Gli ossari monastici, specialissima forma di memoria per i defunti. #cronachedalcristianesimo

Culturalmente, gli Antichi Romani non erano soliti seppellire i loro morti: preferivano cremarli, allineandosi così a un costume che era tipico di molte delle società antiche. Fu solamente nel II secolo avanti Cristo che questa sensibilità cominciò gradualmente a mutare, mentre un crescente numero di cittadini avvertiva il desiderio di dire addio ai propri cari lasciandoli nella stessa forma che essi avevano avuto in vita. Nacquero così le prime catacombe, che contrariamente a quanto pensano molti non furono una invenzione dei cristiani (né tantomeno furono cittadelle sotterranee costruite da chi voleva nascondervisi nella speranza di scampare alle persecuzioni: una leggenda bella e buona, che non ha fondamento né molta verosimiglianza).

Non furono dunque i cristiani gli unici ospiti delle catacombe: e anzi, gli evangelizzatori dei primi secoli non esitarono a farsi seppellire a fianco a fianco coi pagani, sfruttando quelle stesse necropoli che erano già in uso.
Incontestabile però è un dato di fatto: furono indubbiamente i cristiani coloro che finirono con l’occupare le catacombe in gran parte. E non avrebbe potuto essere diversamente: quella che, per un pagano, era una libera scelta dettata da una preferenza individuale (“preferisco per i miei cari la sepoltura o la cremazione?”), era invece una decisione obbligata per un cristiano. Solo in anni recentissimi la Chiesa cattolica ha sciolto le sue riserve nei confronti della cremazione, una pratica che per secoli e secoli era stata duramente contestata: in fin dei conti, non è forse scritto che i cristiani sarebbero risorti anima e corpo? Era a suo modo naturale che nelle prime comunità cristiane si facesse strada la sensibilità per cui era di vitale (!) importanza che il corpo del defunto fosse preservato nella sua interezza.

In un primo momento, le catacombe parvero il luogo perfetto in cui assicurare ai defunti (non poi così) eterno riposo. Ma con la diffusione del cristianesimo e il cessare delle persecuzioni nacque l’abitudine di seppellire i defunti nei pressi delle chiese, in piccoli appezzamenti di terra consacrata attorno all’edificio sacro (il “campo santo”, per l’appunto).
Il che, inevitabilmente, generò in breve tempo problemi logistici. Gli appezzamenti di terreno dedicati a camposanto avevano estensione limitata, né si poteva pensare di ampliarli all’infinito essendo situati a ridosso della chiesa, e cioè nel pieno del centro urbano. È stato calcolato che, nel Tardo Antico, una città di circa diecimila abitanti potesse trovarsi a dover seppellire, all’epoca, una media di trecentocinquanta persone all’anno: facendo qualche conto grossolano, si ricava il dato per cui bastavano circa due anni e mezzo a occupare un ettaro di terreno dedicato a cimitero.
Fu immediatamente chiaro a tutti che, per rendere sostenibile la pratica della sepoltura in terra, era necessario che i resti venissero periodicamente riesumati e spostati in altro luogo, in cui si potesse provvedere a una conservazione parimenti dignitosa ma che comportasse un minor dispendio di spazio. Fu così che nacquero gli ossari: enormi stanzoni posti a lato della chiesa, in cui conservare i resti dei defunti.

La moda, per così dire, si sviluppò originariamente in Oriente e nei centri monastici in particolar modo, là dove il problema dello spazio era particolarmente sentito: il primo ossario a noi noto è quello annesso al monastero di santa Caterina in Sinai, fondati nel 530 d.C., il cui camposanto aveva dimensioni talmente piccole da non poter contenere più di sei corpi contemporaneamente: ad oggi, l’ossario contiene i resti di circa tremila individui, laici e religiosi, che nel corso dei secoli ebbero la ventura di morire entro le mura del monastero.

Forse più celebre, anche perché ancor oggi in uso, è il grande ossario che si trova sul Monte Athos tra le mura del monastero di Dioniso, così chiamato in onore del monaco suo fondatore. Ben poco spazio vi è per le sepolture, su quei piccoli cenobi abbarbicati sugli speroni di roccia: e così, i monaci del monte Athos presero l’abitudine di procedere a frequenti riesumazioni, riservando ai resti mortali dei loro confratelli un trattamento che si potrebbe alternativamente definire “di estrema riverenza” o “di infinito affetto”. Le ossa dei defunti, riesumate dalla tomba, venivano lavate con acqua e vino e poi collocate in una stanza apposita nella quale i monaci si riunivano in preghiera, in suffragio per l’anima del defunto. Dopodiché, le ossa che erano state appena riesumate venivano siglate ad una ad una, scrivendovi sopra e con elegante grafia il nome del confratello che era venuto a mancare. Chi, oggi, si addentrasse all’interno dell’ossario sarebbe accolto da una distesa di teschi che a distanza di secoli sanno ancora far parlare di sé: Isaak Monachos si legge sul capo di uno; David Monachos si presenta lo scheletro che gli sta vicino…

Non si trattava solamente di un modo per eternare il ricordo dei propri cari. Gli storici che hanno studiato questo fenomeno fanno notare, più pragmaticamente, che il poter identificare con certezza i resti mortali di un dato confratello era un bonus non da poco nel caso (non infrequente) in cui fosse stato avviato un processo di canonizzazione a suo carico.

Eppure c’era certamente più di questo nel modo in cui, con pazienza e dedizione, i monaci d’un tempo avevano la cura di identificare le ossa dei loro confratelli (in alcuni monasteri femminili, col passar del tempo, sarebbe addirittura divenuta consuetudine quella di decorare i teschi dei defunti con vezzose coroncine floreali). Era un’ultima attenzione riservata a ciò che solo all’apparenza potrebbe sembrare un pugno d’ossa senza valore: era, e neanche troppo simbolicamente, un ricordarsi e ricordare che la morte non spezza la comunione chi si è amato. E che molto i vivi possono fare, a vantaggio dei loro morti, grazie alle loro cure riverenti e affettuose.

Lucia Graziano


Per approfondimenti: The Empire of Death. A Cultural History of Ossuaries and Charnel House di Paul Koudounaris, edizioni Thames & Hudson
Immagine di copertina: Charnel House Hallstatt, AU 2016 di Giovanni Racca, Flickr (immagine proprietà dell’autore su licenza creative commons; alcuni diritti riservati).

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