Carnevale: la festa che si chiama penitenza. #cronachedelcristianesimo

Verrebbe da dire che il Carnevale, tradizionalmente esperto di burle e di scherzi, sia riuscito a giocarcene uno particolarmente ben riuscito: quello cioè di farci credere che questa festa abbia origini molto antiche.

Invece no. Se paragonata ad altre festività legate a vario titolo al Calendario liturgico, il Carnevale è più giovane di quanto si possa pensare. Affiora timidamente tra le pieghe della Storia attorno alla metà del X secolo, all’interno di un anno notarile siglato a Subiaco nel 965. In quel contesto, è citato come una scadenza fiscale: una delle parti contraenti sarà tenuta a versare all’altra le sue tasse in occasione del Carnelevare – evidentemente, una ricorrenza sufficientemente popolare da essere ormai universalmente nota.

Ciò significa che, nel 965, il Carnevale fosse già una festa nel senso pieno del termine?
A dire il vero, sembrerebbe di no. Lungo il corso dell’XI e del XII secolo, il termine compare con sempre maggior frequenza negli atti notarili e nelle cronache del tempo, ma sempre nell’accezione che abbiamo descritto sopra: quella di una data nota a tutti, nella quale scadevano i contratti e i termini fiscali. È più che ragionevole ipotizzare che, nella mentalità dell’epoca, il Carnelevare fosse concettualmente legato a quel giorno di Carniprivium che indicava, sul calendario liturgico, la domenica di quinquagesima. A partire da quella data, i chierici erano tenuti all’astinenza dalle carni: è dunque ragionevole ipotizzare che il Carnelevare sia stata la rielaborazione laica e contadina di quella domenica che, con solennità, indicava al clero l’avvicinarsi della Quaresima.

Ma questo Carnelevare era anche un giorno di festa?
Apparentemente, no. Nessuno dei documenti che citano questa ricorrenza sembrano alludere a quella dimensione ludica e giocosa con cui sono conosciuti oggi i giorni del Carnevale.
Dobbiamo attendere l’anno 1140 per avere notizia di una festa di Carnevale propriamente detta – e la vediamo svolgersi in un contesto che, oggigiorno, di certo non tenderemmo ad associare alle baldorie del Martedì Grasso. Strano ma vero: il primo personaggio passato alla Storia per l’aver festeggiato Carnevale è niente meno che papa Innocenzo II, il quale – alla vigilia del Mercoledì delle Ceneri – si concedeva agli occhi dei suoi sudditi in una cavalcata cerimoniale che lo portava sulla collina del Testaccio, ove lo attendevano il prefetto della città e molti nobili cavalieri. Al loro cospetto, aveva luogo quello che le cronache dell’epoca definiscono il ludus Carnevelari: una manifestazione, probabilmente simile alla corrida, che si concludeva con l’uccisione di un orso, un gallo e alcuni torelli.

Il gioco, che continuò a essere praticato a Roma per i seicento anni successivi, aveva davvero lo scopo di sottolineare la rinuncia alla bestialità sfrenata in vista di una Quaresima di rigore morigerato, così come suggeriscono le cronache dell’epoca? Forse sì, forse no, forse sì ma solo in parte: certo è che, nei ludi del Carnevale, confluirono le tradizioni popolari legate a tante feste di matrice pre-cristiana aventi lo scopo di festeggiare la fine dell’inverno e l’arrivo dell’agognata primavera. Ad esempio, sappiamo per certo che era una antica usanza pre-cristiana – conservatasi intatta lungo tutto il Medioevo – quella di indossare maschere animali negli ultimi scorci dell’inverno, quando già il clima cominciava a scaldarsi e sembrava promettere l’imminente arrivo della Primavera. Attraversare le vie del paese “assumendo le sembianze” di un animale del bosco appena uscito dal letargo era un gesto benaugurale che simboleggiava il risveglio della natura dopo i mesi faticosi del gelido inverno: probabilmente, un antico rito di fertilità gradualmente trasformatosi in festeggiamento collettivo. Attorno all’XII secolo, dovette diffondersi il costume di far coincidere queste celebrazioni di matrice contadina con i giorni immediatamente precedenti all’inizio della Quaresima.

La moda si diffuse in tutta Europa allargandosi a macchia d’olio, e con velocità sorprendente. Ai tempi di Thomas Beckett, i carnilevaria dei pueri londinesi erano una festa sentita e popolare; nel 1251, il Carnevale di Viterbo era così importante da essere citato e regolato espressamente dagli statuti cittadini. Entro la fine del XIII secolo, non vi era una singola città europea che non celebrasse il Carnevale ricorrendo a mascherate festose e a grandi abbuffate sulla piazza pubblica.
Nell’arco di pochi decenni, una festa nata dal nulla era diventata una delle più importanti dell’intero ciclo dei mesi. Un successo travolgente, evidentemente agevolato dal “sottaciuto beneplacito della Chiesa”, per citare l’immagine che ci offre Giovanni Kezich nel suo Carnevale. La festa del mondo.
Perché, in fin dei conti, i bagordi del Carnevale non facevano null’altro se non ricordare ai festaioli l’arrivo imminente della Quaresima ormai vicina; e solo la presenza della Quaresima permetteva di godere appieno di quegli ultimi guizzi di gioia spensierata. Persino a livello lessicale il nome della festa rimanda ai giorni di penitenza che ne sono l’opposto e la causa al tempo stesso: “carnestolendas e carnestoltas in Spagna, carrasegare e carre ‘e segare in Sardegna”, il Carnevale sarebbe – etimologicamente – privo di senso se non fosse per la contrapposizione con il periodo liturgico vissuto all’insegna delle mortificazioni corporali. “In area germanica siamo ancor più radicali, visto che con la parola Fasnacht e con le sue varianti locali […] si fa diretto riferimento a un «digiuno», il che porta alle estreme conseguenze l’ossimoro piuttosto difficilmente comprensibile di una festa che ha scelto di chiamarsi «penitenza»”.

Entro la fine del XII secolo, la lotta tra questi due momenti era già diventata topos letterario. Il primo esempio è costituito da un poemetto francese, Bataille de Caresme et de Charnage, nel quale i cibi di magro e i cibi di grasso combattono una dura guerra schierandosi in due armate contrapposte. Da un lato, i pesci; dall’altro, le carni, spalleggiate da uova e latticini. Mercenarie, le infide verdure se ne stanno un po’ qua e un po’ là, a seconda del condimento che le accompagna.
La feroce guerra si chiude con la resa di Quaresima, che pur di ottenere la pace sul mondo si rassegna a limitare il suo dominio a poche settimane l’anno.
E tuttavia, è davvero una vittoria, quella di cui crede di poter godere l’esultante Carnevale? Il lettore del poemetto ne è perfettamente consapevole: la Quaresima potrà pure avere un dominio limitato su questo nostro mondo, ma il suo governo è puntuale, rigoroso, duro. Il Carnevale ha vinto la battaglia; e tuttavia, ben poco durerà il suo regno prima che la Quaresima giunga per ricordare a tutti quali sono la fine e il fine ultimo della vita umana.

Lucia Graziano

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