalena Negri)


Note

[2]Gv 12,32 – Biblia Sacra Vulgata, Deutsche Bibelgesellschaft, Stuttgart, 1983

[2]Joseph Ratzinger, Eucaristia – cuore della Chiesa, p. 401 in Opera Omnia, vol. XI

[3]Origene, Catena aurea super Evangelium secundum Johannem, in Catena Aurea, vol.7, Tommaso d’Aquino, Bologna, ESD, 2016


Bibliografia: Joseph Ratzinger, Eucaristia Cuore della chiesa, in Opera omnia – teologia della liturgia, volume 11, LEV, 2010, pp. 347-411 

Fonte immagine: Chiesa di Pero – Cerchiate (Lavanda dei piedi, Koder)

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